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Intervista a Giorgio Ruffolo

La politica continua a latitare

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La crisi economica richiede una governance globale. Ma l’Europa come sempre delude. Questa non è ‘la crisi’ del capitalismo, ma è ‘una delle crisi’ del capitalismo, una delle più gravi perché chiude una fase che è durata quasi quarant’anni

di Enrico Galantini

Nel suo bel libro dell’anno scorso, dal titolo intrigante (“Il capitalismo ha i secoli contati”), Giorgio Ruffolo ha dedicato alcune pagine assai interessanti alla crisi, allora ancora non esplosa, e ai suoi possibili sbocchi. Lo incontriamo nella bella palazzina, vicino a Piazzale delle Muse a Roma, che è la sede del Cer, il Centro Europa Ricerche di cui è presidente, per riprendere e aggiornare quei discorsi alla luce di quanto sta avvenendo oggi. Sistemiamo il registratore e gli chiediamo subito se quella attuale è la “violenta crisi sistemica” di cui parla nel suo libro o se dobbiamo aspettarci ancora qualcosa di peggio. L’approccio decisamente non ottimista del nostro esordio fa sorridere il Professore. Che risponde così.

“Qualcosa di peggio mi pare improbabile: questa crisi è già abbastanza robusta. Questa non è ‘la crisi’ del capitalismo, ma è ‘una delle crisi’ del capitalismo, una delle più gravi perché chiude una fase che è durata quasi quarant’anni. La fase cioè successiva a quella che è stata definita da uno storico marxista ‘l’età dell’oro’, quella che dalla seconda guerra mondiale è arrivata alla fine degli anni settanta. Da allora in poi c’è stata quella che definirei, con le parole di Toynbee, l’‘età dei torbidi’, e cioè l’età del capitalismo finanziario che, secondo me, si sta chiudendo proprio di questi tempi. Un’epoca caratterizzata dalla globalizzazione economica e da un rapporto sempre più squilibrato tra politica ed economia. La politica, che in qualche modo aveva guidato il capitalismo dell’età dell’oro, ha lasciato poi spazio a un capitalismo totalmente sbrigliato, deregolato – anzi, dovrei dire ‘sregolato’ –: la crisi di oggi è la fase finale di questo capitalismo sregolato”.

Rassegna Professore, restando al suo libro, lei parlava di due possibili esiti alla crisi: o verso una nuova età dei torbidi o verso un “capitalismo ben temperato” – esito che definiva improbabile ma non impossibile –. Oggi l’alternativa è ancora valida?

Ruffolo Credo di sì. Si tratta di vedere quale risposta sarà data a questa crisi. Io non credo di tratti di una crisi finanziaria: si tratta di una crisi dell’economia reale che ha assunto forme di crisi finanziaria. Mi spiego. Il meccanismo della crisi è partito da una squilibrata distribuzione del reddito, nel senso di un aumento fortissimo dei rendimenti del capitale e di una stagnazione dei redditi da lavoro. Questa fortissima disuguaglianza ha fatto sì che si potesse temere una riduzione dei consumi. E a questo il capitalismo ha reagito con il ricorso all’indebitamento, che ha assunto forme addirittura smisurate: sia nell’indebitamento interno agli Usa, perché da lì è partita la crisi, sia nell’indebitamento esterno rispetto al resto del mondo. Con il paradosso del paese più ricco e più avanzato che è indebitato verso paesi molto più poveri e arretrati, prima di tutto verso la Cina che ha interesse a esportare verso gli Usa prodotti a basso costo, visto il suo bassissimo costo del lavoro, e a investire i proventi in titoli americani. Questo è il meccanismo sul quale si è basato l’equilibrio – o forse dovremmo dire lo squilibrio – dell’economia mondiale finora. Questo equilibrio non tiene più ma ancora non c’è una risposta in positivo alla crisi. La domanda insomma non è “quanto durerà la crisi” – perché non è un’influenza o un raffreddore – ma “quale risposta sarà data alla crisi”. E ancora, nei vari “G qualcosa” che si sono succeduti, non c’è una linea chiara. Sembra prevalere una risposta di ricarico del sistema, di aumento della liquidità, quello che si sta facendo ad esempio negli Stati Uniti ma in qualche modo anche in Europa attraverso l’acquisto dei titoli tossici in massa ponendo il carico della crisi sulle spalle del contribuente. Non basta: occorre un riequilibrio delle sproporzioni che si sono create tra capitale e lavoro, tra politica ed economia.

