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Occupazione

Per fermare la crisi serve fantasia

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La recessione sta modificando molte dinamiche occupazionali in atto da tempo. Cosa cambia nel mondo del lavoro. Il sociologo Di Nicola: “Le aziende sono in stand by. I consumi cambieranno radicalmente, bisogna elaborare nuovi modelli produttivi”

di Carlo Ruggiero

autore: vlima.com, da flickr (immagini di autore: vlima.com, da flickr)
Secondo l’Istat la crisi sta colpendo anche e soprattutto i colletti bianchi. Mentre per i colletti blu le prospettive appaiono almeno più eterogenee. Impiegati e i piccoli manager, dunque, risulterebbero le prime vittime sacrificali della recessione globale, mentre operai ad alta specializzazione e lavoratori non qualificati potrebbero avere le carte in regola per resistere più a lungo.

Il rapporto annuale che l’Istituto di statistica
ha pubblicato qualche giorno fa rappresenta la precisa istantanea del mondo del lavoro italiano sconvolto dalla crisi, ma permette anche di intuire in che modo la congiuntura economica negativa stia ridefinendo alcune dinamiche occupazionali in atto già da tempo. “Polarizzazione nella struttura delle professioni”, “fratture generazionali ed etniche”, “proletariato dei servizi” sono in effetti concetti di cui si discute da più di qualche anno, ma che in questo periodo sembrano acquistare nuovi e più plumbei significati per milioni di lavoratori. Abbiamo chiesto a Patrizio Di Nicola, professore di sociologia dell’organizzazione e di sistemi organizzativi complessi dell’Università La Sapienza di Roma, di spiegarci cosa effettivamente stia succedendo in Italia.

Rassegna: Perché in questo momento a pagare la crisi sono più i colletti bianchi che gli operai?

Di Nicola: Negli scorsi anni, le imprese italiane si sono spesso “gonfiate” a dismisura. Sono nate molte aziende che non facevano outsourcing produttivo ma, ad esempio, outsourcing per la promozione, per la comunicazione e per il marketing. Queste realtà eseguivano dunque lavori accessori a quello di chi realizza materialmente un prodotto, contribuendo così ad alimentare un indotto di servizi intellettuali a valore aggiunto per l’impresa. Nel momento in cui è arrivata la crisi, le aziende hanno ovviamente scelto di tenere quanto più possibile compatto il core business. In una fabbrica questo vuol dire cercare di non perdere gli operai comuni o specializzati, che conoscono perfettamente i macchinari e le strutture strettamente produttive. Saranno infatti loro i lavoratori di cui sarà impossibile fare a meno una volta passata la burrasca. Gli impiegati dell’”indotto intellettuale”, invece, non appaiono oggi così indispensabili alle aziende, e quindi sono i primi a pagare le conseguenze della recessione.

Rassegna: Questo spiega anche l’aumento vertiginoso della cassa integrazione.

Di Nicola: Certo. La cassa integrazione aumenta del 400 per cento perché ne usufruiscono persone che è meglio non licenziare, che hanno un rapporto di lavoro stabile e che sarebbero difficilmente recuperabili in fase di ripresa. In America un aumento del genere si sarebbe tradotto nella triplicazione del numero dei disoccupati. D’altro canto, con la flessibilizzazione selvaggia del lavoro a cui si è assistito negli ultimi anni, le aziende si sono ristrutturate in maniera tale che tutti coloro che non erano nel core business sono stati assunti con contratti temporanei. Quindi, a fine contratto, non ci sono ammortizzatori, ma il licenziamento.

Rassegna: Sempre nel rapporto annuale dell’Istat viene disegnato l’identikit di un nuovo disoccupato: uomo, tra i 35 e i 54 anni, residente nel Centro-Nord e che ha perso un lavoro alle dipendenze nell’industria. E’ una novità per il nostro paese?

Di Nicola: Si è una novità. Il modello di disoccupazione italiana è stato finora un modello giovanile, mentre quello venuto fuori dal rapporto è un modello più europeo. Il nuovo disoccupato è il breadwinner, (testualmente “colui che porta il pane a casa” ndr) che perdendo il lavoro mette in crisi l’intero nucleo familiare. E’ una disoccupazione a cui non siamo abituati perché figlia della flessibilità senza controllo che si è andata via via imponendo. Non essendoci regole, l’azienda tende infatti a licenziare tutti coloro che non hanno competenze critiche, e quegli impiegati intermedi che tutto sommato non appaiono indispensabili. D’altronde, con l’informatica il lavoro d’ufficio ha raggiunto una produttività altissima: se prima ad una ditta servivano tre contabili, ora ne basta uno con un buon software gestionale. Per questo i licenziamenti in primo luogo colpiscono gli impiegati, poi sarà il momento di quadri intermedi, dei manager di basso profilo e degli immigrati, che hanno rapporti di lavoro quasi sempre temporanei. Le aziende tendono a mettersi in stand by.

Rassegna: Chi sono, secondo lei, i lavoratori che resisteranno più a lungo?

Di Nicola:
Io credo che saranno i creativi, le donne, che sono maggiormente scolarizzate, e i lavoratori della conoscenza. Per uscire dalla crisi, infatti, ci sarà bisogno di idee nuove perché, rispetto alle precedenti, la novità di questa recessione è che nella ripresa le aziende dovranno produrre qualcosa di diverso. I consumi non saranno più gli stessi, almeno qualitativamente, e le imprese che avranno puntato sui creativi riusciranno a vedere prima la luce. Invece, coloro che avranno licenziato i lavoratori meno necessari e non avranno investito il tempo dei loro dipendenti nell’ideazione di nuovi prodotti, lavorazioni e sistemi produttivi non ci riusciranno. Questo è il momento di esercitare la fantasia. Chi lo farà, non solo uscirà prima dalla crisi, ma la farà finire. E’ tutto un altro approccio.



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TAGS crisi

28/05/2009 18:55

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