
Scalo internazionale
Voto in Iran, la cautela di Washington
Pillole dai media esteri. Usa ed Europa reagiscono alle elezioni in Iran con un fair play forse eccessivo. Un elettore iraniano scrive a Salon.com: “E’ stato un golpe”. Eric Hobsbawm sul Guardian: in Europa le sinistre vanno a marcia indietro
di (a cura di) Davide Orecchio e Martina Toti
Tehran, l’alba del giorno dopo
Salon.com – Usa
Una lettera che resta anonima per ragioni di sicurezza. Una capitale, quella iraniana, teatro di scontri e violenze dopo la vittoria elettorale del presidente Ahmadinejad. Il web-magazine americano Salon.com pubblica la missiva di un elettore iraniano. “E’ sempre più chiaro che si è trattato di un colpo di palazzo, nello stile del Perù di Fujimori. (…) Per le strade – scrive l’autore della lettera – l’atmosfera è incredibilmente tesa ed estremamente esplosiva. (…) L’ovvio latrocinio del risultato elettorale ha fatto infuriare e deluso milioni di persone, ora occorre dimostrare che quella stessa gente non si arrenderà.” Chi scrive la lettera esamina la strategia della leadership iraniana: una strategia “sbagliata” perché “sacrificando l’attuale presidente, il sistema avrebbe potuto godere di altri 10, 20 anni di energia. La legittimità, molto discussa dagli scienziati sociali, ora inizia a contare. Non comanda solo la forza, anche se per ora sembra questa essere la situazione in Iran. I calcoli di breve termine si dimostreranno disastrosi. Ad accompagnare ai seggi i propri padri sono stati bambini di nove anni che hanno atteso in coda per ore. Una delusione cui non si porrà rimedio tanto facilmente e che non sarà mai sanata.” Mentre tante organizzazioni, compresa la International Alliance in support of Iranian Workers, denunciano nuovi abusi e l’arresto di sindacalisti in molte città, questo elettore scrive che i tanti milioni di uomini e donne che si sono recati alle urne, “così tanti per la prima volta nella storia, non sono stati presi in giro”. Il loro voto, insomma, conta già perché hanno contribuito a chiarire le contraddizioni della democrazia iraniana.
Voto in Iran, la cautela di Washington e Bruxelles
Il caotico day after iraniano, dopo le elezioni presidenziali, sta complicando i piani di Barack Obama e in particolare la gestione della prevista apertura verso la Repubblica islamica. Lo scrive il Washington Post in un servizio pubblicato oggi. Il Post nota come l’amministrazione sia “rimasta tranquilla per quanto possibile nel corso della campagna elettorale iraniana e durante i giorni delle proteste”. Il vice presidente Biden, intervistato dalla Nbc, ha ammesso di avere dubbi riguardo la correttezza delle elezioni, ma che per il momento gli Stati Uniti “tratterranno qualsiasi tipo di commento”. Biden ha anche detto, però, che su queste elezioni “resta un mucchio inquietante di domande” e ha rilevato che l’alta affluenza alle urne nelle aree urbane contraddice l’ampio margine di vittoria proclamato da Ahmadinejad. Ad ogni modo – ha detto Biden - “stiamo aspettando di vedere”. Una risposta prudente – commenta il Post - che illustra l’equilibrio che l’amministrazione Obama sta cercando tra la condanna di un’elezione che appare sempre più “fraudolenta” e la probabilità di dover avere ancora Ahmadinejad come interlocutore. Secondo il Post “il tono e l’approccio misurato sono in contrasto con alcune delle reazioni dell’amministrazione Bush sulle elezioni all’estero”. Il Post fa l’esempio delle elezioni in Venezuela nel 2002, che Bush condannò appena un giorno dopo la chiusura dei seggi con la vittoria di Hugo Chávez. Ma per il Post la reazione “cauta” dell’amministrazione Obama “riflette anche la peculiare natura della democrazia in Iran, e quale effetto – se ce ne sono – può esserci per il vincitore di questa elezione presidenziale sugli interessi della politica statunitense nella regione”. Anche il Post rileva, infatti, che la vera autorità politica è nelle mani dell’ayatollah Ali Khamenei, “un religioso sciita che detiene il titolo di leader supremo”. Politica estera e politica nucleare rientrano nella sua competenza. E Khamenei non ha vinto né perso le elezioni.
