Intervista a Silvano Andriani. Meno consumi privati, più beni pubblici, ed è arrivato il momento di pensare una “economia verde” anche per l’Italia. C’è una parola chiave per il sistema manifatturiero, che resta e deve restare centrale: la qualità
Silvano Andriani è uno dei più lucidi osservatori della finanza e delle politiche economiche. È convinto che sia necessario costruire un nuovo modello di sviluppo perché dalla crisi attuale non si esce solo con una regolazione (seppure necessaria) dei mercati finanziari. È arrivato il momento di pensare una “green economy” anche per l’Italia. Il problema più grande è però quello di evitare sbocchi protezionistici e nazionalisti.
Rassegna Si può essere ottimisti sul superamento della crisi?
Andriani Effettivamente c’è una ripresa delle Borse, ma per l’economia reale la situazione resta pesante. E c’è anche da considerare che dopo la crisi del ’29 (fino al 1933) sono stati ben quattro i rimbalzi delle Borse. Noi assistiamo a un massiccio intervento degli Stati, che rovesciano tutte le teorie precedenti. Ma la domanda di fondo è un’altra: l’intervento pubblico si sta orientando a ridurre (non dico a eliminare) i problemi che sono all’origine di questa crisi? Si tratta di vedere dunque quali sono questi squilibri.
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Il primo squilibrio è legato alla distorta distribuzione del reddito che si manifesta in tutti i paesi ricchi e in particolare nei paesi anglosassoni. Ma il problema riguarda anche l’Italia. E su questo punto troviamo una profonda analogia con la crisi del 1929. Negli anni Venti si verificò una sostanziale redistribuzione del reddito a favore del capitale e a sfavore del lavoro. E quella è stata la base principale che poi ha causato la grande crescita delle diseguaglianze e della concentrazione della ricchezza. Ed è anche quello che è successo negli ultimi trent’anni a partire dall’affermarsi delle teorie neoliberiste. L’aumento delle diseguaglianze e della concentrazione della ricchezza ha una serie di conseguenze: riduce la mobilità sociale e rende più inefficienti i mercati. Ma il fatto che i governi di destra che hanno portato avanti queste politiche abbiano mantenuto il consenso – nonostante il peggioramento delle condizioni dei ceti medi – è legato al ricorso all’indebitamento facile. È il fenomeno della cosiddetta “finanza democratica”: la gente è stata costretta a indebitarsi. E questo ha determinato il fatto che nel 2007 il livello di indebitamento complessivo (privato e pubblico) della società statunitense abbia raggiunto livelli record. Già nel 1929 aveva raggiunto il tetto di tre volte il valore del Pil. Ora nel 2007 quel record del ‘29 è stato superato e l’indebitamento ha raggiunto il tetto di un valore tre volte e mezzo il Pil. Questo fenomeno ha coinvolto tutti i paesi a modello anglosassone, compresa Nuova Zelanda e Australia. Sono tutti paesi che hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi. Si sono tutti indebitati. Oltre a questi anche i paesi dell’Est europeo si sono indebitati. Questo blocco (tutti i paesi anglosassoni e tutti i paesi dell’Est Europa) ha assorbito tutto il flusso di capitali mondiali. Ma a fronte di questi paesi strutturalmente in passivo nella bilancia dei pagamenti c’era però un gruppo di paesi strutturalmente in attivo nella bilancia dei pagamenti. Due sono storici: Germania e Giappone. A questi s’è aggiunta la Cina. E altri paesi emergenti anche in se in misura minore, più il blocco dei paesi petroliferi, visti i livelli raggiunti dal prezzo del petrolio.
Rassegna Questi sono gli squilibri mondiali. Ma quello che si sta facendo oggi, a livello di intervento pubblico, servirà a superare questi squilibri?
