Pillole dai media esteri. Paul Kennedy: per conoscere il destino del capitalismo leggete i Big Four. Spiegel: etica e concorrenza, matrimonio possibile. Inversioni a U dell’Economist. Salon.com: Like a Virgin. Francia, le riforme inquietanti di Sarkozy
di (a cura) Davide Orecchio e Martina Toti
Per conoscere il destino del capitalismo leggete i Big Four
Paul Kennedy – Financial Times
Tornare ai classici dell'economia per orientarsi nel disastro del presente, e trovare il bandolo della matassa. È questo il consiglio che lo storico Paul Kennedy, dalle pagine del Financial Times, dà ai leader politici, a Obama e compagnia. Adam Smith, Karl Marx, Joseph Schumpeter e John Maynard Keynes: ecco i nomi dei quattro moschettieri le cui opere il professore di Yale suggerisce caldamente a chiunque debba prendere decisioni al giorno d'oggi. Kennedy prova a immaginare cosa penserebbero i quattro economisti della crisi economica attuale. “Smith – scrive lo storico – sosterrebbe di non aver mai perorato la causa del laissez faire totale, sarebbe sconcertato da come i prestiti subprime hanno contraddetto la sua devozione a un'economia morale, e sarebbe preoccupato dal deficit spending di molti governi”. Marx invece resterebbe choccato nell'apprendere come Lenin e Stalin hanno pervertito la sua teoria comunista, ma anche dalla dissoluzione post-89 delle economie socialiste. Ma certo – nota Kennedy – il filosofo di Treviri proverebbe anche piacere di fronte al tracollo del capitalismo finanziario a causa delle sue stesse contraddizioni. La ricetta prescrittaci dall'”austero Schumpeter”, invece, sarebbe di ingoiare almeno un decennio di depressione economica, prima di veder sorgere un nuovo e purificato sistema capitalistico.
E Keynes? Secondo Kennedy, sebbene tutti lo citino, l'economista inglese non sarebbe molto contento. Anzi, lo schema di spesa pubblica di Obama lo metterebbe “a disagio”. In particolare non sarebbe di suo gradimento la proposta del Tesoro americano di investire più soldi nel ripianare debiti e comprare bad banks, piuttosto che nel creare posti di lavoro. Keynes inoltre sarebbe piuttosto preoccupato dal fatto che nessuno si chieda chi comprerà quei 1.750 bilioni di dollari di buoni del tesoro offerti al mercato quest'anno dagli Usa.
Seppure separati da enormi differenze, Smith, Marx, Schumpeter e Keynes una cosa in comune ce l'hanno: “riconobbero istintivamente – spiega Kennedy – che il trionfo delle forze del libero mercato – con la conseguente eliminazione dei vecchi contratti sociali, col passo indietro dello stato rispetto all'individuo e con la fine dei limiti sull'usura – non avrebbe prodotto solo una grande ricchezza” ma anche significative e incalcolabili conseguenze che avrebbero messo sottosopra intere società. Laissez faire non era solo un richiamo a distruggere le catene del Medioevo, ma anche a “liberare Prometeo”. E il prezzo di tanta libertà – osserva Kennedy – sono i disastri sociali e finanziari, sono fenomeni come Bernie Madoff.
E il futuro del capitalismo qual è? Al riguardo, da Kennedy, molti dubbi ma anche qualche certezza. Di sicuro non assisteremo all'avvento del comunismo sognato da Marx. Ma anche Smith e i suoi discepoli non si troveranno a proprio agio negli anni a venire. Il livello dell'interferenza governativa nei mercati crescerà, e probabilmente Keynes e Schumpeter si troveranno più a casa che in passato nell'economia neocapitalistica post-sbornia. Un'economia – avverte Kennedy – in cui gli “spiriti animali” e l'homo oeconomicus saranno osservati e controllati da un vasto numero di guardiani dello zoo. Il che, tuttavia, non impedirà al capitalismo di sopravvivere.
