Per i lavoratori delle costruzioni è un lungo, faticoso, percorso solitario. Nel 2007 uno su cinque ha dovuto aprire un contenzioso con l’Inail per vedere riconosciuti i propri diritti e ottenere una rendita. Uno studio Ires-Inca-Fillea
di Barbara Cannata
“Dopo l’infortunio resti solo un numero…quando lavori servi a qualcosa, ma quando non lavori ti abbandonano tutti” parla così Benedetto, nome di fantasia, muratore di Napoli, invalidità permanente a seguito di un infortunio sul lavoro avvenuto nel cantiere dove non lavora più. Ma potrebbe chiamarsi Giovanni o Mimmo o Alan e fare il muratore a Trento o Perugia o Cagliari. La storia è sempre quella: che non appare, che nessuno racconta, che non fa “notizia”. La storia del lungo, faticoso, complicato, solitario percorso che Benedetto e i suoi cari, come tutti i lavoratori vittime di infortunio sul lavoro e le loro famiglie, si trovano ad affrontare per vedersi riconosciuti i diritti. Un percorso a ostacoli in cui il lavoratore sembra non trovare alleati, neanche negli istituti preposti alla tutela della sua salute e dei suoi diritti.
Nel 2007 nel settore delle costruzioni sono stati quasi 102 mila gli infortunati e 275 i morti, un infortunio su cinque e un decesso su sei ha riguardato un lavoratore straniero. Questo ci raccontano i freddi e impietosi dati statistici. Ma, cosa accade dopo? Come, quando, in che misura, con quale iter, con quali tempi a quel lavoratore infortunato o a quella famiglia che ha perso il proprio caro viene riconosciuto l’invalidità, la pensione, il risarcimento, giustizia? E ancora:cosa accade a chi vuole tornare a lavorare dopo un lungo percorso riabilitativo?
A tutto questo tenta di dare una risposta lo studio realizzato dall’Ires e dalla Fillea Cgil, la prima indagine organica dedicata alle vittime di infortuni sul lavoro, che ha l’obiettivo di analizzare le conseguenze pratiche e l’impatto psico-fisico sulla vita dei lavoratori infortunati e verificare quale sia il percorso che deve essere affrontato per affermare i diritti e perseguire un efficiente percorso di cura e reinserimento al lavoro.
“Per realizzare questa ricerca abbiamo accompagnato all’analisi dei dati numerose interviste realizzate in tutta Italia, descrivendo il fenomeno a partire dalle cause fino alle effettive conseguenze dell’infortunio. Nel complesso le interviste descrivono posti di lavoro rischiosi, dove le norme sono rispettate solo raramente, c’è poca formazione, i ritmi di lavoro sono sempre più frenetici e la catena degli appalti rende difficile garantire la sicurezza.” Raccontano Daniele di Nunzio e Emanuele Galossi, ricercatori Ires Cgil che sottolineano come, nel momento in cui accade l’infortunio, “la sensazione più diffusa tra gli intervistati è di sentirsi soli e in balia degli eventi, soprattutto perché non trovano nelle istituzioni un supporto adeguato. Chi subisce un infortunio, infatti, è spesso costretto a mobilitarsi in prima persona per cercare di ottenere il giusto riconoscimento, ma per farlo ha bisogno del sostegno del sindacato o di altre associazioni, ovvero di familiari e amici.”
L’iter per il riconoscimento dell’invalidità è un percorso fatto di continui esami, valutazioni, ricorsi, visite mediche e raccolte di documenti secondo una logica simile a quella del tribunale, che a volte fa sentire il lavoratore come implicato in un processo. “Il rapporto con l’Inail è vissuto in maniera controversa – affermano i due ricercatori – perché le difficoltà procedurali e burocratiche, i ritardi e il costante rischio di veder sottostimato il danno subito, rendono il rapporto con l’istituto più conflittuale che collaborativo. A volte il comportamento dell’Inail sembra mosso da una razionalità burocratica che pone in secondo piano gli interessi dei lavoratori privilegiando il rispetto formale delle procedure e il contenimento dei costi.”
Stando ai dati del 2007, infatti, un lavoratore su cinque ha dovuto aprire un contenzioso con l’Inail per vedere riconosciuti i propri diritti e ottenere una rendita in seguito a un infortunio. A questo si aggiunge un ulteriore motivo di frizione con l’Istituto sui i tempi di indennizzo “sebbene sia vero che per la definizione delle pratiche i tempi medi sono in diminuzione - con 26 giorni di media nel 2007 – ancora un caso su cinque (il 20%) è trattato oltre i termini previsti. E non va dimenticato – proseguono di Nunzio e Galossi – che ogni infortunio riguarda individui e famiglie che vivono situazioni di difficoltà fisica, psicologica ed economica, e ogni giorno trascorso senza il giusto riconoscimento dell’indennizzo aggrava la loro situazione.
