Intervista a Marco Onado. L’unica cosa certa è che occorrono soluzioni non improvvisate, perché il deficit di capitale che si è determinato nel sistema internazionale è significativo e la perdita di fiducia nelle banche è reale
Per descrivere la profondità e la velocità di propagazione dell’attuale crisi economica si utilizza spesso la metafora dell’esplosione atomica. Questa è anche l’immagine adottata da Marco Onado, docente di Diritto ed Economia dei mercati finanziari all’università Bocconi, che spiega cosa non ha funzionato nell’economia d’oltreoceano e come uscire dal dissesto.
Rassegna Quali sono gli ingredienti di tipo reale e finanziario che hanno innescato la reazione a catena che ha portato al disastro?
Onado Uno degli elementi essenziali è stato il basso livello dei tassi d'interesse e le condizioni di estrema facilità nell'erogazione del credito che si sono determinate negli Stati Uniti nel corso degli ultimi venti anni. D'altro canto tale politica monetaria aggressiva, iniziata da Greenspan, era funzionale a porre rimedio a uno squilibrio dell’economia reale segnata da una relativa stagnazione dei salari assieme a un forte incremento dei profitti. Il problema era che la dinamica dei salari non era compatibile con la crescita dei consumi, e dunque con la crescita della domanda aggregata e del reddito complessivo. Ciò che ha consentito di superare tale squilibrio è stato il debito: il sistema finanziario è stato prontissimo a fornire alle famiglie tutto il sostegno richiesto in termini di mutui e di prestiti, tanto che il rapporto tra indebitamento e reddito complessivo è arrivato al 140 per cento. Inoltre si è determinato un deficit molto elevato della parte corrente della bilancia dei pagamenti americana con conseguenze destabilizzanti anche sull’intero sistema finanziario mondiale, il quale ha provveduto a far affluire verso gli Stati Uniti fino a mille miliardi di dollari all’anno.
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Rassegna Questo meccanismo ha funzionato per decenni, con soddisfazione di tutti. Perché si è rotto?
Onado A causa di tre elementi fondamentali di squilibrio. Il primo, il livello di indebitamento delle famiglie che a un certo punto diventa insostenibile, anche in presenza di bassi tassi d’interesse. Il secondo, il livello d’indebitamento complessivo del paese, perché neppure una potenza come gli Stati Uniti può vivere per troppo tempo al di sopra dei propri mezzi. Il terzo è dato dalla progressiva concentrazione dei redditi nella società americana. Come ha sottolineato Paul Krugman, lo 0,01 per cento degli americani più ricchi, oggi, sono sette volte più ricchi di quanto fossero tre decenni fa, mentre i redditi reali della maggior parte delle famiglie americane sono rimasti quasi uguali. Nella distribuzione della ricchezza, anziché del reddito, poi la polarizzazione risulta ancora più accentuata.
Rassegna Qual è il ruolo svolto dal sistema finanziario? E dalla politica?
Onado Il credito ha rappresentato una potente droga che ha permesso per venti anni di tenere in piedi questo insieme di situazioni, ciascuna delle quali costituiva un fattore di squilibrio a livello macroeconomico e reale. Si è concessa una quantità enorme di prestiti e di mutui anche senza le necessarie garanzie e si è spinto all’estremo il meccanismo della trasformazione dei mutui in titoli che sono stati venduti al resto del mondo, dai paesi in surplus come la Cina ai paesi detentori del petrolio, chiudendo in questo modo il cerchio dello squilibrio americano. Insomma, una “via finanziaria all’american dream” che ha avuto l’avallo e l’approvazione dellapolitica senza sostanziali differenze, devo dire, tra l’amministrazione Clinton e quella di Bush, anche se durante i due mandati di quest’ultimo presidente il processo si è accentuato.
Rassegna Una via che non faceva che aumentare la concentrazione del reddito, per via degli enormi guadagni degli intermediari finanziari e di coloro che avevano investito nei titoli…
Onado Certo, negli Stati Uniti la quota dei profitti del sistema finanziario sull’insieme dell’economia è passata da una media di lungo periodo oscillante tra il 10 e il 20 per cento a oltre il 40 per cento.
Rassegna Perché non hanno funzionato i sistemi di controllo e di autoregolazione delle istituzioni finanziarie?
