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Una vita contro la pena di morte

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“Già sapevo che la giustizia poteva uccidere. L’avevo vista all’opera. Chiusi gli occhi e avvertii che da quel momento, finché in Francia non fosse stata abolita la pena di morte, io l’avrei combattuta con tutte le mie forze”

di Robert Badinter*

autore: ★ spunkinator, da flickr (immagini di autore: ★ spunkinator, da flickr)
Pubblichiamo un estratto da L'abolizione di Robert Badinter, per gentile concessione della casa editrice Spirali. L'abolizione è il terzo volume di Badinter pubblicato da Spirali, segue Contro la pena di morte e L'esecuzione, una trilogia che ripercorre il lungo viaggio verso la definitiva abolizione della pena capitale in Francia.

Il 22 settembre 1971, nel carcere di Clairvaux, due detenuti, Claude Buffet, condannato all’ergastolo per assassinio, e Roger Bontems, condannato a vent’anni di reclusione per furto aggravato, presero in ostaggio
un’infermiera e una guardia. Esigevano di essere liberati. Nell’assalto sferrato dalle forze dell’ordine, i due ostaggi furono sgozzati da Buffet. Nel giugno 1972, Buffet e Bontems comparvero davanti alla corte d’assise di Troyes. Furono condannati a morte entrambi, sebbene la corte d’assise avesse scartato l’accusa di assassinio per Bontems. Il presidente Pompidou rifiutò la grazia e i due uomini furono giustiziati nella casa circondariale della Santé, il 28 novembre 1972
...



Seduto nello scompartimento quasi vuoto, mentre guardavo scivolare via il paesaggio familiare, riflettevo sulla decisione del presidente della Repubblica di fare giustiziare Buffet e Bontems. Se la convinzione abolizionistica che avevo prestato, come molti altri, a Georges Pompidou era stata fermamente interrotta, la grazia a Buffet avrebbe significato la fine della pena di morte in Francia. Buffet era già stato condannato all’ergastolo per avere assassinato una donna. Era stato recidivo nello stesso carcere di Clairvaux. Con Bontems aveva concepito di prendere in ostaggio un’infermiera e una guardia. Nell’assalto, aveva sgozzato entrambe. Buffet stesso chiedeva di essere giustiziato. Aveva fatto sapere al presidente che, se gli fosse stata concessa la grazia, avrebbe ucciso di nuovo nella sua prigione. Tutto ne comandava dunque l’esecuzione. Tranne l’essenziale: il rifiuto della pena di morte.

Nel suo orgoglio, Buffet aveva auspicato che, dopo di lui, la pena di morte fosse abolita. Si voleva eccezionale sotto tutti i riguardi. Con lui doveva chiudersi la lunga catena dei criminali morti sulla ghigliottina. Ma, nel suo morboso delirio, Buffet misconosceva l’evidenza. Mandandolo al patibolo, il presidente s’interdiceva di chiedere al Parlamento la soppressione della pena capitale. L’esecuzione di Buffet ne comandava il mantenimento, proprio come la grazia ne avrebbe implicato l’abolizione… La scelta presidenziale era fatta. Era la scelta della pena di morte.

Di portata ancora più pesante mi pareva l’esecuzione di Bontems. Non aveva ucciso, lui. La corte d’assise lo aveva riconosciuto, nel verdetto. Era stato solo complice di Buffet. In precedenza, Bontems non aveva mai commesso delitti di sangue. Con la pena di morte commutata in ergastolo, avrebbe raggiunto nella notte carceraria la truppa anonima dei suoi simili. La condizione penitenziaria di Bontems sarebbe stata senza dubbio crudele. In lui si sarebbe visto sempre il complice di Buffet nell’assassinio dell’infermiera e della guardia. Ma Bontems aveva ventisette anni. Voleva vivere e, quali che fossero i rigori che l’attendevano, la sua vita poteva ancora prendere un senso.

