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L’esito del G20

Deaglio: sui paradisi fiscali un segnale importante

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Intervista all’economista Mario Deaglio. "Se fosse confermato un accordo sulla lista dei paradisi fiscali nel mondo, sarebbe un segnale molto importante perché non è mai successo prima”. Nell’elenco francese dei paradisi fiscali c’è anche il Delaware

di Paolo Andruccioli

 (immagini di Davide Orecchio)
“Se fosse confermato un accordo sulla lista dei paradisi fiscali nel mondo, sarebbe un segnale molto importante perché non è mai successo prima.” Ne è convinto il professor Mario Deaglio, docente a Torino di Economia internazionale, riguardo l’esito del G20 di Londra, che ha incluso nell’accordo tra i Grandi anche lo stop ai paradisi fiscali.

“Gli Stati Uniti – ci spiega Deaglio - sono ancora il paese più forte del mondo ma non lo sono più come prima, e quindi devono tenere conto anche dell’opinione degli altri paesi. Se accettano un accordo di questo genere è importante anche perché nell’elenco francese dei paradisi fiscali ci sono stati americani, come ad esempio il Delaware”.

Gli scontri a Londra, la morte di un manifestante e la tensione sociale che sta crescendo anche in altri paesi hanno portato il vertice del G20 in primo piano. Alla vigilia del vertice c’è chi ha parlato di fallimento annunciato, chi di possibile svolta storica. Potremmo assistere davvero a una nuova Bretton Woods? I grandi della terra sono riusciti ad accordarsi sulle nuove regole della finanza internazionale (paradisi fiscali compresi), ma a questo punto resta da vedere quanto e come applicheranno l’intesa raggiunta a Londra. E come si lega tutto ciò a una crisi economica che non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti? Sono le domande che abbiamo rivolto all’economista e curatore (oltre che autore di numerosi libri) di un Rapporto sull’economia mondiale che viene pubblicato ogni anno in primavera per Guerini Associati/Fondazione Einaudi.

“Questo negoziato – spiega Deaglio - era cominciato sottotono qualche mese fa. Poi però la crisi lo ha caricato di significati e quindi di problemi politici da risolvere. All’inizio sembrava uno dei tanti vertici che non portano a nulla, poi però è cresciuto e i leader hanno cominciato ad avanzare proposte precise anche in contrasto tra loro. Al centro del dibattito è entrata prepotentemente la necessità di ridisegnare tutto il sistema economico e finanziario mondiale. E sul tavolo del vertice non ci sono solo le diverse posizioni degli Usa e dei paesi europei. C’è soprattutto l’idea della Cina: la possibilità di superare il dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali. È una idea che ritorna e che era stata pensata già ai tempi di Bretton Woods. Io penso che questo vertice di Londra non possa essere solo di facciata. Non basta un comunicato stampa generico come si è fatto tante altre volte. Questa volta il confronto è vero e nell’ipotesi che finisca male, l’esito sarebbe quello di andare ognuno per conto proprio. Dobbiamo dare perciò qualche possibilità ai leader. Non direi che si tratta di un fallimento prima di vedere come andrà a finire. E questo non lo si capirà magari con il comunicato stampa ufficiale di fine vertice. Lo dovremo capire nelle settimane a seguire in base alle decisioni concrete che si prenderanno. L’esito non è scontato. Nel 1933 a Londra ci fu una conferenza internazionale analoga. Ma andò male: se ne uscì con il protezionismo”.

La crisi scoppiata negli Usa dalla vicenda dei subprime (ma con origini più lontane) costringe i governi a prendere decisioni fino a qualche mese fa impensabili. A che punto siamo secondo lei? Abbiamo già visto tutto della crisi o ci dobbiamo preparare al peggio?

"La crisi si sta attenuando, nel senso che le grandi cadute produttive sembrano smorzarsi con l’inizio della primavera, almeno in Europa ma nello stesso tempo non vediamo alcun segnale certo di ripresa. Nessun meccanismo si è rimesso in moto. Per ora non ci sono segnali chiari. Uno dei fattori che pesa sulla crisi è ovviamente il fortissimo indebitamento delle famiglie statunitensi e in generale l’indebitamento di quel paese. D’altra parte l’economia americana non sta andando affatto bene. Basti ricordare che solo la General Motors ha perso in questi mesi il 50 per cento della sua produzione di auto. La crisi, quindi, appare molto differenziata per aree. Negli Usa è molto forte, in Asia sembra avere un effetto invece ridotto, mentre l’Europa si pone in una posizione intermedia. L’Italia in tutto questo sembra resistere meglio di altri e il motivo è uno solo: da noi le famiglie hanno i soldi, ovvero sono abituate a risparmiare. Il risparmio è ora il nostro cuscinetto protettivo. Cosa che non si può dire per le famiglie americane che sono in una situazione opposta. Il risparmio ha agito come riserva che potrebbe anche permettere un assestamento dei consumi."

