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Tre morti alla raffineria

Strage alla Saras, polemica sulla sicurezza

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Un collega dei tre operai: “Bisogna capire perché non c’era ossigeno. Adesso siamo tutti più vulnerabili”. Proclamati altri giorni di sciopero. I Moratti in Sardegna, senza parole. Il regista del film-denuncia: “Lavoratori di serie A e di serie B”

di D.O.

“Bruno era un padre di famiglia esemplare. Conosco perfettamente la sua famiglia, sono coetaneo del suo primo figlio con cui ho condiviso le scuole dell’obbligo. Una persona di cui non si può che dire bene”. Con queste parole, ai microfoni di Radioarticolo1, Samuele Piddiu ricorda il collega Bruno Muntoni, uno dei tre operai morti alla raffineria Saras di Sarroch (Cagliari), di proprietà della famiglia Moratti, martedì 26 maggio. Gli altri due dipendenti della ditta esterna Comesa arl, che aveva in appalto alcuni lavori all’interno della Saras, erano Pierluigi Solinas e Daniele Melis. Se Muntoni era un operaio esperto di 56 anni, Melis (28 anni) e Solinas (26 anni) “erano giovanissimi”, ricorda sempre Piddiu, che non era solo collega dei tre ma anche un concittadino di Villa San Pietro. “Con Daniele – ricorda Piddiu - abbiamo condiviso la pratica dell’attività calcistica. Era un ragazzo pieno di vita, che tutti gli amici ricordano per la sua voglia di divertirsi, per il suo sorriso. Gigi (Pierluigi, ndr), era anche lui un giovane figlio di Villa San Pietro. Tutto il paese lo ricorda come una persona per bene”.

I tre operai sono morti asfissiati dal gas eseguendo lavori di manutenzione nell'impianto di desolforazione. Un impianto che è stato messo sotto sequestro, come ha comunicato il direttore del personale della Saras, Carlo Vinci, ai delegati aziendali di Cgil-Cisl-Uil, e nel quale sono in corso verifiche preliminari all'inchiesta da parte degli ispettori dell'Arpas, dell'Inail e dell'Ispes. Un quarto operaio, Gianluca Fazio, si è invece salvato.

Piddiu ritorna sulla dinamica dell’incidente nel famigerato Mhc1: “Pierluigi è stato il primo a entrare nella cisterna. Era il più giovane di tutti. È stato chiamato a intervenire all’interno di questo recipiente chiuso, per accedere al quale si doveva transitare per un passo d’uomo a una certa quota, servendosi di una scala". "C’è da capire il motivo – prosegue Piddiu - per cui l’ambiente all’interno non era vivibile. Bisogna capire perché non c’era ossigeno. Nell’apparecchiatura si dovevano fare solo lavori di manutenzione all’interno dell’impianto Mhc1. Loro dovevano pulirne l’interno e verificarne l’utilizzo. Gigi si è calato e immediatamente è stato colto dal malore, il decesso è avvenuto in pochi secondi. A quel punto Fazio che era il suo compagno di squadra ha chiamato in aiuto Bruno e Daniele. Bruno, l’operaio più esperto e che più conosceva gli impianti lavorandoci da oltre 30 anni, si è immediatamente calato dentro e anche lui è morto”. Quindi è sceso anche Melis, e neppure per lui c’è stata speranza.


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Per Piddiu la polemica sul mancato utilizzo della maschera antigas da parte degli operai non ha senso perché – spiega - “la maschera antigas in quei contesti è inutile. Lì il problema è la mancanza d’ossigeno, la mancanza del fatidico 21% di ossigeno. Ci si trovava in un ambiente saturo di altri gas, forse anche di azoto, magari anche con presenza di altri composti chimici come l’anidride solforica. La maschera antigas non ha nessun tipo d’efficacia, trattiene solo le sostanze organiche, i prodotti di raffinazione del petrolio. In quell’ambiente si poteva respirare solo con una bombola d’ossigeno”.

Dunque un ambiente inadatto alla vita e al lavoro. Una grotta assassina, in quel recipiente, di cui qualcuno deve avere la responsabilità, pensano un po’ tutti gli operai della Saras che “si sentono più vulnerabili – parola sempre di Piddiu - dopo quello che è accaduto”.