In Europa, si registra l’altrettanto cauta “preoccupazione” espressa dalla Ue. “Il Consiglio – si legge nelle conclusioni adottate oggi dai ministri degli Esteri dei Ventisette - ha preso nota dei risultati annunciati dalla Commissione elettorale ed anche delle preoccupazioni sullo svolgimento delle elezioni espresse da numerosi candidati. Questa è una materia che le autorità iraniane devono considerare e sulla quale devono investigare”. I ministri degli Esteri hanno anche espresso “seria preoccupazione per la violenza nelle strade e l'uso della forza contro manifestanti pacifici. E' essenziale che le aspirazioni del popolo iraniano possano essere raggiunte attraverso mezzi pacifici e che la libertà di espressione sia rispettata”.
Le sinistre vanno a marcia indietro
Eric Hobsbawm sul Guardian
Il fascismo è di nuovo in marcia? Se lo chiede il britannico The Guardian. Anzi ha girato la domanda a un gruppo di storici, dopo che nelle elezioni europee non solo il Labour è crollato, ma ha suscitato clamore il risultato del British National Party (Bnp), formazione di estrema destra xenofoba capeggiata da Nick Griffin, che ha ottenuto due eurodeputati e si è attestato intorno al 6%. Per Eric Hobsbawm, uno degli studiosi che hanno risposto al Guardian, il problema però è un altro.
“La caratteristica più sorprendente di queste elezioni non è la minaccia di estrema destra – argomenta Hobsbawm -, anche se è chiaro che esiste uno spostamento a destra, e che i governi di centro-destra faranno più concessioni all’estrema destra. La vera storia è la crisi della sinistra”. Per lo storico inglese accadde lo stesso nel 1930, “quando l'effetto della Depressione fu quello di rafforzare la destra e annullare la sinistra – il Labour si ridusse a 50 deputati nel 1931. In seguito la sinistra tornò ad aumentare, ma non sono ottimista sulla possibilità che accada di nuovo”. Per Hobsbawm, infatti, “i partiti socialdemocratici di tutta Europa sono in declino. Un declino non così drammatico come quello dei comunisti di una generazione fa, ma comunque marcato. La sinistra europea si appoggiava su una classe operaia che non esiste più nella sua vecchia forma, e per recuperare deve trovare una nuova ragione d’essere e un nuovo elettorato. Questo può essere difficile". Hobsbawm ricorda che la sinistra è in difficoltà in tutto il mondo: il Labour nel Regno Unito, i socialisti francesi, i democratici italiani. “I socialisti spagnoli, uno dei pochi partiti di sinistra che hanno preso voti negli ultimi anni, sono scivolati come gli altri. La Spd in Germania non è andata malissimo, come previsto, ma non supera il 20%, e queste perdite non sono compensate dai voti della Nuova Sinistra. Abbiamo visto la demoralizzazione della sinistra francese e un certo grado di disintegrazione della sinistra in Germania. Perciò – conclude Hobsbawm – i socialdemocratici avranno bisogno di una nuova visione e una nuova base sociale”.
Licenza di lavorare
The New York Times – Usa
Il quotidiano della Grande Mela racconta la storia di alcuni impiegati statunitensi costretti a stare in licenza a causa della crisi ma sempre, inevitabilmente, al lavoro. Una di loro, la californiana Wendy Roberson aveva addirittura fondato un club, per scherzare sui venerdì di libertà forzata ma poi i membri non si sono mai incontrati: perché di venerdì si lavora comunque anche se, a fine mese, gli assegni sono sempre più bassi. Roberson è una dipendente statale della California, ha perso il 10% del salario dopo i tagli dello scorso febbraio, ma il suo orario di lavoro non si è ridotto. “Ci si sente colpevoli – ha spiegato al New York Times – a lasciare il lavoro quando c’è ancora tanto da fare.” “In California e altrove – spiega il quotidiano – la gente ha cercato di immaginare come trarre il massimo beneficio dalle licenze temporanee, e in genere non retribuite, apprezzando comunque il fatto che sono un’alternativa decisamente migliore rispetto al licenziamento. Tuttavia per molti il progetto di trasformare i giorni non pagati in ferie modeste, trascorse a godere delle cose semplici della vita come i film, le passeggiate nei parchi, i pisolini o i viaggi per visitare i nonni hanno lasciato il posto a un’altra realtà.” Spesso capita che le aziende ricorrano alle licenze per tagliare il costo del lavoro chiedendo, più o meno indirettamente, di continuare a lavorare come al solito; altre volte i lavoratori si sentono in colpa nei confronti dei loro colleghi e preferiscono restare in ufficio; infine, resta sempre il timore che la licenza possa essere l’anticamera per gli esuberi. Per il New York Times, gli americani si trovano davanti a una “nuova frontiera, e le regole vengono scritte in corsa”. Ad approfondire le conseguenze di questa condizione, è il professor Robert Bruno, che insegna relazioni sindacali all’Università dell’Illinois. Secondo il docente, le licenze possono essere esperienze traumatiche, “pericolose perché rompono il rapporto tra un impiegato e il suo compenso, perciò la reazione emotiva prende il sopravvento sul pensiero razionale. Sembra una punizione, che lo sia o no.” Per comprendere qual è l’atmosfera tra questi lavoratori basti considerare che solo due degli intervistati hanno permesso che i propri nomi venissero pubblicati dal New York Times, altri, temendone le conseguenze, hanno chiesto che non lo fossero infine, altri ancora hanno esitato a lamentare la propria condizione ricordando quanti tra familiari e amici hanno dovuto affrontare la perdita del posto di lavoro.
