
Autunno caldo
Novembre ’69, centomila tute blu invadono Roma
Quando i metalmeccanici sfilavano tutti insieme. Il timore delle provocazioni, i comizi di Trentin, Benvenuto e Macario. “Erano in centomila, i romani non avevano mai visto tanti operai in una sola volta”
di Bruno Ugolini
» SPECIALE, L'autunno caldo degli operai
Ed ecco Piazza del Popolo nereggiante di folla e sopra un elicottero minaccioso, simbolo di un potere lontano, che ronza e ronza, provocando urla e pugni alzati verso il cielo. Quasi una sfida. Sul palco, al microfono, i volti tesi di Bruno Trentin, Giorgio Benvenuto, Luigi Macario. Tutte immagini poi rimbalzate in un bel documentario di Ugo Gregoretti. Scene irripetibili, anche perché allora c’era tutto il sindacato, la Fiom, ma anche la Fim Cisl e la Uilm Uil. Oggi non è più così e non è piacevole registrarlo. Quel giorno io non scrivo la cronaca principale. Mi affidano i resoconti dei comizi mentre Ugo Baduel e Alessandro Cardulli descrivono un corteo lungo cinque chilometri. Il titolo principale racconta di una grande vittoria operaia mentre è interessante notare come l’editoriale anonimo (del giornale diretto da Pajetta, Maurizio Ferrara e Sergio Segre, con Alessandro Curzi caporedattore) sostiene che “l’unità sindacale è tornata a trionfare in Italia di ogni ostacolo, di ogni incertezza, di ogni attentato”.
Un concetto così approfondito, il giorno dopo, da Bruno Trentin: “Il confronto, la critica reciproca, lo scontro anche di posizioni diverse fra organizzati e movimento studentesco possono oggi diventare la matrice di una forza nuova che va ben al di là di una lotta contrattuale”. È la convinzione di poter costruire un movimento organizzato capace di allearsi con altri soggetti, come le nuove generazioni studentesche. Sono parole dettate dalla passione divorante che ha percorso quella giornata di quarant’anni fa. C’era allora, in quelle donne e in quegli uomini che sfilavano, la convinzione di poter stare insieme, anche con idee diverse. Poi le cose sono andate come tutti sappiamo. E al cronista forse un po’ malato di nostalgia viene da chiedersi perché non sia possibile oggi, tra gli elementi evidenti di crisi se non di sfacelo nell’economia e nella società, non tentare di ripetere in altro modo quel vecchio sogno. Resuscitare il sindacato unito. Non è forse vero che l’Italia di oggi ne avrebbe bisogno più che mai? O bisogna arrendersi e dare per spacciata quell’epoca per stare chiusi nella propria casa?.
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09/07/2009 16:07














