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Dopo l’Aquila

L’ultimo dei G8? Sicuramente il più modesto

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Tutti d’accordo sulla necessità di cambiare formula. Nessuna svolta epocale nelle dichiarazioni approvate. Sul clima è mancato il dialogo col resto del mondo. Ignorata la crisi sistemica del capitalismo. Unica certezza: la leadership di Obama

di Davide Orecchio

autore: zyrcster, da flickr (immagini di Davide Orecchio)
Il Financial Times, in un articolo pubblicato a ridosso del G8 dell’Aquila, ammoniva chiunque pensasse che questi vertici siano arrivati al capolinea: no, il potere economico è ancora nelle mani degli Otto Grandi – spiegava il quotidiano britannico – e solo loro possono rilanciare l’economia mondiale. Tutto vero, ma se è ancora tra gli Otto che si decide il destino del mondo, non è comunque nei loro vertici e nelle ponderose dichiarazioni finali che tale destino viene messo a fuoco. Gli Otto decidono, ma non assieme, non in queste occasioni, e soprattutto non è la loro “G-sede” il luogo del governo del mondo. Quindi non è affatto paradossale che l’esito più condiviso del G8 dell’Aquila sia proprio che… il G8 non basta più, se mai è bastato. L’hanno spiegato, in momenti diversi della tre giorni aquilana, Barack Obama, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, vale a dire gli unici tre leader occidentali e “giottini” in questo momento nel pieno delle loro funzioni, non indeboliti da crisi politiche (come Gordon Brown) o extra-politiche (come Silvio Berlusconi), e quindi autorevoli.

Non basta, va allargato ai paesi emergenti in un G da definire (G14? G20?), il che è stato confermato proprio dalla seconda giornata dei lavori allargata al G14, quando la Cina con l’appoggio dell’Egitto ha bloccato l’accordo per il dimezzamento delle emissioni di anidride carbonica. Con un semplice veto Pechino ha vanificato una delle decisioni più ambiziose del vertice. Così come, nel mondo diviso dalla cortina di ferro, l’Urss sabotava le delibere delle Nazioni Unite con i propri, di veti. Ovvio: se un veto ha più potere di una proposta, vuol dire che l’organismo non funziona. (Sulle motivazioni della Cina e lo scontro che si profila tra paesi emergenti e paesi “arrivati” riguardo al modello di sviluppo si veda Federico Rampini su Repubblica).

Tra le altisonanti dichiarazioni formulate – su economia, regole etiche per la finanza, clima, aiuti ai più poveri – nessuna sembra prefigurare svolte epocali. Non si va oltre la generica condanna del protezionismo, lo sbandierato rilancio della globalizzazione commerciale, la replica di finanziamenti ai paesi poveri già stanziati in vertici passati. Per farsi un’idea di quanto avrebbe potuto fare e non ha fatto il G8, si mettano a confronto le dichiarazioni per un futuro sostenibile e sull’agenda globale col documento inoltrato al vertice dagli economisti del GN ombra (Shadow GN) coordinati in una giornata primaverile a Roma da Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi. La Tageszeitung ricorda con costernazione che proprio Stiglitz aveva consigliato di rimpiazzare il dollaro “come valuta di riferimento”, così da fronteggiare l’instabilità monetaria globale e l’aumento dei prezzi del petrolio. Una proposta che il G8 ha letteralmente ignorato, e che sembra interessare solo a paesi ospiti come Brasile e Cina.

Per non parlare del mondo del lavoro (appena citato nei documenti) e i suoi rappresentanti, con i quali il vertice non ha neppure fatto finta di dialogare.

Sull’ambiente – come ha rilevato Die Welt – “i paesi in via di sviluppo per la prima volta si sono dichiarati a favore di una responsabilità propria in fatto di protezione del clima e aiuti allo sviluppo”. C’è stata l’intesa sul contenimento del surriscaldamento planetario entro i due gradi centigradi, che ha suscitato l’inevitabile commento: “Un obiettivo a lungo termine” ma “nessun passo concreto” (Financial Times Deutschland). Ma l’agenda complessiva non è all’altezza della sfida, e l’Occidente ha dimostrato di non saper dialogare col resto del mondo, concordando misure che Jeremy Rifkin ha giudicato ridicole nel ricordare (su Repubblica) che “non bisogna dire ai vari paesi quante emissioni tagliare, ma quanti impianti puliti costruire”.

Meglio sorvolare sulle risibili promesse ad Africa & Co. (ma cosa c’era da aspettarsi in tempi di crisi economica e casse vuote?). Mentre l’Italia terremotata politicamente e istituzionalmente dagli scandali berlusconiani (le macerie aquilane ne sono state un simbolo possente) è riuscita, ancora una volta, a cavarsela, parando gli attacchi di chi la vorrebbe estromettere dal G8. Ma la gestione del vertice non è andata molto oltre la forma e il cerimoniale, tanto che il blog Wittgenstein di Luca Sofri ha commentato: “A giudicare dal tenore dei complimenti che l’Italia sta ricevendo (…) se c’è da organizzare un catering alla Casa Bianca ce lo danno di sicuro”.

Il G8 di Obama
Dal vertice aquilano, invece, emerge la rinnovata leadership degli Stati Uniti. Consolidata tanto nell’agenda dei temi affrontati (e limati grazie all’opera dell’infaticabile sherpa Mike Froman, assurto a celebrità dalle quinte del G8), quanto nel carisma del presidente Barack Obama. Il laboratorio delle idee dell’Occidente è di nuovo l’America, anche se sul clima Obama non sta facendo grandi rivoluzioni con una legge d’ispirazione repubblicana che non va oltre il trading dei diritti d’emissione. Idee e leadership che si sono incarnate nei gesti di Obama, nelle sue parole e soprattutto nella sua formidabile passeggiata tra le macerie della zona rossa all’Aquila. Doveva essere una semplice e inutile passerella. Poteva risolversi in un numero da avanspettacolo (vista la compagnia). Obama ne è riuscito a fare un momento di sostanza, trasmettendo un sincero dolore per la tragedia del terremoto. Carisma, magia, polpa… nessun vertice G8 passa alla storia e quindi neanche questo, che però passa alla cronaca come “Il G8 di Obama”. E ora appuntamento a Pittsburgh, per un G20 guidato dagli States il cui presidente deve ancora dimostrare al mondo se è in grado di cambiarlo almeno un po’.



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10/07/2009 18:05

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