Andriani Bisogna constatare per prima cosa che non c’è stato un orientamento a livello coordinato. L’ultimo intervento del G20 a Londra aveva prodotto solo una decisione di facciata. Anche se una decisione concreta e positiva è stata quella di aumentare le risorse del Fondo monetario internazionale per fare fronte a richieste crescenti di paesi emergenti a rischio di default: Ucraina, Ungheria, i paesi baltici, più qualche paese dell’America Latina. Siamo di fronte a una serie di problemi di questo genere. Ma siamo in presenza di interventi rivolti a evitare il collasso. Da una parte ci sono stati paesi che hanno fatto delle scelte: innanzitutto gli Usa, che con il presidente Obama hanno cominciato a impostare un discorso su un diverso modello di sviluppo. Un modello di sviluppo che punti sulla green economy e su una redistribuzione del reddito (e su questo Obama ha introdotto misure che puntano a rafforzare il potere dei sindacati). C’è poi in ballo la riforma sanitaria e le politiche sociali. Tutto questo non senza qualche contraddizione. Da una parte rimane ancora molto confuso il modo in cui si affronta il risanamento del sistema finanziario, data la pressione fortissima che lo stesso mondo finanziario esercita sull’amministrazione. E dall’altra c’è un paradosso: essendo proprio gli Usa il paese che ha fatto gli interventi più forti per il rilancio, è anche il paese che spinge di più sulla domanda interna. E questo tende ad aggravare lo squilibrio della sua bilancia dei pagamenti. La Cina, da parte sua, ha fatto un grosso programma di stimolo fiscale e anche qui non senza contraddizioni perché nello stesso tempo la Cina continua a puntare sulle esportazioni. Chi invece non si muove per niente sul fronte del superamento degli squilibri è l’Europa e soprattutto la Germania. Pochi giorni prima dell’incontro di Londra del G20 in una intervista al Financial Times Angela Merkel ha ribadito che il sistema tedesco è un sistema orientato alle esportazioni e non c’è nessuna intenzione di cambiarlo.
Rassegna In questa situazione non c’è anche il rischio che si sviluppino soluzioni nazionali in contrasto l’una con l’altra?
Andriani Noi oggi siamo di fronte a un dilemma. In una situazione del genere o si approfitta della crisi per rilanciare il multilateralismo, oppure il rischio è che si imbocchi una deriva nazionalistica e protezionistica. Una cosa simile a quello che successe tra la crisi del 1929 e il 1933, gli anni che portarono alla vittoria di Roosevelt negli Usa e del nazismo in Germania. Quello che spesso viene dimenticato è che in Europa sempre in quegli anni vinsero le socialdemocrazie in tutti i paesi scandinavi. Si cominciò proprio allora ad affermare il modello di Welfare State, che sarebbe risultato vincente dopo la seconda guerra mondiale. In quegli anni si manifestarono dunque due soluzioni opposte: quella nazionalistica e quella legata al Welfare. Roosevelt (che si trovò di fronte alla scelta protezionistica già effettuata da Hoover) fu il principale protagonista del rilancio del multilateralismo con gli accordi di Bretton Woods.
Rassegna Sono due strade ancora totalmente aperte?
Andriani Io dico che si intravvedono già brutti sintomi di nazionalismo. Bisogna anche ricordare una cosa. Il protezionismo si può realizzare infatti in molti modi: si possono costruire barriere per i commerci, ma si può fare anche con le politiche dei salvataggi se non si stabiliscono delle regole precise. Per esempio uno degli effetti del salvataggio delle banche sarà un rafforzamento del potere delle concentrazioni bancarie stesse (si fanno fallire le piccole e si salvano solo le grandi). Attenzione quindi che dalle politiche di risanamento possono scaturire cose diverse. Il protezionismo si può realizzare anche manovrando i cambi come fanno i cinesi, ma come fanno da anni gli inglesi. E si può fare anche con le politiche macroeconomiche, favorendo le esportazioni. Io vedo quindi vari segnali di ritorno al protezionismo sotto varie forme. La seconda considerazione è di natura politica. Io penso che gli Stati nazionali si rafforzeranno. La gente, di fronte alla crisi e alle incertezze che essa determina, si rivolgono innanzitutto agli Stati nazionali. Per quanto riguarda l’Europa, è chiaro che essendo i sistemi economici diversi tra di loro, si richiedono risposte diverse. A ogni paese si pone il problema della ricollocazione in un contesto che cambierà radicalmente. Appare evidente quindi saranno soprattutto gli Stati nazionali a guidare la ricollocazione. Del resto è proprio quello che stanno già facendo gli Stati Uniti. Bisogna perciò evitare che questo rafforzamento degli Stati nazionali debordi nel protezionismo e poi nel nazionalismo. Bisogna perciò bilanciare il rafforzamento degli Stati con il rafforzamento di istituti internazionali, coordinati a livello internazionale.
Rassegna Veniamo all’Italia. Come vedi la possibile uscita dalla crisi?
Andriani I punti di debolezza dell’Italia sono la divisione Nord-Sud e il livello del debito pubblico, che è molto più alto di quello di altri paesi. Infine c’è il problema di un’amministrazione pubblica non adeguata (oltre ovviamente alla presenza del sommerso). Ma nello stesso tempo non bisogna neppure trascurare quelli che sono i punti di forza. È importante per esempio ricordare che l’Italia è il paese con una presenza manifatturiera tra le più grandi in Europa; siamo secondi solo alla Germania. L’Italia infatti ha mantenuto un ruolo nel manifatturiero sia pure con una conformazione molto diversa, molto caratterizzata dalle piccole imprese. Un secondo punto di forza è relativo a un sistema finanziario meno compromesso, forse perché è stato più conservatore degli altri e perché ha un tasso di risparmio più alto di alti paesi. Qui bisogna notare che anche il debito pubblico italiano crescerà con questa crisi (anche perché non è pensabile un aumento del carico fiscale). Si parla del 120 per cento o forse anche di più. Le entrate fiscali diminuiranno per la recessione. Ma il debito di altri paesi crescerà di più del nostro, quindi il distacco diminuirà. E c’è anche la probabilità (che è quasi certezza) di una ripresa dell’inflazione.
