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Dalla crisi si esce con più Stato

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La Cgil riunisce economisti e politici in un dibattito dal quale emergono tre linee. Necessario un ripensamento del modello di sviluppo. Va rivisto il ruolo dello Stato. Data l’origine della crisi, anche sociale, è centrale il tema delle disuguaglianze

di Paolo Andruccioli

Allarme cessato? La crisi è già finita? Economisti e politici si continuano a dividere sull’analisi della crisi più grave dalla Grande depressione degli anni Trenta. Ci sono quelli (Paul Krugman per esempio) che sostengono una tesi netta: senza riforme profonde del sistema, a partire da Wall Street, cuore della finanza, non si riuscirà ad uscire dal tunnel; ci sarà solo una ripresa di facciata che poi si trasformerà presto in una nuova crisi dagli effetti sociali disastrosi. Ci vuole quindi una vera inversione di rotta, anzi ci vorrebbe una rotta diversa da seguire per rilanciare uno sviluppo sostenibile (la green economy di Obama, per esempio). Altri dicono invece che l’allarme è stato eccessivo e sul Sole 24 ore Guido Tabellini ha dato il là a un dibattito rassicurante. Alcuni economisti ed opinion leader stanno cercando di spiegare a tutti e in modo qualche volta provocatorio che è assolutamente “prematuro il necrologio del capitalismo” (Alessandro Merli sul Sole di domenica 10 maggio).

Come stanno davvero le cose? E soprattutto cosa bisognerebbe fare per superare la crisi senza farne pagare i suoi costi (come al solito) ai lavoratori e alla fasce più povere? E’ questo il filo conduttore di una serie di incontri di studio organizzati dal dipartimento economico della Cgil che hanno preso il via la scorsa settimana, con un seminario di una giornata intera sulle prospettive della ripresa al quale hanno partecipato studiosi di varie discipline.

Sullo stesso tema:
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Se l’analisi non è facile, figuriamoci l’individuazione delle “ricette”. Dalla ricerca avviata nella Cgil si possono però estrapolare alcuni punti centrali su cui c’è consenso, anche se poi le sfumature politiche sono ovviamente diverse. In sintesi, i punti su cui si sta focalizzando la riflessione sono tre: 1) è necessario un ripensamento del modello di sviluppo perché non è sufficiente attuare una nuova e seppur necessaria regolazione dei sistemi finanziari; 2) è necessario un ripensamento (e un rilancio) sul ruolo dello Stato in economia, che potrà essere realizzato senza ripetere la strada delle nazionalizzazioni degli anni Sessanta del Novecento; 3) vista l’origine della crisi che non è solamente finanziaria, ma è anche politica e sociale, è centrale porre il problema delle disuguaglianze, che con la crisi si sono ulteriormente accentuate (“ne usciremo – spiega il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani – con un paese ancora più diviso e diseguale”).

Sull’origine della crisi ci sono tuttora interpretazioni diverse. Laura Pennacchi e Silvano Andriani mettono per esempio l’accento sui problemi della distribuzione del reddito e sull’aumento delle disuguaglianze sociali (che sarebbero state all’origine del fenomeno dell’indebitamento degli americani e del caso dei subprime in particolare). Marcello Messori è invece molto più cauto nell’attribuire un ruolo centrale alla questione della distribuzione del reddito. Sul fatto che la crisi sia una crisi da indebitamento non ci possono essere però dubbi come è certo – lo ha spiegato subito Agostino Megale - che la crisi in corso ha posto il problema di un “ripensamento del modello di sviluppo”. La cosa vale per gli Usa dunque, culla della crisi, ma vale anche per il nostro paese su cui la crisi si è abbattuta in modo diseguale. Ci sono settori che ne hanno pagato le conseguenze maggiori, altri che hanno resistito meglio. Ci vuole quindi un salto di qualità anche da parte del sindacato, sostiene Silvano Andriani, secondo il quale non si è ancora neppure sfiorato il tema di una “nuova visione di impresa” e di una “green economy” adatta all’Italia per puntare sui prodotti di qualità. Una prospettiva su cui concorda Roberto Artoni.

