
Ricostruire dopo il terremoto
L'Abruzzo rischia tra mafia e camorra
La decisione di istituire un pool antimafia per tenere sotto controllo i flussi finanziari e gli appetiti che si potrebbero risvegliare. I sospetti e le certezze. Alcuni latitanti hanno già utilizzato le zone costiere adriatiche
di Paolo Andruccioli
Si punta sulle imprese abruzzesi per avviare la ricostruzione. In base ai primi calcoli della Protezione civile serviranno più di 1500 imprese (tante sono quelle attualmente registrate all’Aquila) per raggiungere l’obiettivo di attuare la fase 1 e la fase 2 della ricostruzione. Solo per la fase 1 si prevede infatti la ristrutturazione di circa 3 mila abitazioni che hanno avuto i danni più lievi. Quelle che sono state maggiormente disastrate dovranno essere ricostruite dalle fondamenta. I piani del governo sono ancora incerti e sui tempi e le modalità della ricostruzione sono scoppiate già varie polemiche. Ma è chiaro che la ricostruzione obbligherà a cercare anche fuori dalla regione le imprese da coinvolgere. Le imprese edili abruzzesi, a quanto pare, non sono sufficienti a coprire tutta la domanda. È questo uno dei motivi principali alla base della decisione di istituire un Pool antimafia per controllare i flussi finanziari che scorreranno nel post terremoto. Una decisione voluta soprattutto dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ma accolta con favore da tutti gli schieramenti politici. “È necessario vigilare sulla ricostruzione – ha ammonito Grasso – per evitare che l’Abruzzo diventi un far west, una terra di nessuno. Questa è una regione diversa rispetto a quelle dove imperversano le criminalità organizzate tradizionali come 'ndrangheta e camorra. Il compito sarà più “facile”, perché qui qualsiasi infiltrazione è maggiormente visibile”.
Il procuratore Grasso ha anche spiegato che non sono già stati raccolti segnali precisi sulle possibili forme di infiltrazione. Si tratta però di prevenire i fenomeni, facendo tesoro delle esperienze del passato. Non mancano infatti “tristi” esperienze di ricostruzioni di terremoto come quelle in Irpinia, con “processi iniziati dopo anni e molti reati prescritti”. “Vorrei che si prenda spunto dall’esperienza dell’Irpinia – ha precisato Grasso durante una recente visita in Abruzzo – per far sì che i soldi dello Stato siano utilizzati effettivamente per la ricostruzione e non arricchiscano le tasche di qualcuno. Lo dobbiamo, da un punto di vista etico e morale, a questa gente che ha subito il terremoto”. Questo il quadro generale in cui si colloca la ricostruzione. Molti appetiti si potrebbero risvegliare, visto che il progetto della Protezione civile sembra essere quello di riportare nelle proprie abitazioni circa 63 mila sfollati, una cifra dunque ragguardevole. Le istituzioni stanno cercando intanto di far superare la paura agli aquilani. Ci sono abitazioni che potrebbero essere agibili da subito, dopo le verifiche dei tecnici che si stanno ultimando in questi giorni. Ma la paura è ancora tanta, anche perché le scosse (seppure di lieve entità) continuano.
L’Aquila e le zone terremotate hanno dunque un doppio, grande, problema: ritornare alla vita normale e ricostruire una città a misura di storia e di rapporti sociali. La situazione è resa ancora più pesante da questo allarme preventivo contro possibili infiltrazioni criminali. Oltre alle dichiarazioni di Grasso, ci sono infatti anche quelle di Beppe Pisanu, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, che si è detto “seriamente preoccupato per il rischio di infiltrazioni malavitose”. Anche Pisanu ha accolto con favore la nascita del Pool antimafia per il terremoto abruzzese, e ha suggerito altre misure preventive: creazione di una centrale unica appaltante, istituzione di un conto corrente unico per ogni opera pubblica, per poter tracciare le varie operazioni e ricorrere ad aziende virtuose, privilegiando ovviamente le imprese abruzzesi.
Ma siamo sicuri che tutti questi allarmi siano soltanto preventivi? O possiamo pensare che gli inquirenti abbiano avuto dei segnali precisi? Secondo Mario Centorrino, docente di economia a Messina ed economista specializzato in economie criminali, i possibili segnali che hanno portato all’istituzione del Pool antimafia sono di due tipi. “Uno riguarda la prevenzione: ogni volta che si verifica un evento di questo genere, è naturale che si concentrino interessi di tutti i tipi, anche di natura criminale”. Poi, sempre secondo Centorrino, bisogna tenere conto di fatti che sono successi negli ultimi anni. L’Abruzzo non è una terra dove le mafie hanno una presenza stanziale. Ci sono state però alcune incursioni. Nella zona della Marsica, per esempio, sono stati sequestrati i beni del boss mafioso Vito Ciancimino.