Etica e concorrenza, matrimonio possibile
Der Spiegel
Si possono riformulare le regole del mercato senza minare i principi e il funzionamento della concorrenza? È possibile una nuova convivenza tra etica e capitalismo dopo la botta della crisi? È quanto si chiede il filosofo tedesco Karl Homann dalle pagine dello Spiegel. Secondo Homann la crisi economica non ha prodotto solo conseguenze incalcolabili, ma ha anche ravvivato l'eterna questione se il capitalismo sia moralmente accettabile. Ma l'etica si abbina male alla società capitalistica, argomenta Homann, perché “i valori della nostra cultura sono stati forgiati da società premoderne che non conoscevano l'imperativo della concorrenza”. Eppure, secondo il filosofo, nuove regole e principi etici di direzione delle forze economiche si possono e devono trovare, e la questione non è tanto morale quanto razionale, perché la concorrenza funziona solo con regole appropriate, mentre “senza regole o con regole sbagliate, diventa rovinosa”. È questa la lezione che impartisce la crisi finanziaria, la cui vera causa è stata proprio un'assenza di regole cui banche e banchieri fossero tenuti a uniformarsi. Per Homann ne è un esempio lampante la diffusione di nuovi e pericolosi (col senno di poi) prodotti finanziari che hanno avuto un successo tale da costringere tutte le banche a diffonderli, proprio nella logica della concorrenza e della competizione, pena l'espulsione dal sistema o l'accusa infamante di non averlo compreso. Una vera e propria “irrazionalità collettiva”, dunque, che ha poi prodotto il crollo del sistema. Homann saluta positivamente l'intervento della politica come mediatore, e si augura che abbia il respiro abbastanza lungo dall'assicurare la creazione di un nuovo sistema di regole che promuovano e non limitino l'innovazione. L'obiettivo posto dal filosofo è classico: la felicità pubblica e individuale come faro dell'agire politico. Libertà dell'individuo nella solidarietà collettiva: sono tipici concetti forgiati nello spazio dell'etica, che possono però indirizzare anche l'agire economico e commerciale, e risolvere qualche problema. E dunque la risposta è: sì, etica e capitalismo possono convivere.
La più stupida di tutte
Salon.com – Stati Uniti
La crisi economica flagella gli Stati Uniti: dalla destra neoconservatrice alla sinistra liberal si susseguono proposte e consigli per superare la recessione. Il sito Salon.com elenca quelle che sembrano più sciocche, tutte a firma repubblicana. A partire dall’attacco al pacchetto di stimolo varato dall’amministrazione Obama. Il senatore Jim DeMint lo ha definito “anticristiano”, mentre il collega Lindsey Graham ha osteggiato l’intervento nazionale pur giustificando i suoi. Ma il meglio di sé, lo ha dato il governatore della Carolina del Sud, Mark Sanford, che ha annunciato che chiederà al presidente Obama un intervento che gli permetterebbe di utilizzare 700 milioni di dollari per appianare il debito – da lui definito “molto limitato e contingente” – del suo stato. “Al di là del fatto che sembra non capire cosa significhi la parola stimolo, - scrivono a Salon.com - Sanford dimostra un sorprendente livello di ignoranza rispetto alla natura dell’attuale crisi economica. In una lettera ha scritto: quando si è in una fossa, la prima cosa da fare è smettere di scavare.” Ma sono proprio proposte come la sua a rischiare di ingrandire il fossato. Spiega l’articolo: “Ogni mese in cui si perdono 600mila posti di lavoro, le possibilità di consumare beni e servizi per 600mila persone diventano sempre più limitate, il che vuol dire che le aziende che li producono falliscono, aumentano ulteriormente i licenziamenti e via dicendo. E’ un ciclo che si auto-perpetua”. Unica definizione per la proposta di Sanford è: roba da pazzi.