Io penso dunque che anche per l’Italia esisterà il problema di ricollocarsi nel nuovo contesto. E dobbiamo anche considerare ciò che dice Obama, ovvero il delinearsi per i paesi ricchi (e noi siamo un paese ricco) di una nuova strategia. Gli Stati Uniti non saranno più il paese che si oppone alle politiche ambientaliste o che punta solo sul petrolio. Gli Usa punteranno sulle energie alternative. In questo nuovo contesto c’è una parola chiave per il sistema manifatturiero che resta e deve restare centrale: la qualità. Solo attraverso un ulteriore salto qualitativo si può mantenere un ruolo nel contesto della globalizzazione – che è il contesto nel quale noi pensiamo di muoverci. Poi vale anche per l’Italia la necessità di modificare i motori dello sviluppo: meno consumi privati, più beni pubblici, green economy. Un contesto in cui la sanità non può essere considerata un fattore di costo, ma un motore di sviluppo. Lo stesso discorso vale per l’istruzione. L’intervento pubblico va orientato in questo senso. Di fronte a una situazione in cui aumenta l’intervento dello Stato, a maggior ragione è necessario chiarire quale debba essere il ruolo dello Stato stesso. Quale nuovo rapporto tra Stato e mercato. Non si tratta di rilanciare il vecchio statalismo, ma è chiaro che ci sono diverse cose che il mercato non può fare. Prima di tutto è chiaro che i mercati non possono regolare se stessi. La seconda funzione dello Stato riguarda la necessità di determinare una distribuzione del reddito politicamente controllata, che sia tale da assicurare non solo una maggiore giustizia sociale, ma anche una distribuzione più funzionale alle esigenze di sviluppo. Una domanda che cresca senza il bisogno di far indebitare le persone. La terza componente del nuovo ruolo dello Stato è relativa alla necessità di orientare la ricollocazione nel nuovo contesto economico mondiale. Tutte queste cose non le può fare il mercato.
Rassegna Mi pare che quello che tu proponi non è il vecchio modello dello statalismo, ma una nuova formula del governo pubblico dei processi economici…
Andriani Sì, prendiamo come esempio il modello distributivo. I pilastri sono tre: uno è il sistema contrattuale (che determina la distribuzione dell’output tra capitale e lavoro all’origine); l’altro è il sistema fiscale e infine il terzo è rappresentato dai sistemi previdenziali. Sono i tre pilastri che determinano la distribuzione del reddito in ogni paese. Chi può intervenire su queste materie se non lo Stato? È vero che il sistema contrattuale è definito anche dalle parti sociali, ma è chiaro che il governo interviene (anche in senso negativo come si vede dal caso italiano), ma interviene. Sulle politiche fiscali e previdenziali il ruolo dello Stato è evidente. Sono cose che può fare solo lo Stato. Se lasciamo il mercato libero di determinare la distribuzione del reddito, i fatti hanno dimostrato che aumentano le diseguaglianze ma anche l’indebitamento e gli squilibri.
Rassegna Ma come può fare lo Stato a intervenire oggi a livello di politiche industriali?
Andriani Si possono per esempio dare degli incentivi per indirizzare da una parte o dall’altra la produzione industriale. Se negli Usa portassero il prezzo della benzina ai livelli europei voglio vedere se si continuerebbe a usare le auto grandi, i Suv. E se tu cominci a mettere nei prezzi con le imposte tutti i costi scaricati sull’ambiente, qualcosa succede. Insomma ci sono le politiche che si possono usare per indirizzare le scelte economiche. Invece di dare incentivi a caso alle imprese, come succedeva per l’acquisto di automobili, scegli di finanziare soltanto l’attività di ricerca e sviluppo come fa la Germania, allora si ottengono dei risultati. Lo Stato ha un’enorme quantità di strumenti per intervenire senza assumersi direttamente la gestione, salvo eccezioni. Nel caso dei salvataggi bancari – per esempio – io sono dell’opinione che se Obama volesse fare la cosa giusta, dovrebbe nazionalizzare a tempo le banche. Si tratterebbe comunque di una nazionalizzazione protempore. È già successo in passato. Non si possono neppure fare paragoni meccanici con il passato. Lo Stato non si deve sostituire ai privati, ma deve mettere in campo le politiche appropriate.