
Scalo internazionale
L’Italia si è dimenticata l’Africa
Pillole dai media esteri. Bob Geldof e il Papa contro Berlusconi per i mancati aiuti all’Africa. Giappone, alla scoperta della protesta perduta
Bob Geldof e il Papa contro Berlusconi
The Times
Un’intervista come un match di boxe. Così Mario Calabresi, il direttore del quotidiano La Stampa, ha definito l’incontro tra il cantante Bob Geldof e il primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Ne dà conto il britannico Times che chiarisce come al centro della polemica ci siano i mancati aiuti all’Africa. L’artista inglese ha parlato dei tagli imposti dal governo italiano che dopo aver promesso grandi sostegni non ha soddisfatto nessuna delle aspettative. Berlusconi è diventato così “Mr. 3%” – il signor 3% - la percentuale striminzita che l’Italia ha stanziato a fronte dell’impegno assunto nel 2005 durante il G8 di Gleneagles. Davanti a un Geldof stizzito, il premier italiano non ha potuto far altro che chiedere scusa: “Mi dispiace, abbiamo commesso un errore… Il nostro ministro dell’economia Giulio Tremonti si è impegnato per ricalibrare i nostri stanziamenti nell’arco dei prossimi tre anni”.
“Come puoi presiedere il G8? Dov’è la tua credibilità?” ha chiesto Geldof che, per un giorno, ha diretto il quotidiano torinese. Berlusconi si è difeso tirando in ballo gli attacchi della stampa e dei magistrati e poi i due anni e mezzo di governo Prodi e la crisi finanziaria. “Irrilevante” ha risposto l’artista che da anni guida la campagna anti-povertà. Il direttore Mario Calabresi ha temuto più volte che uno dei due interlocutori abbandonasse l’intervista, ma per Berlusconi quelli di Geldof non erano gli unici colpi da incassare. Anche il Papa Benedetto XVI – riferisce il Times – ha scritto una lettera aperta al premier sollecitando i leader del G8 a difendere i poveri, ascoltare la voce dell’Africa. Per il pontefice sarebbe proprio questo il momento per mantenere e potenziare gli aiuti allo sviluppo non a dispetto della crisi ma proprio perché essi sono una delle principali soluzioni ad essa. Non a caso proprio su questi temi si concentrerà la prossima enciclica.
Giappone, alla scoperta della protesta perduta
The New York Times – Usa
Secondo il quotidiano della Grande Mela, protestare è un arte ma in Giappone l’estro dei giovani non ha avuto modo di applicarvisi. Almeno non fino a poco tempo fa quando un gruppo di ragazzi si è riunito nei parchi e nelle strade intonando slogan per condannare il governo giapponese che non risponderebbe alla mancanza di posti di lavoro e di opportunità. Niente di paragonabile a quanto sta accadendo in queste settimane in Iran, e neppure alle mobilitazioni di massa che occorrono di tanto in tanto in Occidente. Eppure per Tokyo e i giapponesi si tratta di “un netto distacco dalla norma”.
Il New York Times spiega che fin dagli anni ’60 in Giappone protestare è una sorta di tabù. A cambiare le cose sono stati “i dolori della recessione” che hanno dato vita a un nuovo attivismo tra i giovani, a lungo considerati “apatici”. Obiettivo dei ragazzi giapponesi è cambiare la società ma se gli ultimi attivisti degli anni ’60 protestavano per modificare le basi borghesi della società giapponese, quelli di oggi lottano per farne parte. Tra le loro richieste: maggiori opportunità professionali, posti di lavoro più sicuri e un welfare sociale più efficace. Tuttavia dopo anni di silenzio e rarissime agitazioni, occorre una sorta di formazione alla protesta. A offrirla è un centro di ricerca il Pacific Asia Research Center. L’istituto che generalmente organizza seminari su questioni di interesse sociale come la lotta alla povertà, ora offre un corso per il perfetto attivista, partendo dagli slogan fino alle campagne via web.
Da dove nasce il malcontento? Da un tasso di disoccupazione in crescita che per i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni si attesta sul 9,6%, ma anche da un’economia in picchiata che nei primi quattro mesi dell’anno ha registra un clamoroso -14,2% su base annuale. A rimetterci di più ancora una volta i ragazzi, con contratti precari e temporanei, frutto di una deregolamentazione decennale. Nel frattempo i lavoratori – tutti – stanno cercando di organizzarsi in sindacati, mentre il partito comunista conquista un migliaio di iscritti al mese.
