
Scalo internazionale
L’operaio francese si scopre bombarolo
Pillole dai media esteri. I dipendenti di una fabbrica fallita chiedono 30 mila euro di indennità ciascuno, “altrimenti facciamo saltare tutto in aria”. Aiuti ai paesi poveri: la Bbc analizza le promesse del G8. Usa, le guerre intestine dei sindacati
di (a cura) Davide Orecchio e Martina Toti
Dopo il sequestro dei manager, dalla Francia arriva un altro episodio di azione diretta operaia. In questo caso, gli operai di una fabbrica di componentistica di auto in fallimento minacciano di far saltare in aria il loro impianto. L'azione sarebbe messa in atto se i 366 operai della New Fabris di Chatellerault, di proprietà italiana, non otterranno da Psa Peugeot Citroën e Renault 30.000 euro di indennità ciascuno, entro la fine del mese. Come riporta un articolo pubblicato sul sito di Le Monde, gli operai annunciano di avere posto bombole a gas in varie parti della fabbrica e di essere pronti a far saltare tutto se entro fine mese non ci sarà un accordo.
L'ammontare delle indennità non e' stata scelta a caso: si tratterebbe infatti della stessa cifra che Renault e Psa avrebbero già versato a circa 200 dipendenti licenziati del gruppo Rencast, anche questo specializzato in componentistica auto. 'Non lasceremo che Psa e Renault aspettino agosto o settembre per recuperare i pezzi in stock e i macchinari. Se non avremo nulla noi, non avranno nulla nemmeno loro', ha spiegato il delegato sindacale della Cgt, Guy Eyermann. Una delegazione degli operai sarà ricevuta al ministero del Lavoro il 20 luglio. “Chiederemo al ministero di esercitare pressioni su PSA e Renault, visto che hanno ricevuto aiuti di Stato", ha aggiunto il delegato sindacale”. Fondata nel 1947 la New Fabris era inizialmente una piccola officina meccanica specializzata in componenti per macchine da cucire. E’ poi cresciuta fino ad arrivare a 800 dipendenti nei primi anni 90. Il valore dei pezzi prodotti e immagazzinati negli impianti della fabbrica è stimato dai costruttori di auto a 2 milioni di euro. L'impianto ospita anche una nuova macchina Renault stimata anch’essa 2 milioni di euro. Gli operai della New Fabris stanno occupando l'impianto, che lavorava al 90% per Renault e Psa, da quando è stata messa in liquidazione il 16 giugno scorso con il licenziamento delle maestranze.
Renault e Psa hanno risposto negativamente alle minacce degli operai: non starebbe a loro pagare quei soldi, hanno fatto sapere oggi le direzioni dei due gruppi, che sono stati i principali clienti della fabbrica di componenti automobilistici in fallimento.
G8, al di là delle parole
BBC News – Uk
Un articolo pubblicato sul sito della televisione britannica BBC analizza le implicazioni degli accordi per risollevare le economie dei paesi poveri e ridurre i loro debiti. Un tema che è stato al centro del dibattito in occasione del G8 che si è concluso pochi giorni fa a L’Aquila. Nel vertice dei cosiddetti grandi, infatti, sono state approvate due dichiarazioni: la prima, sulla sicurezza alimentare, prevede lo stanziamento di 20 miliardi di dollari in tre anni, la seconda, sull'accesso all'acqua, vorrebbe che quest’ultimo fosse esteso sulla base di principi di responsabilità condivisa e reciproca.
John Hilary, direttore della campagna War on Want, organizzazione non governativa che combatte la povertà nei paesi in via di sviluppo, ha spiegato alla BBC: “Per qualificarsi per la riduzione del debito e avere l’opportunità di reagire alla povertà, a volte i paesi devono compiere azioni davvero dannose come privatizzare la propria acqua o i propri sistemi educativi”. Un caso simile al Mozambico è quello della Tanzania, anch’essa costretta a privatizzare il sistema idrico di Dar es Salam. Finora a rispettare le condizioni imposte dalla Banca Mondiale sono stati 18 paesi africani, altri 9 sono in dirittura d’arrivo, sembra, però, che i grandi continuino a voler vincolare aiuti e riduzioni del debito ad alcuni presupposti economico-finanziari. Come già stabilito dal G7 della finanza i paesi in via di sviluppo dovrebbero “combattere la corruzione, implementare lo sviluppo del settore privato, attrarre investimenti e rimuovere gli ostacoli a spese private sia interne che straniere”. A chiarire la gravità della situazione David Woodward, direttore del dipartimento economia globale e nazionale presso la New Economics Foundation: “Nei paesi in via di sviluppo sottoporre servizi vitali ai rigori delle forze di mercato può avere conseguenze molto serie: in un contesto dove metà della popolazione sopravvive con meno di un dollaro al giorno, per la gente non c’è la possibilità di pagare per i servizi e se non si paga, i servizi non vengono offerti. In quelle condizioni ciò significa uccidere degli esseri umani”.
Le guerre intestine dei sindacati a stelle e strisce
The New York Times – Usa
Ci si aspettava che la vittoria di Obama avrebbe cambiato tutto. Con i democratici al comando sia alla Casa Bianca che al Congresso, le carte erano a favore del movimento dei lavoratori. Eppure molte organizzazioni sindacali americane sembrano distratte da lotte intestine. A questo tema il New York Times dedica un lungo articolo che esamina debolezze e contraddizioni del sistema sindacale statunitense. Il servizio prende il via da alcune valutazioni di esperti ed attivisti. C’è chi come Amy B. Dean – che ha dedicato un libro alle strategie per rafforzare l’organizzazione sindacale - parla di un suicidio: “La controparte non deve neppure sforzarsi per colpirci”, e c’è chi come Charles B. Craver, docente di diritto del lavoro alla George Washington University, tenta di analizzare le possibili conseguenze: “I sindacati devono fare fronte unito quando si presentano al Congresso per ottenere leggi a loro favore. Se mancano questa occasione, sarà un momento molto triste perché potrebbero non averne un’altra per anni a venire”.
Dietro lotte e battaglie non ci sono grandi differenze filosofiche – spiega il New York Times – quanto piuttosto degli scontri di potere che potrebbero costare anche la mancata approvazione dell’Employee Free Choice Act, la legge più attesa che dovrebbe semplificare l’iscrizione al sindacato. Il quotidiano della Grande Mela passa in rassegna fusioni e scissioni. Dalla nascita del sindacato dei servizi Unite Here, che ha riunito due diverse organizzazioni, all’eventuale divorzio con tanto di sferzate tra i due segretari passando per i 100mila fuorisciti che hanno optato per la confederazione SEIU accusata a sua volta di vera e propria “pirateria”. L’articolo non dimentica neppure le fratture tra l’AFL-CIO e Change to Win che, dopo l’elezioni del presidente Obama, si pensava venissero facilmente risolte. Le conclusioni sono affidate ancora all’attivista Amy B. Dean: “E’ doloroso assistere a queste lotte intestine. Il movimento sindacale non può spendere e sprecare questo tipo di risorse, alla fine della fiera gli interessi dei lavoratori non fanno progressi”.
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13/07/2009 17:04