Onado Le responsabilità in questo caso sono soprattuttoquelle dell’amministrazione Bush, perché si è consentito che tutta l’attività di emissione dei mutui e di trasformazione del rischio fosse realizzata su terreni non regolamentati. Non si tratta di deregolamentazione, dunque, ma di una sorta di “a-regolamentazione” che ha riguardato tutta l’innovazione finanziaria, cresciuta enormemente in questi ultimi anni. Una scelta ancora più colpevole perché i grandi scandali, a cominciare da Enron, furono possibili proprio per questo tipo di prodotti finanziari. Difatti si tratta di titoli sviluppati fuori dagli schermi radar dei regolatori (che non a caso sono stati gli ultimi a venirne a conoscenza, come i mariti traditi delle commedie di un tempo), commercializzati su mercati che non permettevano di conoscere il loro grado effettivo di trasparenza e di liquidità, e ulteriormente trasformati in prodotti derivati, anch’essi senza regole: insomma un’autentica cortina fumogena nella quale gli operatori decidevano solo sulla fiducia nelle agenzie di rating e nelle banche che emettevano i titoli. La frase invocata dalle autorità di controllo “noi non sapevamo” era sincera, per la semplice ragione che queste autorità si erano comportate come le classiche tre scimmiette.
Rassegna Ma adesso come se ne esce?
Onado Sappiamo che ogni crisi finanziaria comporta un costo, vale a dire una socializzazione delle perdite necessaria a separare la parte “malata” dal resto del sistema. A fronte dell’attuale situazione, l’unica cosa certa è che occorrono soluzioni radicali perché il deficit di capitale che si è determinato nel sistema internazionale è significativo e la perdita di fiducia nelle banche è reale. Una delle soluzione possibili è quella adottata in Svezia negli anni novanta, attraverso una nazionalizzazione della parte “cattiva” dei soggetti bancari, affidata a un apposito fondo. Dunque un’operazione del tipo “bad bank”, ma con alcuni vantaggi, perché condotta in modo trasparente e sufficientemente “equo”, tale cioè da non creare distorsioni tra un soggetto bancario e l’altro nel rapporto con le autorità di governo. Infine essa permette di far ripartire la parte sana del sistema finanziario, mentre il fondo appositamente costituito può anche produrre profitti – e quindi ridurre l’onere sopportato dal contribuente – se ben gestito e se l’economia è in ripresa. Una soluzione del genere, adottata a livello europeo, consentirebbe di non creare distorsioni concorrenziali tra le diverse banche all’interno dell’Unione. Un’altra possibilità, caldeggiata dagli economisti della scuola di Chicago ma che io non condivido perché poco praticabile e potenzialmente controproducente per la dose di discrezionalità che le è connessa, è quella di creare delle “bad bank” analizzando caso per caso. Infine esiste una soluzione radicale, quella di nazionalizzare tutti gli operatori in crisi del sistema bancario. Ma quel che in parte ha iniziato a fare Gordon Brown, non è permesso a Barack Obama che ritiene non praticabile un’ipotesi di nazionalizzazione, sia perché avversata dal comune sentire dei cittadini di quel paese, sia perché inattuabile da un presidente eletto da pochi mesi. Obama ha puntato su di un altro modello. Esso si basa su fondi costituiti pariteticamente da soggetti privati e pubblici che comprano dalle banche le attività problematiche, sia titoli che prestiti, con una garanzia dall’Ente federale di assicurazione sui depositi che immette risorse fino a 6-7 volte le risorse raccolte. Insomma una sorta di grande hedge fund che può attivare una domanda di titoli e di prestiti problematici fino a mille miliardi di dollari. Si tratta di un’ipotesi molto criticata sia perché non appare risolutiva, sia perché può rappresentare un enorme vantaggio per gli investitori.
Rassegna Insomma o non funziona oppure fa arricchire le stesse persone che hanno portato alla catastrofe. Ma cosa succede a livello europeo?
Onado L’Unione europea, escluso il Regno Unito, è in condizioni meno gravi rispetto ad altre aree del mondo, ma il punto è che non riesce a trovare una posizione comune. Invece, se c’è un insegnamento da trarre da questo cataclisma è che una regolamentazione nazionale è fondamentalmente debole e perciò non serve assolutamente a nulla.