Nella zona dell’Alto Sangro sono state scoperte infiltrazioni camorristiche e, nella zona costiera, a Pesaro, Teramo, Chieti si sono concentrati negli ultimi anni interessi criminali legati al riciclaggio del denaro sporco attraverso le attività edili. Già dieci anni fa (1999) era stato arrestato in queste zone, ad Avezzano, Giovanni Spera, figlio del boss Benedetto Spera attivo nel settore del calcestruzzo. Questo per quanto riguarda il passato. Per il presente e per l’immediato futuro gli esperti pensano che le possibili infiltrazioni potrebbero essere soprattutto di stampo camorristico. Ciò che preoccupa sembra infatti l’attività della camorra napoletana, che spesso utilizza la costa abruzzese per “svernare” e per tentare il riciclaggio di denaro. Ce lo conferma Claudio Giardullo, segretario generale del Silp Cgil. “Alcuni latitanti – spiega Giardullo – hanno già utilizzato in passato le zone costiere adriatiche, soprattutto in inverno, quando le città di mare sono semivuote e il controllo è minore”. Quindi, per quanto riguarda la costituzione del Pool, anche per Giardullo si è trattato di una scelta opportuna e “inevitabile”.
È noto da tempo che le mafie vanno laddove si concentrano i soldi”. Ma attenzione. Secondo il segretario del sindacato dei poliziotti, sarebbe un grave errore concentrare tutto il controllo solo sulla criminalità organizzata. “Esiste per l’Abruzzo come per tutto il paese un problema sicurezza – osserva Giardullo –. Quindi da una parte è giusto che si costituisca il Pool, ma dall’altra il governo sbaglia a confermare i tagli alla sicurezza quotidiana. La polizia non ha risorse per la benzina, non ha mezzi sufficienti. Ed è anche sbagliato sottovalutare tutto il resto del sistema dei controlli. Ancora una volta si rischia di utilizzare in modo improprio la magistratura e le forze di polizia. Anche questa volta si ricorre alla supplenza e alla sovraesposizione”.
Giardullo spiega insomma che da una parte questo governo trascura completamente il sistema dei controlli a monte e dall’altra depotenzia anche le forze che dovrebbero garantire la legalità. Con i tagli già decisi ci saranno infatti 6000 operatori di polizia in meno nei prossimi cinque anni. Una denuncia che i sindacati di polizia hanno ripetuto durante le recenti audizioni parlamentari, anche in vista del G8 che il premier Berlusconi ha voluto dirottare dalla Sardegna all’Abruzzo. Tornando proprio all’Abruzzo, ci auguriamo quindi che il Pool antimafia abbia prima di tutto un effetto di deterrenza. Ma sarebbe sbagliato delegare tutta la vigilanza democratica ai magistrati. La vigilanza spetta prima di tutto, nel territorio, ai cittadini e alle forze sociali. Così come la Cgil ha proposto lanciando l’idea dell’Osservatorio sociale sulla ricostruzione.
Il procuratore Grasso ha anche spiegato che non sono già stati raccolti segnali precisi sulle possibili forme di infiltrazione. Si tratta però di prevenire i fenomeni, facendo tesoro delle esperienze del passato. Non mancano infatti “tristi” esperienze di ricostruzioni di terremoto come quelle in Irpinia, con “processi iniziati dopo anni e molti reati prescritti”. “Vorrei che si prenda spunto dall’esperienza dell’Irpinia – ha precisato Grasso durante una recente visita in Abruzzo – per far sì che i soldi dello Stato siano utilizzati effettivamente per la ricostruzione e non arricchiscano le tasche di qualcuno. Lo dobbiamo, da un punto di vista etico e morale, a questa gente che ha subito il terremoto”. Questo il quadro generale in cui si colloca la ricostruzione. Molti appetiti si potrebbero risvegliare, visto che il progetto della Protezione civile sembra essere quello di riportare nelle proprie abitazioni circa 63 mila sfollati, una cifra dunque ragguardevole. Le istituzioni stanno cercando intanto di far superare la paura agli aquilani. Ci sono abitazioni che potrebbero essere agibili da subito, dopo le verifiche dei tecnici che si stanno ultimando in questi giorni. Ma la paura è ancora tanta, anche perché le scosse (seppure di lieve entità) continuano.