In un moto di pietà, Buffet aveva chiesto al presidente della Repubblica di graziare Bontems nel momento stesso in cui avrebbe mandato lui, Buffet, alla ghigliottina. Ma il presidente aveva trattato nello stesso modo quello che aveva ucciso e quello che non aveva sangue sulle mani. L’esecuzione di Bontems apriva così la strada all’esecuzione di altri criminali colpevoli di delitti ancora più terribili. Avvertivo chiaramente che, da quel momento, la battaglia contro la pena di morte si sarebbe svolta su due fronti: un fronte politico, perché mai l’abolizione sarebbe intervenuta senza una ferma volontà presidenziale, fondata su una maggioranza parlamentare risoluta, e un fronte giudiziario, perché ci sarebbero stati ancora molti processi in cui sarebbe stata in gioco la vita dell’imputato.

Già sapevo che la giustizia poteva uccidere. L’avevo vista all’opera. Ero stato incapace di impedirlo. Ero come posseduto da quel pensiero. L’angoscia di morte della notte precedente, rimossa dalle abitudini e dagli obblighi del giorno, m’invadeva di nuovo in quel treno che correva nella notte. Chiusi gli occhi e avvertii, con intensità maggiore che all’alba, che da quel momento, finché in Francia non fosse stata abolita la pena di morte, io l’avrei combattuta con tutte le mie forze. Ero cosciente che quella lotta sarebbe stata per me un impegno primario, totale, senza peraltro riuscire a distinguere quanto, nella sua intensità, dipendesse dal senso di colpa che provavo nei confronti di Bontems o dal fatto che già conoscevo la realtà della pena di morte. Fino allora ero stato un sostenitore dell’abolizione. Da quel momento sarei stato un irriducibile avversario della pena di morte. Ero passato dalla convinzione intellettuale alla passione militante.

(copyright: "L'Abolition" de Maître Robert Badinter. World copyright © LIBRAIRIE ARTHÈME FAYARD, 2000)


* Robert Badinter (Parigi, 1928) si laurea in legge e diventa avvocato giovanissimo, e si dedica al penale. È il primo passo di una lunga battaglia che si concluderà solo nel 1981. Nel 1975, da giovane avvocato penalista, pronuncia davanti alla corte d’assise di Troyes un’arringa memorabile, nel corso della quale sferra un attacco contro la pena di morte allora in vigore in Francia. Otterrà che l'imputato, l'infanticida Patrick Henry, sia condannato all’ergastolo anziché alla pena capitale richiesta dal pubblico ministero e da gran parte dell’opinione pubblica.  Nominato ministro della giustizia nel 1981 durante il governo Mitterand, presenta all'Assemblée Nationale un disegno di legge che prevede l'abolizione della pena capitale, approvato il 18 ottobre dello stesso anno. Insedia anche una commissione di giuristi, con l'incarico di riformare in senso garantista il codice penale del 1810. È confermato ministro della giustizia nel governo di Laurent Fabius, nel 1984. Nominato presidente del Consiglio Costituzionale, resterà in carica fino alla scadenza del suo mandato nel marzo 1995. Vice presidente della Convenzione Europea dal 2003 al 2005, è considerato una delle personalità più autorevoli del mondo politico e intellettuale francese e i suoi frequenti interventi sulla stampa e alla televisione, solitamente per sostenere cause umanitarie, sono sempre ascoltati con grande attenzione e rispetto.



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TAGS diritti umani pena di morte robert badinter

21/05/2009 12:56

Leggi i commenti

1
un grande ministro della giustizia, Badinter. Assomiglia ad un altro avvocato ministro, Giuseppe Zanardelli, che nel 1889 abrogò in Italia la pena di morte, poi reintrodotta durante il fascismo. E adesso l'attuale ministro, l'avvocato Angelino Alfano, passerà (forse) alla storia per aver emanato il lodo omonimo. Un bel salto di qualità non c'è che dire.

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