Rassegna Lei quindi condivide le critiche avanzate dal premio Nobel Krugman al presidente Obama sul fatto che se non si cambiano gli assetti il rischio è che si riproduca tra qualche anno una situazione come questa…

Ruffolo La condivido ma fino a un certo punto. Perché oggi immettere liquidità nel sistema può essere doloroso ma è necessario. Doloroso nel senso che si finisce per premiare chi ha maggiori responsabilità nella situazione attuale, ma non c’è altro da fare se si vuole dare un minimo di vitalità alla ripresa. Tuttavia resta il fatto che la risposta non può essere data sul piano finanziario, ma su quello delle relazioni fondamentali dell’economia, sul piano della distribuzione ma ancor più su quello dell’allocazione del reddito, la ripartizione tra consumi privati e consumi sociali. Io ritengo che la risposta più efficace alla crisi debba essere un aumento delle attività sociali, delle attività che riguardano le grandi infrastrutture, i grandi servizi sociali, l’educazione, l’istruzione, l’ambiente. È su questo piano che si deve cercare un’evoluzione verso un nuovo “capitalismo ben temperato”, regolato, cioè non attraverso una ripresa o del protezionismo o dell’invadenza dello Stato nell’economia privata – cose entrambe non auspicabili –, ma con un capitalismo che trovi i suoi limiti ma soprattutto corregga i suoi scopi, da quello a brevissimo termine di far quattrini a quello di aumentare davvero il benessere della gente.

Rassegna Tutto ciò però è assai difficile che il capitalismo lo faccia da solo. Occorre un indirizzo politico e in questo potrebbe giocare un ruolo importante l’Europa, se esistesse…

Ruffolo Non si può evitare di constatare che l’Europa è sempre al di sotto delle sue possibilità. Oggi dovrebbe poter agire all’unisono sfruttando il formidabile strumento dato dalla moneta unica, ma quello che si sente è un concerto dodecafonico a ventisette paesi. Io mi auguro che la gravità della crisi induca chi governa a capire che l’Europa esiste solo se esprime una soggettività economica e, dietro questa, un potere politico. La Banca europea non può continuare a essere un soggetto privo di qualunque sostegno politico che lo legittimi. Finora questa coscienza non c’è stata, i paesi sono andati ciascuno per suo conto ma una crisi di questa portata non può essere affrontata attraverso politiche nazionali.

E qui c’è il problema, posto dalla Cina, della moneta mondiale, un problema che si pose già alla fine della seconda guerra mondiale, che venne risolto con l’accordo di Bretton Woods. Si tratta non di ripetere lo stesso schema di allora, basato sull’egemonia, anzi il dominio dell’economia americana – oggi non ce ne sono più le condizioni –; si tratta di sostituirla con una moneta di conto (qualcosa come il famoso Bancor proposto da Keynes) che costituisca l’asse attorno al quale può ruotare un sistema di cambi e di relazioni di scambio tra i grandi paesi del mondo. Questa è la sfida. La pone la Cina ed è significativo che la ponga quella che sta diventando sempre più la seconda grande potenza economica mondiale. Si tratta di vedere se verrà raccolta.

Rassegna A proposito di Cina. Molti ritengono che questo enorme paese penserà di più nel futuro al mercato interno, anche per aumentare il tenore di vita del suo popolo. Che effetto potrebbe avere una simile evoluzione?

Ruffolo Innanzitutto bisogna vedere se sarà capace di passare da un’economia tutta basata sulle esportazioni alla crescita dei consumi, soprattutto quelli sociali, interni. Se sarà capace di farlo, ciò non potrà che essere benefico ai fini dell’economia mondiale, purché si affronti il problema dello squilibrio attuale nella distribuzione del risparmio. Il fatto che i quattro quinti del risparmio mondiale affluiscano negli Stati Uniti è un elemento di squilibrio gravissimo. Se la Cina dirotterà le sue risorse verso consumi e attività interne, bisognerà riequilibrare lo squilibrio determinato dai consumi privati americani in eccesso rispetto alle risorse prodotte negli Usa.

Rassegna Un compito che richiederebbe una governance mondiale…

Ruffolo Esattamente. Una governance mondiale capace di assestarsi su nuovi equilibri, sia interni
che internazionali.

Rassegna Non c’è da essere molto ottimisti vedendo le cose come vanno…

Ruffolo No.

Rassegna Professore, come valuta la risposta di chi parla di decrescita come soluzione possibile alla crisi?