Le inversioni a U dell’Economist
Economist – Regno Unito Il settimanale britannico analizza la crisi occupazionale e la perdita di posti di lavoro. Non c’è nulla da fare. La recessione c’è a prescindere dalle azioni dei governi, ma sono proprio questi ultimi a poter migliorare o peggiorare le cose. Ognuno ha la sua ricetta e – di certo – l’Economist ne ha una sua. La parola chiave è flessibilità. Ma partiamo dall’inizio. “Nel mondo ricco, la perdita di posti di lavoro è peggiore in America, dove la recessione ha avuto inizio. Il suo mercato del lavoro flessibile ha bruciato 4milioni 4oomila posti dal momento in cui la crisi ha avuto inizio nel dicembre 2007, di questi 1milione e 800mila sono andati persi solo negli ultimi tre mesi.(…) Un americano che perde l’impiego ha meno possibilità di trovarne un altro rispetto a qualsiasi altra epoca degli ultimi 50 anni”.
Fin qui si spinge l’analisi del mercato del lavoro statunitense che però si arricchisce chiarendo come la disoccupazione morderà anche altrove dalla Gran Bretagna al Giappone, dalla Spagna all’Irlanda. Non si salveranno neppure i paesi emergenti dove la povertà crescerà e si registrerà un ritorno all’economia informale e un ritorno a quella agricola. “La politica – spiega l’Economist – impone ai governi di intervenire energicamente. (…) ma l’aiuto non va misurato solo in dollari. Politiche mal concepite possono essere distruttive.” E qui, il settimanale propone la sua ricetta che – a parere dell’autore dell’articolo – dovrebbe funzionare. Valutate voi, a noi restano molti dubbi. Intanto viene spiegato che, visti i tempi, va bene sostenere il reddito dei lavoratori, si tratta di “misure sensibili, fintanto che sono limitate nel tempo; quello che i governi devono fare è sostenere la domanda”. Nei prossimi anni, poi, dovranno operare una difficile inversione a U: “nel lungo periodo, avranno bisogno di mercati dal lavoro flessibili”. (…) “L’eufemismo è flessibilità – prosegue il giornale – la verità nuda e cruda è che più facilmente si distruggono posti di lavoro, più facilmente se ne possono creare di nuovi.” Sarà… noi non ci crediamo.
Like a Virgin
Salon.com – Stati Uniti Like a Virgin, shut for the very last time è il titolo di un articolo pubblicato da Salon.com. Parafrasando la celebre canzone di Madonna, si raccontano le sventure dei megastore della casa discografica Virgin che, da Londra a New York, chiudono i battenti. Entro la fine della primavera tutti i negozi americani si fermeranno lasciando oltre 1000 persone senza lavoro. “La crisi economica attuale sta minando la sopravvivenza di una specie già indebolita” – spiega il sito – gli acquisti online, il download legale o illegale dei dischi non aiuta, ma la fine dei megastore della Virgin dipendono anche da una scelta di fondo della proprietà, una società immobiliare che comprò la catena nel 2007. I proprietari, infatti, ritengono di poter guadagnare molti più soldi dai terreni che i negozi occupano piuttosto che dalla vendita dei cd. Con buona pace di chi in quei negozi ci lavora.
Le riforme inquietanti di Nicolas Sarkozy
Le Monde – Francia Tempi duri per il governo francese. Il 19 marzo le 8 confederazioni sindacali scendono nuovamente in piazza, secondo appuntamento dopo il successo delle manifestazioni di gennaio. Op3erai e tute blu sono sul piede di guerra. In uno stabilimento della Sony, sono arrivati a sequestrare l’amministratore esasperati dai licenziamenti e dalla scarsa disponibilità dell’azienda che non voleva neppure pagare le loro indennità. In fermento c’è, però, anche il mondo universitario. Sul quotidiano Le Monde un’intervista a Jean-Francois Méla, professore emerito all’università di Parigi cerca di capire perché il sarkozismo non si intende con il mondo del sapere.
Il problema spiega l’accademico è che “(Sarkozy) ha creato una situazione estremamente malsana tanto che i disaccordi hanno acquisito una valenza politica che supera i contenuti delle riforme propriamente dette, anche perché il presidente ha dato delle spiegazioni inquietanti. La componente politica della rivolta - prosegue l’intervistato – è incontestabile. Al di là delle proteste contro la soppressione di tanti posti di lavoro, il conflitto attuale è anche espressione delle contraddizioni delle trasformazioni imposte dal governo”.