
Cassazione, "chi cazzo sei" a capo non porta a licenziamento
Dire "chi cazzo ti credi di essere" al proprio capo dopo essere stati provocati è irriguardoso, ma non minaccioso e per tanto non può essere causa di licenziamento. Lo ha stabilito oggi la corte di Cassazione accogliendo la sentenza della Corte d'appello di Napoli che aveva detto 'no' al licenziamento di un ausiliario di una clinica privata, che si era rivolto cosi' al suo capo durante una discussione.
La Corte ha giudicato la frase come "effetto di una reazione emotiva ed istintiva del lavoratore ai rimproveri ricevuti" dal capo, escludendo che il fatto possa costituire "vera e propria insubordinazione", tale da meritare la "sanzione espulsiva".
La Corte ha giudicato la frase come "effetto di una reazione emotiva ed istintiva del lavoratore ai rimproveri ricevuti" dal capo, escludendo che il fatto possa costituire "vera e propria insubordinazione", tale da meritare la "sanzione espulsiva".
TAGS cassazione diritto del lavoro
19/03/2009 15:28