Il risparmio, come sappiamo, è però limitato a determinate fasce sociali. Non tutti vi accedono. Che ne pensa della posizione dei sindacati (non solo la Cgil in Italia) europei e mondiali che chiedono prima di tutto la difesa del potere d’acquisto e dei posti di lavoro?

"Vorrei rispondere a questa domanda con due piani di ragionamento. Se vediamo il problema nell’ambito del breve periodo allora è evidente che i sindacati abbiano ragione. Si deve difendere il potere d’acquisto dei lavoratori, si comprendono le battaglie contro le delocalizzazioni e in generale in difesa dell’occupazione. Ma se si guarda il problema con una prospettiva a più lungo raggio, allora penso che i sindacati dovrebbero cominciare a fare un grande sforzo di rinnovamento delle loro battaglie. Il sindacato non si deve limitare a questo, perché rischia di portare a casa solo delle briciole. Non si deve difendere solo l’esistente, ma porsi il problema dell’allargamento della rappresentanza. Sotto l’ombrello protettivo dei sindacati c’è infatti solo una parte del mondo del lavoro. Ci vuole quindi uno sforzo eccezionale e i sindacati dovrebbero essere protagonisti di proposte di rilancio complessivo del sistema economico."

Nel frattempo, però, la crisi ha reso evidente il fallimento delle politiche liberiste o ultraliberiste. Ritorna perfino il tema del ruolo dello Stato in economia. Si riparla e si praticano nazionalizzazioni. La famosa autoregolamentazione del mercato è morta e sepolta?

"Un certo tipo di politiche e di soluzioni economiche sono entrate in crisi per forza di cose. Non mi pare che si sia trattato di un dibattito teorico. Non ci si è chiesti cioè se avessero ragione i liberisti o gli statalisti. I governi hanno dovuto scegliere e scegliere in fretta. Le banche sono state nazionalizzate per forza di cose, non per una scelta teorica. Altrimenti – se gli Stati non fossero intervenuti – avrebbero chiuso i battenti. Sono state scelte imposte, il male minore. Anche negli Usa la crisi ha imposta un’accelerazione delle scelte. Il nuovo presidente Obama sta facendo una politica industriale, esattamente quella che, secondo le teorie liberiste, non si sarebbe più dovuta fare per lasciare libero il campo al mercato. Di fronte all’incapacità del mercato di collocare efficientemente le risorse finanziarie, deve intervenire lo Stato per forza di cose. Anche se si cerca di farlo nel modo più leggero possibile."

Alcuni osservatori e studiosi, pensando anche alle crisi del passato, mettono in rilievo i rischi per la tenuta della democrazia legati a un possibile aggravarsi della crisi. Lei prima ha parlato del fallimento della conferenza di Londra del 1933. C’era il fascismo e poi c’è stato il nazismo in Germania. Dobbiamo temere il peggio?

"Io non credo che si possano fare paragoni diretti con quel periodo. Il mondo nel frattempo è molto cambiato. Bisogna però tenere presente che la situazione sociale è molto diversificata . Ci sono zone dove i redditi sono molto più bassi e dove le persone non hanno alcuna possibilità di occupazione. Cresce quindi un grande risentimento, una vera rabbia sociale e il rischio concreto è quello dell’estendersi e moltiplicarsi di situazioni di instabilità sociale, sul modello della Grecia. Non siamo comunque in presenza di un conflitto sociale e sindacale tradizionale, come dimostrano anche i fatti francesi, con i sequestri dei manager. Siamo di fronte a fenomeni che non conosciamo bene, come quegli episodi che si sono verificati a Torino: giovani che sfondano le gioiellerie non per appropriarsi della merce, ma per fare danni . La stessa cosa è avvenuta con lo sterco nei ristoranti. Sono episodi diversi di un malessere sociale che si sta diffondendo."



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TAGS crisi economica g20

02/04/2009 19:10

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Realtivamente ai paradisi fiscali il Delaware citato nell'articolo non è incluso nella lista e non sono citate nemmeno le britanniche Channel Islands.

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