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Cina, 20 anni dopo

Tiananmen, anniversario con bavaglio

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La piazza inaccessibile, internet sotto controllo, tg censurati. Pechino cancella la storia e continua a perseguitare i sopravvissuti del massacro. Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun accusa: il regime cinese è ancora “dispotico e corrotto”

di D.O.

È calato il silenzio. Internet è spenta. Le televisioni fanno finta di nulla. Piazza Tiananmen a Pechino è più che presidiata da poliziotti e paramilitari. In Cina il ventesimo anniversario del massacro di Tiananmen, dove la notte tra il 3 e il 4 giugno l’esercito cinese soffocò nel sangue la rivolta degli studenti uccidendo tra le duemila e le tremila persone, resta tabù. Oggetto di censura e oblio. Mentre tutto il mondo ricorda quella data e una protesta che infuocò la primavera di un Ottantanove destinato a chiudersi col crollo del Muro di Berlino, in Cina si tace o si è costretti a tacere. Il black out è quasi totale. Le versioni cinesi di Cnn e Bbc sono “depurate” di qualsiasi riferimento al 4 giugno di vent’anni fa. Come informa un lancio dell’Agi, non “cinguetta” più Twitter: nessun cinese riesce ad accedere al social network. Anche il provider di posta elettronica Hotmail è stato bloccato da Pechino. E non si possono caricare foto su Flickr. L’associazione Reporter senza frontiere informa che se un cinese prova a fare una ricerca per immagini su Baidu, il più diffuso motore di ricerca del paese, usando le parole chiave “4 giugno”, s’imbatte nella seguente risposta: “La ricerca non è compatibile con le leggi e i regolamenti”. “Il black out sull'informazione è stato così efficace per vent’anni – commenta Reporter senza frontiere - che la gran parte dei giovani cinesi sono del tutto ignari di quel che accadde quella notte”. Le università del paese continuano a omettere l'accaduto e non ricorderanno l'anniversario. In molti sospettano che la censura su internet sia una conseguenza della circolazione sul web delle memorie di Zhao Ziyang, membro del partito comunista che si oppose al massacro ed è morto nel 2005, dopo 16 anni di arresti domiciliari.

Centinaia di poliziotti e soldati – informano sempre le agenzie - hanno stretto piazza Tiananmen in un cordone invalicabile. Il mausoleo di Mao è stato chiuso “per lavori”. Neanche i giornalisti stranieri possono entrare. Le troupe televisive vengono allontanate dagli agenti di sicurezza. E sono aumentati i controlli sugli attivisti sopravvissuti alla strage, o sui loro familiari. L’Ansa scrive che decine di loro sono stati messi agli arresti domiciliari o espulsi dalla capitale. Il dissidente Qi Zhiyong, che perse la gamba sinistra nella strage, è sotto costante sorveglianza e ha mandato un sms all'agenzia France Press informando di essere stato costretto a salire su un'auto che l’ha portato lontano da Pechino. Solamente alcuni famigliari delle vittime e i dissidenti in esilio si sono fatti sentire. “Il dolore rimane vivo nel luogo più profondo del mio cuore”, ha detto Zhang Xianling, 72 anni, co-fondatrice dell'associazione Madri di Tiananmen, che riunisce 120 famigliari di vittime riunitisi per chiedere “la verità”sul massacro, sulle vittime e sui colpevoli. Basandosi sui dati raccolti negli ospedali le Madri credono che le morti quella notte possano essere stati almeno duemila. Proprio la fondatrice dell’associazione, Ding Zilin (una signora di oltre 70 anni che perse il figlio, all’epoca diciassettenne), ha dichiarato di essere stata invitata a lasciare Pechino, e di essersi rifiutata.

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Restano nelle prigioni cinesi più di trenta persone, per i fatti dell’89. Il China Labour Bullettin, organizzazione sindacale indipendente e una delle principali fonti di informazione sul mondo del lavoro cinese fondata da Han Dongfang, che partecipò alle proteste, riporta un elenco delle persone ufficialmente ancora agli arresti o delle quali si sono perse le tracce nelle segrete di Pechino (l’elenco si trova qui).

Amnesty International ha chiesto alle autorità cinesi di svolgere un'inchiesta pubblica e indipendente sulla violenta repressione militare ordinata nel 1989. “Il governo di Pechino - sottolinea Amnesty in un comunicato - ha finora impedito ogni tentativo di fare luce sull'attacco militare che provocò, nel giugno di 20 anni fa, centinaia di morti e feriti. Alla vigilia del ventesimo anniversario delle proteste, le autorità hanno ulteriormente intensificato il giro di vite contro attivisti e avvocati. In assenza di dati ufficiali da parte del governo, diverse Organizzazioni non governative stimano che tra 20 e 200 persone siano tuttora in carcere per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni per la democrazia del 1989”.

Tutti appelli finora caduti nel vuoto, e nel disinteresse della Cina contemporanea. “Il governo è riuscito a sopprimere la verità su quanto avvenne quel giorno – spiega Han Dongfang in un editoriale -. I giovani oggi non hanno a cuore il destino del loro paese, o della democrazia e della libertà tanto quanto l’avevano i ragazzi dell’89. Vogliono solo un buon lavoro, ben pagato, sognano di comprarsi una macchina e una casa il prima possibile”.

Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, il vescovo emerito di Hong Kong, in un editoriale pubblicato sulla rivista “Mondo e missione” accusa il regime cinese di essere rimasto “dispotico e corrotto” e di dover ancora “rispondere, davanti al popolo e alla storia, dei crimini commessi”. “Vent'anni fa gli studenti di Pechino - scrive il cardinale - hanno chiesto pacificamente un cambiamento. E' un crimine volere un governo senza corruzione, più libertà e giustizia? Molti dicono: 'E' tempo di guardare oltre. La repressione era necessaria per la stabilità del Paese'. Ma è davvero così? Possiamo far finta che non sia successo niente? Come può un crimine così orrendo essere 'utile'? Oggi, dopo vent'anni, ci troviamo con lo stesso regime oppressivo. La corruzione è dilagante. C'è più ricchezza, ma solo per pochi: l'abisso fra ricchi e poveri si è ampliato drammaticamente. Le miniere e le fabbriche continuano a inghiottire i lavoratori. L'informazione è censurata, le nuove generazioni non conoscono i valori e il senso della vita. (...) No - soggiunge il cardinale - quel massacro non fu affatto inevitabile e non ha portato nulla di buono. Se le pacifiche richieste degli studenti e dei lavoratori fossero state ascoltate, se avesse prevalso la linea del dialogo di Zhao Zhiyang - il leader che scese tra gli studenti e fu poi detenuto fino alla sua morte -, la storia di questi ultimi vent'anni sarebbe stata assai migliore per il nostro popolo”.

Resta viva, anche se censurata in patria, solo la memoria di chi è sopravvissuto alla strage. “Ero nel campus della mia Università, quella di Beida, quando intorno alle sei della sera arrivò la notizia che l'esercito stava sgombrando la piazza”, ricorda Xiong Yan che nel 1989 aveva 20 anni, intervistato dal corrispondente dell’Ansa. “Non ho altri termini per definire quello che è successo poi...un massacro...davanti a me c'era un ragazzo che non conoscevo, era alto, indossava una maglietta bianca...cadde e ci stringemmo intorno a lui...ricordo la macchia di sangue rosso sulla sua maglietta...un massacro”.

L’esercito cinese si mosse contro i manifestanti nel pomeriggio del 3 giugno. I reparti di fanteria e i mezzi pesanti iniziarono ad avanzare lungo la via Fuxingmenwai verso la piazza dove gli studenti manifestavano da quasi due mesi. Il fuoco fu aperto all’altezza del ponte di Muxidi. I soldati sparavano, gli studenti rispondevano lanciando oggetti. I militari sgombrarono piazza Tiananmen verso le 5.30 del mattino del 4 giugno, dopo ore e ore di massacro. Ma fino alle 7 e oltre i carri armati continuarono a inseguire e uccidere gli ultimi giovani rimasti fino all’ultimo a difendere la piazza. Già verso l’una del mattino gli ospedali erano colmi di feriti e cadaveri. La Croce Rossa Internazionale parlò di tremila vittime. Il governo cinese di “circa duecento”. Tra i due estremi riposa la storia che la Cina non vuole conoscere.

Vent’anni dopo si alternano le analisi e le letture storiche degli eventi. La rivolta nacque dalla crisi economica che attanagliava la Cina degli anni ottanta, o fu più forte l’innesco anti-regime, la voglia di democrazia? Per l’economista Loretta Napoleoni, che ne ha scritto su Internazionale, la repressione di Tiananmen chiuse “un periodo di grande fermento politico. Ad alimentarlo fu la crisi economica, non il sogno di democrazia. (...) All’origine di tutto c’era un’economia agonizzante. Dalla metà degli anni ottanta un’inflazione galoppante erodeva i salari reali”. I giovani neolaureati non trovavano lavoro e gli operai lo perdevano, mentre il leader Deng Xiaoping lanciava lo slogan della svolta economica: “Arricchitevi”. “Studenti e operai cinesi – prosegue Napoleoni – attribuivano l’inflazione e la disoccupazione alla corruzione” politica. Perciò la democrazia diventò una sorta di “formula magica” che avrebbe fatto piazza pulita delle disuguaglianze e portato “il benessere economico”.

C’è anche chi sostiene che la protesta degli studenti del 1989 e la repressione abbiano ritardato il processo di riforme di quasi due decenni. Ad affermarlo è Zhou Duo, uno dei quattro intellettuali che alla fine di maggio si unirono alla protesta degli studenti. In un’intervista all’Apcom (riportata qui), Zhou Duo afferma che la protesta fu “un'azione giusta, condotta al momento e nel luogo sbagliati”. “All'inizio – ricorda - quando mi avvicinai agli studenti consigliai loro di approfondire le loro conoscenze politiche prima di andare avanti. Non bisognava fare di tutto il partito un fascio, ma individuare al suo interno l'ala riformatrice e collaborare con essa”. Non andò così e la situazione precipitò quando arrivò in visita ufficiale a Pechino il leader sovietico Mikhail Gorbaciov. Ricorda ancora Zhou Duo: “Il governo perse la faccia. L'incontro con Gorbaciov era estremamente importante e non poterlo ricevere nel centro della città fu uno smacco imperdonabile”.

Lo stesso Gorbaciov, in un’intervista a Repubblica, ricorda quei giorni a Pechino: “Non potrò mai dimenticare il dolore che leggevo sul volto di Zhao Ziyang, né le facce stanche e gli occhi pieni di speranza degli studenti che mi venivano vicino, sorridenti, e dicevano ‘perestrojka, perestrojka’. Era il loro modo di chiedere aiuto, ma io non potevo fare nulla”.



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TAGS tienanmen

03/06/2009 19:48

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