Un’ombra oscura il territorio, da nord a sud dell’isola: il tessile nel Nuorese, la chimica e il petrolchimico tra Porto Torres e Assemini, il polo industriale del Sulcis Iglesiente. E l’industria del turismo è in ritardo sull’avvio della stagione
L’ultima frontiera della protesta, in Sardegna è passata per lo sciopero al contrario: gli operai della Vinyls Italia, un pezzo di petrolchimico a Porto Torres, hanno “dichiarato” 8 giorni di lavoro, dal 7 al 15 maggio scorsi. Volevano tenere in marcia gli impianti, per scongiurare la decisione di chiudere della nuova proprietà. Due settimane dopo l’acquisto degli stabilimenti della Ineos, l’imprenditore veneto Fiorenzo Sartor ha deciso di portare i libri in tribunale: troppi debiti in eredità, mentre non aiuta l’aumento dei costi delle forniture imposto dall’Eni. È il riflesso della crisi internazionale sul già debole tessuto economico della Sardegna. Un’ombra pesante che avvolge tutto il territorio, da nord a sud dell’isola: il tessile nel Nuorese, la chimica e il petrolchimico tra Porto Torres e Assemini, così come il polo industriale del Sulcis Iglesiente.
Le fabbriche più grandi dell’isola sono di proprietà delle multinazionali: ovunque, nel mondo, stanno ridimensionando le produzioni con una politica che qui si traduce, in molti casi, con una serrata degli stabilimenti. È successo a Portovesme, dove i vertici della Rusal (azienda russa) hanno deciso di chiudere l’Eurallumina, mandando a casa 400 lavoratori, una scelta che ha avuto inevitabili riflessi fra gli altri 300 delle ditte d’appalto. Non solo. Sempre nel polo industriale sulcitano, i riflessi della crisi del mercato automobilistico si fanno sentire alla Portovesme Srl, che lavora il piombo e lo zinco. Senza dimenticare la flessione dell’edilizia, che ha portato i danesi della Rochwool a licenziare 200 lavoratori impiegati nell’impianto che produce lana di roccia, un isolante termico e acustico usato nelle abitazioni. Tutti settori che potrebbero avere un futuro, al di là della crisi. Si pensi alle prospettive legate alla bioedilizia e al risparmio energetico, o all’indispensabile impiego dell’alluminio nel settore dell’auto, così come nelle costruzioni. Eppure i vertici di queste aziende scelgono, per la Sardegna, la strada della chiusura.
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Decisioni che hanno fatto schizzare il numero dei lavoratori in cassa integrazione ai massimi storici. Più 75 per cento il dato relativo alla sola ordinaria, mentre per la straordinaria, secondo le stime dell’Osservatorio della Cgil nazionale, che mettono a confronto il primo trimestre del 2008 con quello del 2009, nel tessile-abbigliamento della regione le ore sono raddoppiate: da 149.587 a 308.158. E va ancora peggio nel settore trasporti e comunicazioni, dove l’incremento della cigs è stato del 563,09 per cento. Per non dire, tra le province, del Sassarese, che si distingue in negativo con 92.461 ore, rispetto alle 66.055 dello stesso periodo dell’anno precedente.
Ma non è solo l’industria a risentire della crisi e del conseguente calo di consumi: tutti i settori, dall’artigianato al commercio, fino al turismo, denunciano una flessione degli occupati. Il bollettino dei licenziamenti è reso noto dall’Agenzia regionale per il lavoro: “Nel secondo trimestre 2008 – si legge nel rapporto dello scorso marzo – l’Istat stimava, nell’isola, 633.000 occupati, mentre nell’ultimo trimestre, l’occupazione è attestata su 583.000 unità lavorative, quindi 50.000 in meno”. Il tasso di disoccupazione è schizzato al 13,3 per cento e, nel confronto con le altre regioni italiane, la Sardegna è passata nel giro di sei mesi, al penultimo posto nella classifica, seguita dalla Sicilia. Tra ottobre e novembre del 2008, l’Istat ha certificato un saldo negativo di 30.000 occupati. In questo contesto, resta ampio il divario tra l’occupazione maschile e femminile, visto che la percentuale di donne disoccupate è del 15,6 per cento: a fine 2008 erano al lavoro in 225.000, mentre saliva a 41.000 il numero delle disoccupate, 4.000 in più rispetto a metà anno. Fra i riflessi generati dalla crisi economica e finanziaria, c’è la difficoltà d’accesso al credito per le piccole e medie imprese sarde.