The Times
Un’intervista come un match di boxe. Così Mario Calabresi, il direttore del quotidiano La Stampa, ha definito l’incontro tra il cantante Bob Geldof e il primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Ne dà conto il britannico Times che chiarisce come al centro della polemica ci siano i mancati aiuti all’Africa. L’artista inglese ha parlato dei tagli imposti dal governo italiano che dopo aver promesso grandi sostegni non ha soddisfatto nessuna delle aspettative. Berlusconi è diventato così “Mr. 3%” – il signor 3% - la percentuale striminzita che l’Italia ha stanziato a fronte dell’impegno assunto nel 2005 durante il G8 di Gleneagles. Davanti a un Geldof stizzito, il premier italiano non ha potuto far altro che chiedere scusa: “Mi dispiace, abbiamo commesso un errore… Il nostro ministro dell’economia Giulio Tremonti si è impegnato per ricalibrare i nostri stanziamenti nell’arco dei prossimi tre anni”.
“Come puoi presiedere il G8? Dov’è la tua credibilità?” ha chiesto Geldof che, per un giorno, ha diretto il quotidiano torinese. Berlusconi si è difeso tirando in ballo gli attacchi della stampa e dei magistrati e poi i due anni e mezzo di governo Prodi e la crisi finanziaria. “Irrilevante” ha risposto l’artista che da anni guida la campagna anti-povertà. Il direttore Mario Calabresi ha temuto più volte che uno dei due interlocutori abbandonasse l’intervista, ma per Berlusconi quelli di Geldof non erano gli unici colpi da incassare. Anche il Papa Benedetto XVI – riferisce il Times – ha scritto una lettera aperta al premier sollecitando i leader del G8 a difendere i poveri, ascoltare la voce dell’Africa. Per il pontefice sarebbe proprio questo il momento per mantenere e potenziare gli aiuti allo sviluppo non a dispetto della crisi ma proprio perché essi sono una delle principali soluzioni ad essa. Non a caso proprio su questi temi si concentrerà la prossima enciclica.
The New York Times – Usa
Secondo il quotidiano della Grande Mela, protestare è un arte ma in Giappone l’estro dei giovani non ha avuto modo di applicarvisi. Almeno non fino a poco tempo fa quando un gruppo di ragazzi si è riunito nei parchi e nelle strade intonando slogan per condannare il governo giapponese che non risponderebbe alla mancanza di posti di lavoro e di opportunità. Niente di paragonabile a quanto sta accadendo in queste settimane in Iran, e neppure alle mobilitazioni di massa che occorrono di tanto in tanto in Occidente. Eppure per Tokyo e i giapponesi si tratta di “un netto distacco dalla norma”.
Il New York Times spiega che fin dagli anni ’60 in Giappone protestare è una sorta di tabù. A cambiare le cose sono stati “i dolori della recessione” che hanno dato vita a un nuovo attivismo tra i giovani, a lungo considerati “apatici”. Obiettivo dei ragazzi giapponesi è cambiare la società ma se gli ultimi attivisti degli anni ’60 protestavano per modificare le basi borghesi della società giapponese, quelli di oggi lottano per farne parte. Tra le loro richieste: maggiori opportunità professionali, posti di lavoro più sicuri e un welfare sociale più efficace. Tuttavia dopo anni di silenzio e rarissime agitazioni, occorre una sorta di formazione alla protesta. A offrirla è un centro di ricerca il Pacific Asia Research Center. L’istituto che generalmente organizza seminari su questioni di interesse sociale come la lotta alla povertà, ora offre un corso per il perfetto attivista, partendo dagli slogan fino alle campagne via web.
Da dove nasce il malcontento? Da un tasso di disoccupazione in crescita che per i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni si attesta sul 9,6%, ma anche da un’economia in picchiata che nei primi quattro mesi dell’anno ha registra un clamoroso -14,2% su base annuale. A rimetterci di più ancora una volta i ragazzi, con contratti precari e temporanei, frutto di una deregolamentazione decennale. Nel frattempo i lavoratori – tutti – stanno cercando di organizzarsi in sindacati, mentre il partito comunista conquista un migliaio di iscritti al mese.
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07/07/2009 00:16