Dalla ricerca Ires emergono poi ulteriori problemi, come la difficoltà di poter essere reintegrati al lavoro, magari accedendo alle cosiddette quote di riserva per i lavoratori invalidi, che non è sufficientemente sostenuta dalle strutture d’inserimento al mercato del lavoro. E poi le conseguenze psicologiche sia per l’infortunato che per la famiglia “in tal senso sarebbe estremamente utile attivare delle pratiche di sostegno e supporto specifiche, così come l’Inail dovrebbe dare maggiore rilevanza a questo aspetto nella definizione dell’infortunio, considerando con maggiore attenzione anche le conseguenze per la salute mentale nel determinare il grado dell’invalidità”, proseguono i ricercatori, che sottolineano come da questa ricerca appare evidente la necessità che “le istituzioni svolgano un ruolo di supporto per un reale processo di ri-affermazione individuale e di ricostruzione dell’identità per chi subisce un infortunio sul lavoro, oltre che garantire un maggior controllo sulle condizioni di lavoro”.
Per Moulay El Akkioui, segretario nazionale della Fillea, quella degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni è una tragica piaga “rafforzata anche dalla forte frammentazione del sistema delle imprese e dall’altrettanto forte presenza di evasione contributiva e ricorso al lavoro nero, dunque di illegalità. In questo momento di crisi poi si assiste a una maggiore precarizzazione del lavoro e dove aumenta la precarietà aumenta il ricatto, diminuiscono i diritti e le tutele. Quante volte gli infortuni di piccola entità non vengono denunciati per paura di perdere il posto di lavoro? E questo avviene sempre più spesso tra i lavoratori stranieri che, spinti dalla paura che la Bossi Fini li possa rimandare a casa, vivono una situazione di doppio ricatto” prosegue il segretario Fillea “e quindi assistiamo a un peggioramento della condizione di questi lavoratori e a un aumento delle illegalità, fino a tracimare in comportamento criminale, come è accaduto pochi giorni fa a Catania, dove un lavoratore morto in cantiere è stato trascinato in strada dal titolare della ditta edile per simulare un incidente stradale”.
Per Piero Leonesio, segretario nazionale Fillea “servono regole nella direzione della qualità e della sicurezza, ma questa non sembra essere la filosofia ispiratrice del governo. Lo vediamo con il Testo Unico sulla sicurezza che rischia di essere stravolto, lo vediamo nelle scelte del ministro del Lavoro che riduce per il 2009 del 17% le ispezioni sul lavoro e suggerisce agli ispettori di trasformarsi in consulenti aziendali e dare priorità alla continuità produttiva. Tutto ciò – continua il sindacalista– è l’opposto di quello che servirebbe, soprattutto in un momento di crisi, quando invece sarebbe necessario rafforzare il sistema delle regole, evitando che si produca una competitività basata sull’abbattimento dei costi, che nelle costruzioni significa automaticamente riduzione del costo del lavoro, in termini di qualità, di tutele e di sicurezza”.
Per la Fillea, oltre alle azioni di contrasto, ai controlli, alla prevenzione, c’è bisogno di un “cambio culturale, facendo entrare la sicurezza nella coscienza profonda di tutti. Per questo chiediamo che la sicurezza entri nelle scuole per attecchire nelle coscienze dei futuri lavoratori e dei futuri imprenditori. Lavorare in sicurezza aumenta la ricchezza di un paese, ne taglia alla radice una grande parte di costi sociali ed è motore per una sana competitività economica”.
Qui si stanno facendo presenti le difficoltà a cui va incontro un operaio che di salvaguardie e tutele , per poche che siano , qualcuna la ha tipo : cassa integrazione , infortunio , cassa malttia , disoccupazione . Ma si è pensato a cosa va incontro un autonomo , un commerciante che ha la sventura di avere un incidente , un intervento che lo rende invalido , che non gli permette di continuare a svolgre l'attività che svolgeva , quella che gli dava sostentamento ? .. N E S S U N A ...
L'Istituto ottimista, ma è un bilancio drammatico. Meno infortuni perchè cambia la struttura economica dell'Italia: dal modello agricolo a quello postindustriale. Le malattie professionali sono in forte aumento e restano sottostimate