Povertà e diparità non sono state e non sono un incidente. E nemmeno un'appendice dei processi economici in corso. Sono l'elemento strutturale di un modello diffusosi in tutto il mondo e che ha portato alla crisi in atto
L’alterazione della distribuzione del reddito è stata una componente fondamentale del modello di sviluppo che è sfociato nella crisi economico-finanziaria in corso e che, con essa, deflagra. La più grave recessione del dopoguerra, che per la prima volta dalla “grande depressione” degli anni 30 porterà il Pil mondiale nel 2009 a un incremento negativo oscillante tra lo 0,5 e l’1% (per l’Italia del -4,4%, altro che crisi “psicologica”!), mostra che povertà e diseguaglianze non sono state e non sono né un incidente né un’appendice dei processi economici in corso, ma un elemento strutturale. Il modello di sviluppo che oggi deflagra, infatti, è fatto di una miscela di variabili in cui “salari bassi e stagnanti” e “welfare pubblico scarso o declinante” hanno convissuto con “spirito probusiness”, “deregolazione spinta” (e cattiva regolazione), “leva dei tassi di interesse”, “innovazione finanziaria selvaggia”, “economia e cultura del debito”, “spesa militare”.
Un modello diffusosi in varie forme in tutto il mondo, ma accentuato negli Usa dell’amministrazione repubblicana di Bush, i quali hanno associato squilibri della bilancia commerciale, deficit pubblico, elevatissimo indebitamento di tutti gli operatori privati (famiglie e imprese), svalutazione del dollaro, abnorme incremento della diseguaglianza nella distribuzione dei redditi. Correlatamente i paesi in via di sviluppo sono stati “forzati” a una crescita basata su rapidissima apertura al commercio e alla finanza internazionale, rigore finanziario, restrizioni di bilancio, bassi salari, assecondando così le attese del mondo finanziario e i piani di delocalizzazione di molte imprese occidentali, interessate a bassi costi del lavoro e a basse imposte. Il crescente squilibrio strutturale tra avanzi e disavanzi correnti delle bilance dei pagamenti, che lega molti paesi avanzati a quelli di nuova industrializzazione, è strutturalmente connesso ai mutamenti nella struttura reddituale che, a loro volta, hanno agito come detonatore per la sollecitazione dell’indebitamento e per l’innovazione finanziaria trasformando la finanza in un “predatory system” per usare le parole di Stiglitz. L’equilibrio, infatti, è stato ricercato con l’indebitamento delle famiglie e con le distorsioni delle bilance commerciali, inducendo alla modellazione di politiche economiche e distributive “sostanzialmente irresponsabili”, basate sull’autoregolazione dei mercati e la dismissione della responsabilità pubblica.
È impressionante l’enormità delle trasformazioni provocate a danno del lavoro, e di quelle ulteriori comportate dalla recessione/depressione in atto: il rapporto di dicembre dell’Oil dà la disoccupazione mondiale in crescita nel 2009 da 190 milioni fino a 240 milioni di unità, il numero di lavoratori poveri che guadagnano meno di due dollari al giorno in aumento fino a 1,4 miliardi di unità (il 45% degli occupati mondiali), il numero di quelli con lavoro “vulnerabile”, cioè privo di reti di salvataggio, in incremento fino al 53% del totale. A fronte di tale enormità non basta porre genericamente sotto accusa l’incapacità di previsione degli economisti, come fa il ministro Tremonti che ama indugiare in metafore “da sacrestia” (i sette mostri, l’Armageddon finanziario, l’Apocalisse ecc.), ma si guarda bene dal citare una sola volta il tema delle diseguaglianze e l’alterazione della distribuzione del reddito a svantaggio dei salari e a vantaggio dei profitti. È l’ideologia neoliberista, alla base delle politiche della destra in tutto il mondo che mostra la sua profonda fallacia ed è un intero paradigma economico che va ripensato.
A livello mondiale, il raddoppio in vent’anni delle forze di lavoro, la decurtazione del potere delle organizzazioni sindacali, il contenimento dell’offerta di beni pubblici, la contrazione della progressività dei sistemi fiscali, sono stati tutti fattori generativi di un accentuato squilibrio tra capitale e lavoro e di una modifica della distribuzione del reddito a beneficio del capitale. La correlazione tra caduta della quota di reddito destinata al lavoro, incremento dei rendimenti del capitale, aumento del valore degli asset patrimoniali maggiore di quello del Pil, ha comportato, insieme a un’ulteriore concentrazione della ricchezza, un consistente rafforzamento della rendita, processo nel quale sono state fondamentali le interazioni – generalmente trascurate dagli analisti – tra trasformazioni nei mercati del lavoro (invasi da flessibilità e precarietà) e trasformazioni nei mercati dei capitali. Tutto ciò che ha fatto della finanza il vero arbitro della distribuzione del reddito. Il mancato incameramento dei guadagni di produttività da parte della stragrande maggioranza della popolazione è stato compensato mediante l’offerta – soprattutto negli Usa – della possibilità di indebitarsi ampiamente e facilmente, a sua volta agevolata da politiche monetarie (in particolare della Fed americana) molto accomodanti e dall’effetto ricchezza connesso all’incremento dei valori immobiliari.