Crisi. Il peggio deve ancora venire
The Guardian – Uk
Crisi finanziaria: il peggio deve ancora venire. E’ la possibilità paventata dal direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn. A riferirlo è il quotidiano inglese The Guardian, che sottolinea la cautela con cui il capo del FMI guarda ai cosiddetti “green shots” – letteralmente i germogli verdi che, secondo alcuni, rappresenterebbero evidenti segnali di ripresa. La considerazione arriva a commento del G8 della finanza che si è tenuto nel fine settimana a Lecce. Durante un incontro con il primo ministro khazaco Strauss-Kahn ha dichiarato: “Non abbiamo ancora superato il peggio.” Ha poi discusso della crescita del credito, “sintomo che l’attività finanziaria ha iniziato a riprendersi ma non ha chiarito se il Fondo Monetario presenterà una exit strategy, una volta che la ripresa sia stata confermata.” L’articolo del Guardian prosegue concentrandosi sulla recessione in Gran Bretagna dove è stata l’organizzazione degli industriali ad annunciare che bisognerà attendere il 2010, che la crisi è tutt’altro che terminata e che la recessione continuerà a limitare i prestiti delle banche e a ridurre i consumi ancora per un lungo periodo. A complicare il quadro i dati sull’occupazione pubblicati dall’Eurostat. Nel primo trimestre del 2009 il calo è stato dell0 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti, vale a dire 1.220.000 disoccupati in più solo nella zona euro. Un risultato che conferma e rafforza la tendenza negativa registrata nel 2008 e che vede soffrire tutte le principali economie europee, a partire da quella spagnola.
Salon.com – Usa
Una lettera che resta anonima per ragioni di sicurezza. Una capitale, quella iraniana, teatro di scontri e violenze dopo la vittoria elettorale del presidente Ahmadinejad. Il web-magazine americano Salon.com pubblica la missiva di un elettore iraniano. “E’ sempre più chiaro che si è trattato di un colpo di palazzo, nello stile del Perù di Fujimori. (…) Per le strade – scrive l’autore della lettera – l’atmosfera è incredibilmente tesa ed estremamente esplosiva. (…) L’ovvio latrocinio del risultato elettorale ha fatto infuriare e deluso milioni di persone, ora occorre dimostrare che quella stessa gente non si arrenderà.” Chi scrive la lettera esamina la strategia della leadership iraniana: una strategia “sbagliata” perché “sacrificando l’attuale presidente, il sistema avrebbe potuto godere di altri 10, 20 anni di energia. La legittimità, molto discussa dagli scienziati sociali, ora inizia a contare. Non comanda solo la forza, anche se per ora sembra questa essere la situazione in Iran. I calcoli di breve termine si dimostreranno disastrosi. Ad accompagnare ai seggi i propri padri sono stati bambini di nove anni che hanno atteso in coda per ore. Una delusione cui non si porrà rimedio tanto facilmente e che non sarà mai sanata.” Mentre tante organizzazioni, compresa la International Alliance in support of Iranian Workers, denunciano nuovi abusi e l’arresto di sindacalisti in molte città, questo elettore scrive che i tanti milioni di uomini e donne che si sono recati alle urne, “così tanti per la prima volta nella storia, non sono stati presi in giro”. Il loro voto, insomma, conta già perché hanno contribuito a chiarire le contraddizioni della democrazia iraniana.
