In attesa che la Fiat presenti il suo piano, la tensione è grande. 5.300 dipendenti diretti, che con l’indotto arrivano a 18-20mila. “La Fiat fa il suo mestiere, il sindacato rincorre, il governo italiano sta alla finestra”
“Volevamo ristrutturare casa. Due figli, le esigenze che crescono, era ormai una necessità. Sarebbero venuti dei sacrifici, certo; tuttavia, con due entrate, la mia e quella di mia moglie, non ci sembrava un azzardo. A lavori finiti abbiamo adesso un’abitazione assai più confortevole. Ma potevamo mai prevedere quel che sarebbe successo? Che vuoi che ti dica: ora bisogna stringere la cinghia. Certo, è proprio un bel paradosso”.
Dopo la rieducazione
Sì, è davvero paradossale la storia di cui è protagonista Stefano Birotti, quarantaquattro anni, Rsu della Fiat di Pomigliano, in fabbrica dall’89, paradossale la vicenda che con lui stanno vivendo dalla scorsa estate, in immediata coincidenza con l’insorgere della crisi, i suoi compagni di lavoro. Sembra ieri – ma è passato più di un anno, parliamo del gennaio-febbraio 2008 – quando, in omaggio all’imperativo della qualità, Sergio Marchionne decideva che gli impianti della cittadina vesuviana avrebbero dovuto cambiare volto. Due mesi di stop, investimenti mirati a modificare l’organizzazione del lavoro, severi corsi di formazione per tutti i dipendenti.
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“Dovevamo imparare a fare nostri gli obiettivi dell’azienda, interiorizzarli, entrare in competizione gli uni con gli altri per superarci di continuo – ricorda Giuseppe Saccoia, cinquantacinque anni, vecchio militante Fiom, in azienda dal 1972, gli anni dell’Alfasud, in pratica da sempre –. Era la ‘rieducazione’. A cosa è servito? Alla vigilia della pausa estiva eravamo già di fronte a questa brutta, disgraziata realtà”. Due, poi due e poi quattro, e poi tre e ancora quattro, infine tre per quattro e all’orizzonte (per ora) due. La sequenza numerica, mentre dal finestrino della circumvesuviana corre in direzione opposta un paesaggio di cemento su cui il sole sbiadisce, si mescola per proprio conto al ricordo di qualche lettura intorno al rito celebrato ogni lunedì di Pasqua per ricordare lo sfregio che l’immagine della Vergine, custodita qui a un passo nel santuario della Madonna dell’Arco, subì nella seconda metà del 400; al rito officiato dai pellegrini, prima che dalla gerarchia ecclesiastica: al tempo del loro incedere, ai tamburi e alle musiche dei visitatori, al loro muoversi sincopato. E alla traduzione di tutto questo, appunto, nell’astrazione matematica.
Letteratura. I numeri che tornano in mente mentre il treno ci riporta a Napoli sono quelli, mese dopo mese, da settembre in avanti, della cassa integrazione; e il paradosso a cui Birotti allude è il traumatico cambio di prospettiva con il quale, scoppiata la crisi, questa gente deve fare i conti: dai moderni riti di autoesaltazione che concludevano i corsi d’inizio 2008, con le promesse di futuro sottese, all’incertezza che proprio sul futuro si è poi addensata, alle difficoltà già grandi del presente.
Difficoltà, ci dicono con pudore nella sede Cgil di Pomigliano, che non sono solo il mutuo da pagare e l’incubo che la banca ti chiami il giorno che passa la rata perché i-soldi-sul-conto-scusate-è-sicuramente-un-disguido-ancora-non-ci-sono. Ma che si vedono già nei negozi vuoti, nelle spese che improvvisamente si scoprono superflue, e nell’arrangiarsi dei lavoretti eseguiti durante le ore libere: per qualche decina d’euro in più, facendo magari incazzare l’idraulico, l’imbianchino, l’elettricista che fine a qualche tempo fa non immaginava di dover fronteggiare nuovi e più disponibili concorrenti.
Le carte del Lingotto
Un paradosso, ancora, che rischia di lasciare il campo, dopo che il ricordo della nuova Pomigliano vagheggiata dal Lingotto si sarà ingrigito, a una ben più cruda realtà.
Il responsabile auto della Fiom Enzo Masini ricorda le carte Fiat, chiamiamole così, apparse durante l’incontro di Francoforte, il 13 maggio, con i sindacalisti tedeschi della Opel. Con parole non diverse le riassume Andrea Amendola, della segreteria Fiom Campania, responsabile auto su scala regionale. “Prima ipotesi: chiusura di Pomigliano, e di Termini Imerese, oltre alla cancellazione dell’assemblaggio nello stabilimento Pininfarina di San Giorgio Canavese, in Piemonte. Seconda ipotesi, successiva alla prima, ridimensionamento di Pomigliano e conferma delle intenzioni peggiori per gli altri due siti”.