Qui, anzi, è esplosa quell’inflazione che, tenuta sotto controllo dalle autorità monetarie di tutti i paesi solo per quanto riguarda i prezzi dei beni e i salari, è stata colpevolmente trascurata per corsi azionari, patrimoni e immobili. Come conseguenza di tutto ciò, siamo di fronte a un duplice fenomeno:
a) sul valore aggiunto diminuisce la quota dei redditi da lavoro – essa si riduce addirittura fra i 10 e i 5 punti in Europa – e aumenta quella dei redditi da capitale;
b) crescono le diseguaglianze fra le retribuzioni, lungo tutta la scala distributiva, ma con un peso decisivo esercitato dall’impressionante aumento di quelle dei ricchissimi.
Per gli Usa, da calcoli basati sulla social security americana, si evince che i movimenti maggiori si verificano proprio al top della distribuzione del reddito: tra il 1990 e il 2005 il decile al top accresce la sua quota rispetto alla mediana del 14%, ma all’interno di tale decile la seconda frazione più elevata l’accresce del 20%, la prima del 30%. L’Italia accentua la propria collocazione vicina ai paesi più diseguali, i quali restano Stati Uniti e Regno Unito, con una forte accentuazione delle sperequazioni nella composizione interna dell’allocazione delle risorse che, nel caso italiano, vedono tra il 1993 e il 2006 il reddito disponibile equivalente reale aumentare del 2,6% per le famiglie dei lavoratori autonomi e solo dello 0,6% per le famiglie degli operai e dello 0,3% per quelle degli impiegati. Dunque, la crisi non è solo finanziaria e non è nemmeno solo “regolatoria”.
I cosiddetti “eccessi” della finanza e l’indubbio dilatarsi della speculazione non avrebbero potuto provocare gli sconvolgimenti a cui oggi siamo posti di fronte se essi non avessero trovato la struttura suddetta su cui radicarsi e diffondersi. Una struttura di cui sono stati elementi portanti l’uso unilaterale e distorto – centralizzatore e rigerarchizzante – delle tecnologie informatiche e l’affermarsi di una visione dell’impresa priva di funzione sociale e volta solo al perseguimento di profitti per gli azionisti. La distribuzione del reddito che ne è conseguita è squilibrata, iniqua e inefficiente. Con il rapporto tra redditi dei top manager e retribuzione mediana – che era di 30 volte nel 1979 – giunto oggi fino a superare le 200 e perfino le 400 volte, la distribuzione reddituale segnala una “sostanziale svalorizzazione del lavoro” connessa al mutamento dei rapporti di potere nelle imprese, ma anche un’alterazione del suo significato antropologico e della sua immagine sociale. A questi esiti redistributivi hanno contribuito in modo rilevante le modifiche, in senso privatizzatore, dei sistemi di welfare, le quali hanno investito anche strutture basilari della cittadinanza democratica moderna, quali l’istruzione e la sanità.
Valga per tutti il caso della previdenza, nella quale i Fondi pensione sono stati stimolati con benefici fiscali pubblici intrinsecamente regressivi (e pertanto a vantaggio dei ceti abbienti), i quali hanno finito con l’agire a rinforzo delle tendenze squilibranti la distribuzione del reddito. Dunque, se una nuova Great Transformation ci attende, un nuovo intervento pubblico su larga scala è richiesto: Obama non esita a parlare di Green New Deal, nel salvataggio dell’industria automobilistica il governo americano prescrive la progettazione di modelli ecologici, cambia gli amministratori delegati, impone l’accordo con la Fiat. Per noi sull’altra sponda dell’Atlantico il nuovo intervento pubblico deve avere la faccia dell’Europa, la quale, invece, fin qui, pur godendo dell’incredibile vantaggio della finalmente acclarata superiorità del modello sociale europeo, è stata largamente insufficiente, attestata nella sola difesa a tutti i costi dell’integrità del Mercato unico e del sacro principio della concorrenza. Ma non si può rimanere stretti tra la Scilla di un “neoliberismo di risulta” che già si ripropone, anche nel centrosinistra – si pensi ai Giavazzi, i Tabellini, gli Alesina – e la Cariddi dello statalismo deteriore, neocorporativo e neocolbertiano, decisionistico e autoritario, di Tremonti. C’è bisogno di un nuovo intervento pubblico che:
• metta al centro le questioni di un riequilibrio della distribuzione a vantaggio del lavoro;
• proponga una nuova accezione della redistribuzione, non solo come redistribuzione ex post ma anche come redistribuzione ex ante e così rafforzi l’intreccio “redistribuzione”/ “allocazione”.
Intrecciare le questioni della redistribuzione e quelle dell’allocazione significa riconoscere che mai come in questo momento “politica economica” e “politica sociale” sono interconnesse: quando le parole chiave diventano “strade”, “ponti”, “reti”, scuole”, “ospedali”, innovazione sociale”, “tecnologie verdi” – le parole che usa Obama – allora sfera economica e sfera sociale tendono largamente a sovrapporsi e a coincidere. Quella da adottare è una prospettiva da New Deal, di tipo neokeynesiano, in grado di agire tanto sulla domanda che sull’offerta. Così, ricollocando tra i nostri valori centrali quello dell’eguaglianza, possiamo tornare a dare una rinnovata centralità alle questioni del lavoro e della produzione, facendo fronte all’emergenza mediante l’adozione di un’ottica di lungo periodo, investendo in innovazione e in tecnologie, premiando chi reinveste gli utili, potenziando il capitale umano e tutte le funzioni della conoscenza, facendo evolvere in modo al tempo stesso più equo e più dinamico l’intero sistema sociale e produttivo.