Voto in Iran, la cautela di Washington e Bruxelles
Il caotico day after iraniano, dopo le elezioni presidenziali, sta complicando i piani di Barack Obama e in particolare la gestione della prevista apertura verso la Repubblica islamica. Lo scrive il Washington Post in un servizio pubblicato oggi. Il Post nota come l’amministrazione sia “rimasta tranquilla per quanto possibile nel corso della campagna elettorale iraniana e durante i giorni delle proteste”. Il vice presidente Biden, intervistato dalla Nbc, ha ammesso di avere dubbi riguardo la correttezza delle elezioni, ma che per il momento gli Stati Uniti “tratterranno qualsiasi tipo di commento”. Biden ha anche detto, però, che su queste elezioni “resta un mucchio inquietante di domande” e ha rilevato che l’alta affluenza alle urne nelle aree urbane contraddice l’ampio margine di vittoria proclamato da Ahmadinejad. Ad ogni modo – ha detto Biden - “stiamo aspettando di vedere”. Una risposta prudente – commenta il Post - che illustra l’equilibrio che l’amministrazione Obama sta cercando tra la condanna di un’elezione che appare sempre più “fraudolenta” e la probabilità di dover avere ancora Ahmadinejad come interlocutore. Secondo il Post “il tono e l’approccio misurato sono in contrasto con alcune delle reazioni dell’amministrazione Bush sulle elezioni all’estero”. Il Post fa l’esempio delle elezioni in Venezuela nel 2002, che Bush condannò appena un giorno dopo la chiusura dei seggi con la vittoria di Hugo Chávez. Ma per il Post la reazione “cauta” dell’amministrazione Obama “riflette anche la peculiare natura della democrazia in Iran, e quale effetto – se ce ne sono – può esserci per il vincitore di questa elezione presidenziale sugli interessi della politica statunitense nella regione”. Anche il Post rileva, infatti, che la vera autorità politica è nelle mani dell’ayatollah Ali Khamenei, “un religioso sciita che detiene il titolo di leader supremo”. Politica estera e politica nucleare rientrano nella sua competenza. E Khamenei non ha vinto né perso le elezioni.
In Europa, si registra l’altrettanto cauta “preoccupazione” espressa dalla Ue. “Il Consiglio – si legge nelle conclusioni adottate oggi dai ministri degli Esteri dei Ventisette - ha preso nota dei risultati annunciati dalla Commissione elettorale ed anche delle preoccupazioni sullo svolgimento delle elezioni espresse da numerosi candidati. Questa è una materia che le autorità iraniane devono considerare e sulla quale devono investigare”. I ministri degli Esteri hanno anche espresso “seria preoccupazione per la violenza nelle strade e l'uso della forza contro manifestanti pacifici. E' essenziale che le aspirazioni del popolo iraniano possano essere raggiunte attraverso mezzi pacifici e che la libertà di espressione sia rispettata”.
Eric Hobsbawm sul Guardian
Il fascismo è di nuovo in marcia? Se lo chiede il britannico The Guardian. Anzi ha girato la domanda a un gruppo di storici, dopo che nelle elezioni europee non solo il Labour è crollato, ma ha suscitato clamore il risultato del British National Party (Bnp), formazione di estrema destra xenofoba capeggiata da Nick Griffin, che ha ottenuto due eurodeputati e si è attestato intorno al 6%. Per Eric Hobsbawm, uno degli studiosi che hanno risposto al Guardian, il problema però è un altro.
“La caratteristica più sorprendente di queste elezioni non è la minaccia di estrema destra – argomenta Hobsbawm -, anche se è chiaro che esiste uno spostamento a destra, e che i governi di centro-destra faranno più concessioni all’estrema destra. La vera storia è la crisi della sinistra”. Per lo storico inglese accadde lo stesso nel 1930, “quando l'effetto della Depressione fu quello di rafforzare la destra e annullare la sinistra – il Labour si ridusse a 50 deputati nel 1931. In seguito la sinistra tornò ad aumentare, ma non sono ottimista sulla possibilità che accada di nuovo”. Per Hobsbawm, infatti, “i partiti socialdemocratici di tutta Europa sono in declino. Un declino non così drammatico come quello dei comunisti di una generazione fa, ma comunque marcato. La sinistra europea si appoggiava su una classe operaia che non esiste più nella sua vecchia forma, e per recuperare deve trovare una nuova ragione d’essere e un nuovo elettorato. Questo può essere difficile". Hobsbawm ricorda che la sinistra è in difficoltà in tutto il mondo: il Labour nel Regno Unito, i socialisti francesi, i democratici italiani. “I socialisti spagnoli, uno dei pochi partiti di sinistra che hanno preso voti negli ultimi anni, sono scivolati come gli altri. La Spd in Germania non è andata malissimo, come previsto, ma non supera il 20%, e queste perdite non sono compensate dai voti della Nuova Sinistra. Abbiamo visto la demoralizzazione della sinistra francese e un certo grado di disintegrazione della sinistra in Germania. Perciò – conclude Hobsbawm – i socialdemocratici avranno bisogno di una nuova visione e una nuova base sociale”.
