A chi intravede segni di ripresa l’economista Roubini replica: “Vedo solo erbacce secche”. Epifani (Cgil): “Non è finita, sbagliato allentare la tensione”. I conti dell’Fmi: la crisi costerà 4mila miliardi di dollari, la ripresa “lenta e dolorosa”
di D.O.
Nessuno s’illuda: la crisi non è finita e non è il caso di essere troppo ottimisti. Ne sono convinte due persone separate da molte migliaia di chilometri e da curriculum che più diversi non si può: l’economista della New York University, Nouriel Roubini, e il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Ottimismo infondato, quello di chi – come il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi – parla di “segnali di ripresa”? O di chi – come il presidente di Confindustria Emma Marcegalia – prevede l’uscita dal tunnel già dal prossimo luglio? Molto probabilmente sì, secondo Roubini ed Epifani, che più che pessimisti sembra vogliano essere realisti.
» L'ottimismo di Sacconi e Marcegaglia
In ordine cronologico, il primo a parlare è l’economista. Durante un convegno a Hong Kong Roubini ammonisce – in una dichiarazione raccolta dall’Apcom - che i recuperi realizzati le scorse settimane dalle Borse sono "rally dei fessi". A chi intravede segnali di ripresa per l'economia il professore replica: "francamente vedo solo erbacce secche". Secondo l’economista molto dipende dagli Stati Uniti, non solo la sorgente della crisi ma anche la più importante economia del pianeta. E gli Stati Uniti, ricorda Roubini, non torneranno a crescere prima del 2010, mentre nel 2009 subiranno una recessione del 2 per cento in termini di Pil. La disoccupazione continuerà ad aumentare, fino a raggiungere l'11 per cento il prossimo anno e le performance finanziarie delle società quotate si riveleranno peggiori del previsto. Secondo Roubini inoltre i problemi del settore finanziario sono lontani dal capolinea: "Le perdite sono molto più elevate di quanto si affermi - dice - e le banche non hanno abbastanza riserve". La situazione dunque appare "pessima" per le maggiori banche Usa”.
A Roma, Italia, Europa, durante la relazione al Direttivo della Cgil Epifani dal suo punto d’osservazione matura deduzioni analoghe. "La crisi – dice - non è affatto finita, per il 2009 si confermerà il peggiore risultato del Pil per tutto il dopoguerra e prima della seconda metà del 2010 non ci sarà un vero segnale di ripresa". "E’ singolare - aggiunge Epifani - che da una settimana all’altra si possa passare, come ha fatto da ultima il presidente di Confindustria, da una preoccupazione a un ottimismo non fondato su elementi concreti". Le difficoltà non sono passate, a suo giudizio, anzi si possono verificare nei luoghi di lavoro "dove continuamente si aprono nuovi casi di crisi aziendale". "E’ pericoloso - dunque - che passi l’idea di aver ormai svoltato il punto peggiore della crisi: in questo modo si sceglie di indulgere su una politica che non affronta i problemi come sarebbe necessario". Al contrario, un uso "più intelligente, tempestivo e accordo" della leva del debito pubblico avrebbe aiutato le imprese e ridotto le diseguaglianze sociali.
Compito del sindacato, a giudizio di Epifani, è "continuare a porre l’accento sulla crisi e modo in cui la si affronta, legando la fase di emergenza alle prospettive su come uscirne". Allentare la tensione significa "non affrontare questioni di prospettiva", a partire dalla svolta produttiva ecocompatibile, risparmio energetico e sostenibilità ambientale. "Quando la crisi sarà passata - aggiunge - risalirà inevitabilmente il prezzo del petrolio e il problema della nostra autonomia energetica resterà grave come prima. E questa mancanza di prospettive vale per tutto, dalle infrastrutture alla politica industriale, alla sicurezza sul territorio".
I conti dell'Fmi
Il Fondo monetario internazionale è altrettanto poco ottimista. E ogni volta che rivede le stime sulla crisi, lo fa in peggio. Anche il Rapporto sulla stabilità finanziaria messo a punto dall’istituto di Washington non si esime dalla regola. Secondo il Fondo, la crisi finanziaria globale (innesco di quella economica) arriverà a costare oltre 4 mila miliardi di dollari, e questo solo nelle economie avanzate. Le banche europee e americane avranno bisogno di nuove iniezioni di capitali per 1.700 miliardi di dollari, se vorranno tornare ai livelli di metà anni Novanta.
Dunque "il credit crunch globale è profondo e destinato a durare", e la ripresa sarà "lenta e dolorosa". L'Fmi invita i governi a “rompere la spirale al ribasso innescatasi tra sistema finanziario ed economia globale". Insomma a investire di più, ad avviare 'ulteriori azioni forti per riportare fiducia e allentare le incertezze che stanno minando le prospettive di una ripresa economica'. Ma allo stesso tempo il Rapporto prevede l’esplosione dei debiti pubblici nazionali nel 2010: dal 121% di quello italiano (+15% sul 106% del 2009), all’87% di quello tedesco (+19%), all’80% della Francia (+13%), al 227% del Giappone (+30%), al 98% degli Usa (+ 27%).
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