Nel settore agroalimentare la recessione ha peggiorato difficoltà croniche: “Dei complessivi 30.000 lavoratori, un terzo sono a rischio”, avverte il segretario regionale della Flai Raffaele Lecca. I comparti in maggiore difficoltà sono quello suinicolo e della macellazione: “Non riusciamo a essere competitivi, così importiamo il 70 per cento della carne che consumiamo o che utilizziamo per gli insaccati da Spagna, Germania, Olanda e Francia”. A soffrire la contrazione dei mercati internazionali è soprattutto il lattiero caseario: “Il pecorino romano, che ha come mercato di riferimento gli Stati Uniti, resta invenduto”. Anche in questo caso, le multinazionali iniziano a licenziare o a ridurre le produzioni: marchi storici da sempre resistenti alle oscillazioni del mercato iniziano a vacillare, aziende un tempo solide stabilimento della Coca Cola ad Assemini, entrambe vicino a Cagliari.
L’atteggiamento delle banche sta condizionando negativamente molte attività imprenditoriali, in tutti settori. Secondo i dati della Camera di commercio, dal 2006 al 2008 è calato il numero delle imprese registrate: a fine 2006 erano 174.509, ridotte a 173.058 nel giro di due anni. “Le vertenze aperte con le aziende del settore commercio si stanno moltiplicando – denuncia Simona Fanzecco, segretaria della Filcams di Cagliari –. La flessione dei consumi sembra riflettersi soprattutto nella grande distribuzione, dove purtroppo importanti gruppi come Auchan, Upim e Rinascente stanno cercando di scaricare le perdite sui lavoratori”. A subire le maggiori ripercussioni della crisi è il settore dei beni accessori: secondo i dati dell’Osservatorio per il commercio del ministero dello Sviluppo economico, la Sardegna ha visto un crollo del 14 per cento dei consumi di televisori, frigoriferi e abbigliamento.
La tendenza delle imprese è abbassare il costo del lavoro: uno degli espedienti è trasformare quello delle domeniche in ordinario: “Dopo trent’anni di conquiste, i lavoratori subiscono un pesante ridimensionamento dei loro diritti”, sottolinea Fanzecco, facendo notare come, proprio in una fase di calo dei consumi le aziende perseguano una politica che si scarica sulle spalle dei più deboli: “A fronte della perdita d’acquisto dei salari, le politiche imprenditoriali non fanno altro che peggiorare la situazione, riducendo i costi del personale e utilizzando strumentalmente la crisi per diventare più competitivi. Un comportamento pericoloso, perché tagliare oggi importanti diritti acquisti, significa non ripristinarli mai più”.
Non va meglio per l’industria del turismo, che sta registrando un ritardo sull’avvio della stagione: “Alcuni hotel stanno riducendo gli orari e tagliando servizi”. E se gli arrivi registrati all’aeroporto di Cagliari sono incrementati del 3 per cento nei primi mesi del 2009, è solo perché la Ryanair ha moltiplicato i collegamenti con le capitali europee: “Sono turisti che scelgono di non alloggiare negli alberghi – commenta ancora Fanzecco – e che trovano sistemazione nei bed & breakfast”. È il segnale di una tendenza – quella al turismo low cost – al passo con i tempi di crisi. Un’inversione che, per ora, non sembra condizionare particolarmente il mercato sardo delle vacanze extralusso: l’Ansa ha rilevato nei giorni scorsi che la crisi economica ha già ridimensionato gli affitti a Miami Beach, mentre nelle calette della Sardegna e in Costa Smeralda i prezzi restano gli stessi delle stagioni passate. Solo i dati reali sulla stagione turistica che verrà potranno dire qual è la politica più lungimirante.