Escluso che sia davvero pensabile, sostenibile la prima ipotesi, resta in piedi la seconda. “Che sarebbe comunque una iattura – osserva Saccoia –: la fine di quel triangolo industriale che con Melfi e Avellino qui nel tempo si era costruito e il venir meno, o comunque il forte indebolimento, dell’ultima grande realtà industriale che insieme all’Alenia è rimasta nella nostra regione”.
I numeri ancora una volta parlano da soli: 5.300 dipendenti diretti, che con l’indotto arrivano a 18-20mila in tutto il settore automotive della Campania. “La Fiat fa il suo mestiere, il sindacato rincorre, il governo italiano, al contrario di quelli Usa e tedesco, sta alla finestra. Il pericolo – commenta Ugo Marani, economista, docente all’Università Federico II di Napoli e presidente dell’Ires Cgil regionale –, con il Sud di nuovo abbandonato a se stesso, è che alla fitta schiera dei giovani disoccupati e per ora silenti, a quella, rumorosa, dei lavoratori della formazione, se ne aggiunga una terza: gli operai espulsi dalla manifattura. Sotto il profilo sociale, una vera polveriera”.
Marani ci riporta così al pericolo che tutti paventano. “Scoppia? E se scoppia?”. L’interrogativo, nei giorni del dopo terremoto in Abruzzo riferito alle pulsioni nascoste nella pancia del Vesuvio – interrogativo a cui, tra parentesi, l’unica risposta possibile è, per ora, quella di fare ricorso alla ricca oggettistica contro la jella di cui il mercato locale dispone –, l’interrogativo, dicevamo, passa intanto da ciò che dentro il vulcano potrebbe accadere a quel che fuori dello stesso già sta accadendo.
Welfare familiare
Marino Niola, antropologo, docente all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, tiene a sottolineare la grande forza di coesione che ancora mostra, in questa terra, il legame familiare e comunitario. “Penso che a Pomigliano, come del resto in tutto il meridione, ci sia una quota di welfare assicurata dalla famiglia, più in generale dalla società, che consente di reggere meglio ai colpi della crisi. Se la situazione dovesse aggravarsi tutto si farebbe più difficile, certo. Però non sono pessimista. L’importante è ovviamente che la comunità non resti sola”. “Per ora – aggiunge Amendola – la sensazione è che non ci sia sino in fondo la percezione della crisi. Le difficoltà interessano tutto sommato ‘solo’ una parte, anche se una parte decisiva, dell’economia. Poi, è vero, il supporto familiare è importante”.
Supporto che riscalda, senza dubbio, ma che può anche nascondere, per molti, un arretramento. Massimo Infante è un dipendente di Fenice, la società che assicura i servizi ambientali della Fiat. Ha venticinque anni, due diplomi, si era anche iscritto all’università – ingegneria meccanica –, ma il lavoro con la sua particolare organizzazione, i turni e la notte, non gli permette di studiare: “Quello che sta accadendo mi fa rabbia – dice –. Ho cominciato a lavorare a diciannove anni, sono abituato alla mia autonomia, non ho nessuna voglia di tornare indietro”. Però, gli chiediamo senza girarci intorno, se la situazione precipitasse, te la sentiresti di emigrare? “No – risponde secco –, sarebbe una sconfitta. Abbiamo creduto tutti a un avvenire diverso. Voglio restare qui”.
Un mostro mediatico
E così torniamo all’inizio, all’idea che nella sofferenza del Sud, nell’infelicità soprattutto di questa terra, potesse esserci comunque qualcosa di solido, nell’economia e nel lavoro, su cui contare. La crisi mette in dubbio questa convinzione, rende tutto terribilmente incerto. “E produce tanta amarezza – osserva Saccoia –. Giudicalo pure un luogo comune, ma siamo sempre noi a pagare”. “Tuttavia io non sono pessimista – prosegue –. Ho fatto per anni il collaudatore: una mansione che, come si può immaginare, richiede una certa professionalità. Alla fine della mia vita di lavoro mi sono ritrovato sbattuto da un giorno all’altro, ti parlo dei primi mesi del 2008, il tempo della ‘rieducazione’, nel nuovo centro per la logistica creato dalla Fiat a Nola. Un posto finto, in realtà un nuovo reparto confino, com’è tradizione del Lingotto, questa volta non più solo per i ‘politici’, ma per i politici, ovvero alcuni degli operai più sindacalizzati, e poi un po’ di dipendenti che per le ragioni più disparate l’azienda non gradisce. Bene, ciò nonostante, non sono pessimista”. “Perché? – conclude –. Perché stiamo lavorando bene. Perché abbiamo saputo contrastare il mostro mediatico che avevamo contro, perché dovevamo batterci contro la spazzatura per strada, non solo contro i pregiudizi nei nostri confronti. La partita non è chiusa. Se riusciamo a portare la Fiat, e il governo, a un tavolo di negoziato, la partita, credimi, non è chiusa”.
(da “Rassegna Sindacale”, n. 20, 2009)