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Tra Marocco e Spagna

Immigrati nel limbo di Ceuta, senza speranza

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Nell’enclave spagnola sul territorio africano 1.209 militari difendono la frontiera. Sono circa 440 gli immigrati clandestini sul territorio. 54 indiani da tredici mesi sopravvivono tra i boschi, in attesa che l’Unione Europea si accorga di loro

di Riccardo Valsecchi

La maglia metallica di Ceuta (immagini di Riccardo Valsecchi)
Ceuta, enclave spagnola all’estremità settentrionale del territorio africano: sei metri di doppia maglia metallica che circonda il perimetro continentale, decine di motovedette a sorvegliare il litorale, 1.209 militari in difesa della frontiera. La città autonoma di Ceuta, sotto giurisdizione spagnola dal XVI secolo, è nota per i tristi fatti del settembre del 2005, quando centinaia d’immigrati tentarono di oltrepassare la barriera difensiva e furono violentemente respinti dalle forze militari spagnole e marocchine: il risultato, 18 morti e 50 feriti.

“Grazie a un maggior controllo e alla stretta collaborazione con le autorità marocchine”, spiega la portavoce della Delegazione del governo spagnolo, “la situazione è molto migliorata: solo 351 accessi illegali nel 2008, contro la media superiore alle 2.000 unità del primo quinquennio del nuovo secolo”.

Nonostante ciò a Ceuta si muore ancora: Sambo Sadiako, 30 anni, originario del Senegal, è deceduto per dissanguamento il 7 marzo scorso, imbrigliato nella rete di metallo che circonda la città. E il 24 aprile il mare ha restituito i cadaveri di due giovani subsahariani, intenzionati ad attraversare a nuoto lo Stretto di Gibilterra.

Se a Ceuta è difficile entrare, uscire è praticamente impossibile. Da una parte il governo spagnolo, a fronte di un massiccio movimento migratorio che ha portato in Spagna in pochissimi anni 4 milioni e mezzo di stranieri, ha attuato una politica restrittiva per la concessione del permesso di soggiorno. “Le probabilità di ottenere la famosa ‘yellow card’ sono meno del 10% - spiega l’avvocato Blanch Cardín della Croce Rossa Internazionale - e si tratta di casi d’attestata necessità d’asilo politico o protezione umanitaria”.

Dall’altra parte il governo spagnolo ha ritardato notevolmente i tempi di risoluzione delle pratiche per il rimpatrio: ”In caso d’espulsione – spiega sempre Cardín -, la legge prevede il trasferimento al centro di permanenza temporanea di Algeciras, sul continente europeo, ma, dato che spesso per motivi burocratici è impossibile rispettare il limite di fermo di quaranta giorni, con conseguenza l’immediato rilascio del detenuto in loco, le autorità preferiscono trattenere gli immigrati qui, in quanto ancora suolo africano”.

Il CETI - Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes - è una moderna struttura finanziata dal Ministero del lavoro spagnolo e adibita all’assistenza dei clandestini presenti sul territorio: 512 posti letto e 90 operatori; un pronto soccorso, due uffici legali, corsi di spagnolo, educazione sessuale, attività sportive e d’intrattenimento. Al momento sono 380 gli ospiti del centro, con una media di permanenza di circa due anni. Qualcuno di loro lavora in città, in nero, con salari da schiavitù: cinque euro al giorno per i fortunati che trovano impiego come tuttofare, qualche spicciolo d’elemosina guadagnato nei parcheggi o fuori dai supermercati per gli altri.

È proprio in ragione di questa situazione che 54 immigrati originari dell’India si sono rifugiati dal 7 aprile 2008 nei boschi circostanti:”Dopo le parole dissuasive dell’ambasciatore indiano, dopo tutta quell’attesa spasmodica all’interno del centro, abbiamo capito che non c’era alcuna possibilità,” spiega Gurpreet, giovane portavoce dei ribelli. I volti e le parole raccontano le angherie sofferte nel lungo viaggio migratorio alla mercé dei trafficanti di uomini: ”In schiavitù – rivela Gurpreet -, a volte anche incatenati. Rinchiusi dentro stalle dove nemmeno la luce osava filtrare. L’incubo peggiore era la polizia marocchina: percosse, galera, umiliazioni e l’abbandono senza viveri nel deserto, sotto il sole cocente”.

“Leggiamo i giornali, sappiamo che in Europa c’è la crisi, non c’è lavoro, ma di certo ci sono più possibilità rispetto ai paesi da cui proveniamo! Guardate”, continua Gurpreet indicando sedie dissestate, materassi e contenitori ammassati in un angolo dell’accampamento, “con il vostro pattume noi siamo stati in grado di sopravvivere all’inverno e alle intemperie!”

“Non vogliamo la vostra elemosina, solo la possibilità di essere trattati come esseri umani! Quando arriviamo, ci date viveri, medicinali, c’insegnate una nuova lingua, ma a che pro, se non avremo mai la possibilità di usarla?”

Ceuta, confine estremo del mondo civilizzato o limbo senza speranza per un’umanità che l’Europa preferisce tenere lontana?



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TAGS ceuta immigrazione migranti

07/05/2009 00:16

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