Ruffolo Io non userei mai la parola de-crescita, che significa andare indietro rispetto all’attuale condizione economica. Io parlerei di non-crescita, nel senso di quello stato stazionario (così lo chiamavano gli economisti classici) nel quale prima o poi si deve attestare l’economia. Non è concepibile che questa possa procedere indefinitamente secondo il ritmo degli interessi composti. Gli interessi composti esistono nei conti in banca, non nella realtà economica. Un aumento del prodotto interno lordo a tassi costanti, in cento anni (ma forse anche in cinquanta), porta a una crescita assolutamente incompatibile con l’equilibrio ecologico. Anche per questo non mi pare la via giusta quella immaginata in Italia con il piano case, suscitare cioè una grande domanda di beni privati che compensi quella che sta diventando sempre più una depressione. Finanziare l’economia con l’ecologia non è una cosa intelligente. La crisi attuale ha due grandi aspetti: quello finanziario e quello ecologico. Ed è significativo che siano originati tutti e due da un indebitamento: quello finanziario delle banche, da una parte; quello verso la natura, dall’altra. C’è bisogno di un’economia che eviti tutti e due questi rischi di indebitamento. E lo si può fare puntando non più a una crescita indefinita, impossibile anche logicamente, ma a un equilibrio economico, non statico ma, come dicevo prima, stazionario, com’è stazionario un lago che riceve le acque e le restituisce, determinando una situazione di continuo ricambio, e il ricambio dovrebbe essere effettuato attraverso un miglioramento della qualità e non attraverso un aumento della quantità. Lo stato stazionario è un’esigenza prima o poi ineludibile. Si tratta di vedere come si realizza: se attraverso un’economia della disuguaglianza, nella quale alcuni stanno bene e gli altri soffrono la fame, o se attraverso un’economia più equilibrata, nella distribuzione e nell’allocazione delle risorse (per capirci: meno telefonini e più scuole).

Rassegna Un effetto della crisi è stata l’inevitabilità dell’intervento pubblico, invocato da tutti per salvarci dai misfatti del mercato. Una volta ripartita l’economia che succederà? C’è chi ha parlato del rischio del “pubblico” come padrone del mercato. Lei ha parlato invece del rischio che esso diventi schiavo del mercato. Che cosa voleva dire?

Ruffolo Adesso s’invoca l’intervento dello Stato, anche con un po’ di arroganza. Si dice: lo Stato deve pagare e poi deve farsi da parte. Non credo si possa chiedere allo Stato di intervenire, addossando ai contribuenti tutti i guai che sono stati creati da un sistema finanziario assolutamente incontrollato, e poi di lasciare le cose così come stanno, riproducendo cioè un’economia dello squilibrio e dello spreco. La funzione dello Stato non è quella di sostituirsi al mercato quanto di regolarlo. Oggi non è più possibile farlo a livello dei singoli paesi. Oggi è molto più impegnativo, alla globalizzazione economica bisogna integrare una globalizzazione dei governi e quindi della politica.

Rassegna Lei ha parlato di arroganza nel richiedere l’intervento pubblico. Tutto il contrario di quel “rientro morale” del capitalismo di cui parlava in un recente articolo e che però non c’è stato…

Ruffolo No, non c’è stato e probabilmente è il problema fondamentale. Il capitalismo si regge non soltanto su controlli e regole politiche ma anche su una legittimazione morale. Così è stato sempre nella storia del capitalismo. Sia sulla base della teologia cattolica (la carità), sia sulla base della teologia protestante (la grazia), sia sulla base dell’ispirazione liberale (la simpatia). In ogni caso c’è stata sempre l’esigenza che l’avidità del capitalismo fosse temperata da un senso di solidarietà. Altrimenti si precipita nella società sregolata e questo è ciò che sta succedendo. Il far quattrini nel più breve tempo possibile non è una ricetta che possa garantire l’equilibrio economico e sociale, né dare all’economia quella base morale senza la quale essa esplode.



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TAGS crisi economica

13/04/2009 00:15

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Come in molte altre sedi io continuo a scrivere e a dire che non è la crisi del sistema capitalistico bensì la crisi della "società dei servizi". Il servizio è un valore aggiunto al prodotto. Il consumo del prodotto genera una perdita di valore nella società che porta il prodotto dal produttore al consumatore pari al costo di fabbricazione dato al produttore, di stati o paesi lontani. Dobbiamo tornare a produrre con competitività anche in Italia per scambiare prodotti e non solo servizi

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