Ma per tentare di disegnare un nuovo modello di sviluppo e per rispondere in modo complessivo alla crisi è inevitabile porre il problema di un nuovo ruolo dello Stato e delle politiche economiche. Anche su questo i giudizi espressi dai vari intervenuti alla giornata di studio della Cgil concordano: i mercati finanziari e il mercato in generale hanno mostrato ancora una volta di non essere in grado di regolarsi. Un nuovo intervento dello Stato è necessario e d’altra parte gli Stati sono già scesi in campo, a partire da quello statunitense. Ma quale ruolo deve avere lo Stato? Si deve tornare all’epoca delle grandi nazionalizzazioni? Lo Stato deve nazionale – tanto per fare un esempio pratico – le banche a cui è stata evitata la “bancarotta”? A queste domande le risposte che emergono dalla riflessione stimolata dalla Cgil hanno sfumature diverse. Da una parte c’è chi dice che non si possono azzerare tutte le esperienze fatte e che non è possibile tornare al passato con la nazionalizzazione (Marcello Messori). Dall’altra c’è chi pensa che allo Stato (e quindi alla politica) debba essere affidato un compito ben più ampio della pur necessaria opera di controllo e regolazione del mercato.

Lo Stato (il pubblico) deve indirizzare l’economia con precise scelte di politica industriale e di innovazione. Non può essere solo un vigile urbano. E soprattutto non può essere un salvatore di ultima istanza delle malefatte del mercato. E su questo anche la ricerca avviata dal dipartimento economico della Cgil (Megale e Lapadula) fa emergere contrasti teorici non secondari. Come quello, per esempio, tra Laura Pennacchi e Marcello Messori che ripropone l’idea di una assicurazione di ultima istanza per i fondi pensione. Il problema – secondo Messori – è quello di proteggere i lavoratori che vanno in pensione nei momenti di crisi delle Borse e quindi con livelli bassi di rendimento dei loro fondi pensione integrativi. Per evitare di uscire con pensioni troppo basse lo Stato potrebbe intervenire con un’assicurazione che copra le differenze. Un’idea totalmente bocciata da Laura Pennacchi secondo la quale sarebbe assurdo chiedere ai contribuenti e quindi ancora agli stessi lavoratori di pagare un contributo per coprire le inefficienze dei mercati finanziari. Per Laura Pennacchi si tratta al contrario di ripensare complessivamente il sistema della previdenza e in particolare della previdenza integrativa.

Infine il terzo grande tema: quello dell’aumento dell’ineguaglianza. Lo hanno posto in tanti, Alfredo Reichlin compreso che ha lanciato un appello quasi disperato sulla necessità di rimettere il lavoro al centro della politica. Il problema infatti è quale tipo di mercato del lavoro uscirà da questa crisi. E il problema dei problemi è ritrovare una rappresentanza politica del lavoro in un momento in cui i partiti sono diventati “i partiti degli eletti”. Il lavoro ha subito una trasformazione antropologica che non è stata capita e seguita dalla politica. Per rilanciare un nuovo “piano del lavoro” è necessario quindi ripartire da qui. Lo pensano in tanti: Walter Tocci, Stefano Fassina, Lorenzo Sacconi. Il punto è il lavoro e la distribuzione dei redditi che secondo Giorgio Ruffolo devono essere rimessi al centro della politica insieme alla questione della sostenibilità ecologica. I lavoratori, poi, non solo non hanno più una rappresentanza politica adeguata (e sempre più spesso la vanno a cercare tra i partiti della destra), ma soprattutto – dice il segretario Epifani – non hanno alcuna responsabilità in questa crisi, mentre il governo di centro destra è totalmente assente. Secondo Epifani infatti la risposta alla crisi da parte del governo Berlusconi è stata totalmente sbagliata perché non ci sono stati investimenti (“abbiamo messo spiccioli in confronto a quello che hanno messo altri paesi a partire dagli Stati Uniti”), ma anche perché con strumenti come il Libro Bianco di Sacconi si ripropongono ora strumenti neocorporativi inadeguati e pericolosi per il futuro del Welfare e dell’intera collettività.



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TAGS crisi economia crisi economica

11/05/2009 12:25

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