Licenza di lavorare
The New York Times – Usa
Il quotidiano della Grande Mela racconta la storia di alcuni impiegati statunitensi costretti a stare in licenza a causa della crisi ma sempre, inevitabilmente, al lavoro. Una di loro, la californiana Wendy Roberson aveva addirittura fondato un club, per scherzare sui venerdì di libertà forzata ma poi i membri non si sono mai incontrati: perché di venerdì si lavora comunque anche se, a fine mese, gli assegni sono sempre più bassi. Roberson è una dipendente statale della California, ha perso il 10% del salario dopo i tagli dello scorso febbraio, ma il suo orario di lavoro non si è ridotto. “Ci si sente colpevoli – ha spiegato al New York Times – a lasciare il lavoro quando c’è ancora tanto da fare.” “In California e altrove – spiega il quotidiano – la gente ha cercato di immaginare come trarre il massimo beneficio dalle licenze temporanee, e in genere non retribuite, apprezzando comunque il fatto che sono un’alternativa decisamente migliore rispetto al licenziamento. Tuttavia per molti il progetto di trasformare i giorni non pagati in ferie modeste, trascorse a godere delle cose semplici della vita come i film, le passeggiate nei parchi, i pisolini o i viaggi per visitare i nonni hanno lasciato il posto a un’altra realtà.” Spesso capita che le aziende ricorrano alle licenze per tagliare il costo del lavoro chiedendo, più o meno indirettamente, di continuare a lavorare come al solito; altre volte i lavoratori si sentono in colpa nei confronti dei loro colleghi e preferiscono restare in ufficio; infine, resta sempre il timore che la licenza possa essere l’anticamera per gli esuberi. Per il New York Times, gli americani si trovano davanti a una “nuova frontiera, e le regole vengono scritte in corsa”. Ad approfondire le conseguenze di questa condizione, è il professor Robert Bruno, che insegna relazioni sindacali all’Università dell’Illinois. Secondo il docente, le licenze possono essere esperienze traumatiche, “pericolose perché rompono il rapporto tra un impiegato e il suo compenso, perciò la reazione emotiva prende il sopravvento sul pensiero razionale. Sembra una punizione, che lo sia o no.” Per comprendere qual è l’atmosfera tra questi lavoratori basti considerare che solo due degli intervistati hanno permesso che i propri nomi venissero pubblicati dal New York Times, altri, temendone le conseguenze, hanno chiesto che non lo fossero infine, altri ancora hanno esitato a lamentare la propria condizione ricordando quanti tra familiari e amici hanno dovuto affrontare la perdita del posto di lavoro.
Crisi. Il peggio deve ancora venire
The Guardian – Uk
Crisi finanziaria: il peggio deve ancora venire. E’ la possibilità paventata dal direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn. A riferirlo è il quotidiano inglese The Guardian, che sottolinea la cautela con cui il capo del FMI guarda ai cosiddetti “green shots” – letteralmente i germogli verdi che, secondo alcuni, rappresenterebbero evidenti segnali di ripresa. La considerazione arriva a commento del G8 della finanza che si è tenuto nel fine settimana a Lecce. Durante un incontro con il primo ministro khazaco Strauss-Kahn ha dichiarato: “Non abbiamo ancora superato il peggio.” Ha poi discusso della crescita del credito, “sintomo che l’attività finanziaria ha iniziato a riprendersi ma non ha chiarito se il Fondo Monetario presenterà una exit strategy, una volta che la ripresa sia stata confermata.” L’articolo del Guardian prosegue concentrandosi sulla recessione in Gran Bretagna dove è stata l’organizzazione degli industriali ad annunciare che bisognerà attendere il 2010, che la crisi è tutt’altro che terminata e che la recessione continuerà a limitare i prestiti delle banche e a ridurre i consumi ancora per un lungo periodo. A complicare il quadro i dati sull’occupazione pubblicati dall’Eurostat. Nel primo trimestre del 2009 il calo è stato dell0 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti, vale a dire 1.220.000 disoccupati in più solo nella zona euro. Un risultato che conferma e rafforza la tendenza negativa registrata nel 2008 e che vede soffrire tutte le principali economie europee, a partire da quella spagnola.
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15/06/2009 17:05