Il 27 maggio, ventiquattrore dopo la strage, è stato il giorno del lutto e della rabbia. Almeno 2500 persone si sono raccolte davanti ai cancelli della Saras dalle prime ore del mattino. Nel piazzale della Saras, oltre a lavoratori e rappresentanti sindacali, qualche amministratore e politico, ma nessuna bandiera, né comizi. Tre grandi mazzi di rose bianche e rosse sono stati legati ai cancelli della raffineria. La raffineria si è fermata per uno sciopero di otto ore. E altre due giornate di sciopero sono state proclamate al termine di un coordinamento di fabbrica. Ulteriori otto ore di astensione dal lavoro sono state proclamate per il giorno dei funerali, presumibilmente venerdì 29 maggio. La mobilitazione comprende anche i lavoratori metalmeccanici dell’indotto e delle imprese in appalto. Di fatto, i lavoratori riprenderanno regolarmente servizio lunedì della prossima settimana. È stato anche deciso di bloccare a tempo indeterminato gli straordinari.

Sono arrivati in Sardegna anche Gianmarco, Angelo e Massimo Moratti (presidente, amministratore delegato e vicepresidente della Saras) per incontrare a Villa San Pietro i familiari dei lavoratori morti. I Moratti non hanno rilasciato dichiarazioni.

E proseguono le polemiche sulla sicurezza degli impianti Saras. “Con una concentrazione di ore lavoro in 45 giorni e con punte di 4.300 persone (1.100 diretti e il resto lavoratori degli appalti) transitate ai tornelli, per statistica - ha sostenuto Marco Nappi, delegato Cisl alla Saras - gli incidenti aumentano”. Concetto ripreso dal segretario territoriale della Cgil, Nicola Marongiu, che ha evidenziato lo “stress organizzativo'”del sistema conseguente a una fermata per manutenzione prevista inizialmente per sette mesi e rimodulata a 45 giorni a causa della crisi.

Il regista del film-denuncia: “Lavoratori di serie A e di serie B”
Dopo la morte dei tre operai, si torna a parlare del film Oil, di Massimiliano Mazzotta, uscito a gennaio 2009, che denuncia inquinamento e rischi per la sicurezza degli operai. Lo stesso Mazzotta – ancora ai microfoni di Radioarticolo1 – ricorda che la Saras “è l’impianto petrolchimico più grande che abbiamo nel Mediterraneo, con 300 mila barili al giorno di produzione è uno dei più grandi ‘super-sites’ europei. I mezzi d’informazione – sostiene Mazzotta - sono legati a questi grandi gruppi industriali, per cui non abbiamo modo di comunicare quello che vogliamo dire o quello che i lavoratori vogliono denunciare. Il mio è solo un documentario che vuol fare riflettere, non ho mai fatto la guerra nessuno”. Riferendosi ai vertici dell’azienda, Mazzotta dichiara: “Siccome sono i numeri uno, allora che prendano le giuste precauzioni per un impianto del genere. Perché lì non c’è solo il petrolchimico, c’è anche una centrale elettrica (la Sarlux) che dallo scarto della raffinazione produce energia elettrica, vapore, idrogeno, metalli pesanti. E quella centrale – prosegue Mazzotta - è stata costruita con un incentivo statale che doveva andare alle fonti rinnovabili. Invece qualcuno nel governo s’è inventato le fonti assimilabili alle rinnovabili e 35 miliardi di euro sono andati a inceneritore e petroliere. Ecco perché non avremo mai le fonti rinnovabili, quelle vere.

Mazzotta denuncia anche la presenza di “lavoratori di serie A e di serie B”. “Nel documentario mostro come i lavoratori delle ditte appaltatrici facciano le visite in una roulotte (...) i dipendenti della Saras, invece, hanno un ospedale interno”.

Un monito arriva infine dalla segretaria confederale della Cgil, Paola Agnello Modica: “Quali sono veramente le aziende virtuose – si chiede la dirigente sindacale – quelle che non dichiarano gli infortuni o quelle che effettivamente non ne hanno?” Secondo Angello Modica, infatti, “stanno succedendo cose gravi soprattutto nell’indotto: abbiamo segnalazioni sempre più frequenti e temo che con la crisi e con le indicazioni di Sacconi sull’allentamento dei controlli, aumenteranno i lavoratori ricattabili che non denunciano su suggerimento del datore”. La Cgil chiede quindi “l’aumento dei controlli e maggiore attenzione ai lavoratori in subappalto”.



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TAGS saras morti lavoro sicurezza lavoro

27/05/2009 17:48

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