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Elezioni europee

La crisi fa male a sinistra

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Le sinistre europee hanno perso perché non hanno elaborato proposte credibili in grado di rispondere alle tante questioni aperte dalla recessione sulla coesione sociale. Spagna, Germania e Regno Unito sono esempi eclatanti

di Paolo Andruccioli

foto di UW-IAP (da flickr) (immagini di foto di UW-IAP (da flickr))
La crisi economica fa male alla sinistra. E fa male soprattutto perché da sinistra non arrivano ancora proposte credibili (o entrano in crisi quelle fin qui praticate) che siano in grado di rispondere alle tante questioni aperte che pesano come macigni sulla coesione sociale e sulla fiducia: aumento della disoccupazione, riduzione del potere d’acquisto dei salari, aumento dell’insicurezza sociale per larghi strati di pensionati, aumento del disagio sociale e perfino della violenza nelle grandi città, continua penalizzazione della periferia. Sono questi i nodi che le sinistre e i democratici europei non sono riusciti ancora a sciogliere.

E sono stati questi i nodi che hanno strozzato la partecipazione alle elezioni e punito in particolare i gruppi della sinistra sia radicale, sia moderata, facendo avanzare gruppi di destra oltranzista e xenofoba. La guerra tra poveri favorisce ancora una volta le destre, mentre non esiste ancora una proposta credibile per rilanciare il welfare in un momento storico che sarebbe invece estremamente favorevole dopo il crollo delle idee ultraliberiste e una ripresa della politica economica e sociale negli Usa di Obama. Sistemati i nuovi seggi a Strasburgo, ora si potrebbe (anzi si dovrebbe) ricominciare a disegnare una cartografia dell’Europa politica e sociale.

La Spagna è un esempio da manuale. Nella tornata elettorale che si è appena conclusa sono stati sconfitti per la prima volta i socialisti di José Luis Zapatero. Hanno vinto i popolari guidati dal loro leader Rajoy: i primi ottengono il 38,51%, i secondi il 42,23%. Per il premier socialista si tratta di un secondo e più grave campanello d'allarme, dopo la sconfitta nelle regionali in Galizia all'inizio di marzo. Un altro dato importante che ha caratterizzato le elezioni europee in Spagna riguarda l'astensione: siamo al 56%. La sconfitta di Zapatero – che comunque non dovrà rinunciare a governare – era prevista, prevedibile, ma comunque preoccupante. Ed è sicuramente legata agli effetti perversi della crisi economica. Il leader socialista e il suo governo l’avevano probabilmente sottovalutata.

Inizialmente si era pensato di reagire con l’ottimismo e con la forte voglia di fare della nuova Spagna. Ma non è stato sufficiente un appello generico alla fiducia. Il rallentamento economico è stato invece evidente e l’incremento del tasso di disoccupazione è stato molto vistoso: +18%. Molto forte anche la riduzione della crescita del prodotto interno lordo. La crisi americana – paradossalmente – è riuscita a mettere in crisi il modello Zapatero: infrastrutture, incentivi per il settore immobiliare, crescita dell’export. Il governo Zapatero dovrà fare i conti quindi con i dati elettorali, ma soprattutto con la crisi del modello economico che fino ad oggi era stato vincente.

Anche in Francia vanno male i socialisti. Nel paese di Sarkozy e Carla Bruni si registra un successo dell'Ump dello stesso presidente Sarkozy (27,70%), mentre i dati sono amari per i socialisti di Martine Aubry che con il 16,76% ottengono uno dei loro peggiori risultati nelle consultazioni europee. La vera sorpresa di queste elezioni è però la formazione Europa Ecologia di Daniel Conh-Bendit (16,2%), che è testa a testa con i socialisti e che sbaraglia il centrista Bayrou (8,49%). I socialisti francesi non sono riusciti a mettere a fuoco una nuova proposta politica e sono rimasti troppo all’ombra della politica aggressiva del premier Sarkozy che è riuscito a sfruttare in modo spregiudicato molte occasioni.

È stato infatti Sarkozy uno dei protagonisti della battaglia contro le speculazioni finanziarie. È stato lui a farsi sentire nei vertici internazionali: è stato lui che ha impostato la campagna internazionale contro i paradisi fiscali (che poi in realtà si è tradotta in un quasi nulla di fatto). Ma la battaglia contro la finanza speculativa – che una volta era stato il cavallo di battaglia delle sinistre – ha ridato un’immagine al presidente francese e ha ridotto ulteriormente gli spazi di manovra alla sinistra. Perfino la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua potabile ha fatto registrare schieramenti inediti. La Francia è però molto insoddisfatta e continua a scendere in piazza, vista per esempio l’alta frequenza degli scioperi. Sindacati e sinistra però non si parlano e non esiste ancora una traduzione politica della diffusa insoddisfazione sociale e della precarietà economica.

In Germania la Merkel pensa ai redditi tedeschi. La Cdu/Csu della cancelliera Angela Merkel ha confermato la sua supremazia (38%) in Germania, anche se lo stesso partito risulta in calo rispetto alle ultime Europee. I socialdemocratici della Spd restano fermi al 20,8%, mentre i verdi si attestano al 12%. Anche in questo caso l’effetto negativo della crisi economica sullo schieramento di sinistra è stato duplice: da una parte ha colpito l’aumento della insicurezza sociale (che a quanto pare non favorisce mai automaticamente la sinistra), dall’altra ha colpito l’attivismo della cancelliere Merkel che ha portato avanti una politica protezionistica che non giova allo sviluppo di una effettiva cooperazione europea contro la crisi (la Germania pensa soprattutto alla Germania), ma probabilmente ha portato o consolidato voti.

Anche in questo caso si è trattato di un voto all’insegna dell’insicurezza e dello “stringiamoci a corte”. In Germania il governo ha investito molti soldi sulle misure anticrisi (a diffirenza di quello che ha fatto da noi il governo Berlusconi). Migliaia di euro sono stati indirizzati verso il sistema bancario e finanziario. Ma nello stesso tempo il governo è statoi abile nell’affiancare misure concrete in difesa dei redditi. La sinistra è rimasta all’ombra della Merkel.

Non parliamo della Gran Bretagna, dove si è materializzato il crollo dei laburisti. Era previsto un disastro elettorale del premier Gordon Brown, ma le attese non sono state solo confermate. Il partito del premier – rimesso in discussione anche da tutte le sue ministre donne – ha ottenuto appena il 16% dei consensi. Si tratta del minimo storico per i laburisti che avevano cominciato la loro discesa già con Tony Blair. I Tories, con il 27%, sono invece la prima forza politica. Seguiti - con il 17% - dall'United Kingdom Independence Party (Ukip), populista ed euroscettico. I liberaldemocratici si attestano intorno al 14%. Da segnalare – e da non sottovalutare affatto - il risultato del British National Party (Bnp), formazione di estrema destra xenofoba capeggiata da Nick Griffin, che ottiene due eurodeputati e si attesta intorno al 6%.

Griffin è stato l’emblema del successo della destra xenofoba in queste elezioni. Ha rappresentato – possiamo dire – a livello europeo qualcosa di più di quello che rappresenta da noi la Lega di Bossi: una miscela di demagogia anti immigrati, una voglia di fare leva sulle peggiori pulsioni xenofobe e razziste dell’elettorato, una campagna politica all’insegna della lotta contro gli islamici descritti pubblicamente quasi sempre come terroristi.

(1.continua)



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08/06/2009 13:09

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