L’Aquila e le zone terremotate hanno dunque un doppio, grande, problema: ritornare alla vita normale e ricostruire una città a misura di storia e di rapporti sociali. La situazione è resa ancora più pesante da questo allarme preventivo contro possibili infiltrazioni criminali. Oltre alle dichiarazioni di Grasso, ci sono infatti anche quelle di Beppe Pisanu, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, che si è detto “seriamente preoccupato per il rischio di infiltrazioni malavitose”. Anche Pisanu ha accolto con favore la nascita del Pool antimafia per il terremoto abruzzese, e ha suggerito altre misure preventive: creazione di una centrale unica appaltante, istituzione di un conto corrente unico per ogni opera pubblica, per poter tracciare le varie operazioni e ricorrere ad aziende virtuose, privilegiando ovviamente le imprese abruzzesi.
Ma siamo sicuri che tutti questi allarmi siano soltanto preventivi? O possiamo pensare che gli inquirenti abbiano avuto dei segnali precisi? Secondo Mario Centorrino, docente di economia a Messina ed economista specializzato in economie criminali, i possibili segnali che hanno portato all’istituzione del Pool antimafia sono di due tipi. “Uno riguarda la prevenzione: ogni volta che si verifica un evento di questo genere, è naturale che si concentrino interessi di tutti i tipi, anche di natura criminale”. Poi, sempre secondo Centorrino, bisogna tenere conto di fatti che sono successi negli ultimi anni. L’Abruzzo non è una terra dove le mafie hanno una presenza stanziale. Ci sono state però alcune incursioni. Nella zona della Marsica, per esempio, sono stati sequestrati i beni del boss mafioso Vito Ciancimino.
Nella zona dell’Alto Sangro sono state scoperte infiltrazioni camorristiche e, nella zona costiera, a Pesaro, Teramo, Chieti si sono concentrati negli ultimi anni interessi criminali legati al riciclaggio del denaro sporco attraverso le attività edili. Già dieci anni fa (1999) era stato arrestato in queste zone, ad Avezzano, Giovanni Spera, figlio del boss Benedetto Spera attivo nel settore del calcestruzzo. Questo per quanto riguarda il passato. Per il presente e per l’immediato futuro gli esperti pensano che le possibili infiltrazioni potrebbero essere soprattutto di stampo camorristico. Ciò che preoccupa sembra infatti l’attività della camorra napoletana, che spesso utilizza la costa abruzzese per “svernare” e per tentare il riciclaggio di denaro. Ce lo conferma Claudio Giardullo, segretario generale del Silp Cgil. “Alcuni latitanti – spiega Giardullo – hanno già utilizzato in passato le zone costiere adriatiche, soprattutto in inverno, quando le città di mare sono semivuote e il controllo è minore”. Quindi, per quanto riguarda la costituzione del Pool, anche per Giardullo si è trattato di una scelta opportuna e “inevitabile”.
È noto da tempo che le mafie vanno laddove si concentrano i soldi”. Ma attenzione. Secondo il segretario del sindacato dei poliziotti, sarebbe un grave errore concentrare tutto il controllo solo sulla criminalità organizzata. “Esiste per l’Abruzzo come per tutto il paese un problema sicurezza – osserva Giardullo –. Quindi da una parte è giusto che si costituisca il Pool, ma dall’altra il governo sbaglia a confermare i tagli alla sicurezza quotidiana. La polizia non ha risorse per la benzina, non ha mezzi sufficienti. Ed è anche sbagliato sottovalutare tutto il resto del sistema dei controlli. Ancora una volta si rischia di utilizzare in modo improprio la magistratura e le forze di polizia. Anche questa volta si ricorre alla supplenza e alla sovraesposizione”.
Giardullo spiega insomma che da una parte questo governo trascura completamente il sistema dei controlli a monte e dall’altra depotenzia anche le forze che dovrebbero garantire la legalità. Con i tagli già decisi ci saranno infatti 6000 operatori di polizia in meno nei prossimi cinque anni. Una denuncia che i sindacati di polizia hanno ripetuto durante le recenti audizioni parlamentari, anche in vista del G8 che il premier Berlusconi ha voluto dirottare dalla Sardegna all’Abruzzo. Tornando proprio all’Abruzzo, ci auguriamo quindi che il Pool antimafia abbia prima di tutto un effetto di deterrenza. Ma sarebbe sbagliato delegare tutta la vigilanza democratica ai magistrati. La vigilanza spetta prima di tutto, nel territorio, ai cittadini e alle forze sociali. Così come la Cgil ha proposto lanciando l’idea dell’Osservatorio sociale sulla ricostruzione.
TAGS terremoto
04/05/2009 00:15





