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La lezione di Keynes contro la crisi

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Roma, economisti postkeynesiani a convegno. La ricetta: correggere la finanza, sostenere la domanda. Un altro punto centrale è il “governo delle aspettative”. Ai cittadini bisogna dare una diagnosi precisa e trasparente della situazione

di Emanuele Di Nicola

autore: athrine, da flickr (immagini di autore: athrine, da flickr)
Ristabilire il ruolo corretto della finanza e sostenere la domanda globale. John Maynard Keynes, se fosse ancora vivo, potrebbe dare queste indicazioni di massima per affrontare gli effetti della crisi economica mondiale scoppiata negli ultimi mesi del 2008. E’ stato uno dei temi del convegno internazionale dal titolo “Gli economisti postkeynesiani di Cambridge e l’Italia”, che si è svolto l’11 e 12 marzo a Roma presso l’Accademia nazionale dei Lincei, con il contributo della Banca d’Italia. Un’occasione di confronto, da parte degli studiosi, sulle principali scuole di pensiero economico ma anche, ovviamente, una riflessione su come leggere le difficoltà attuali e sulle possibili contromisure.

La crisi è sempre possibile
L’economista britannico sosteneva che la crisi è un evento sempre possibile. Lo ha ricordato nella relazione introduttiva Pierluigi Ciocca, professore di Storia economica alla Sapienza. Negli ultimi 20 anni ci sono stati diversi momenti di instabilità finanziaria internazionale, ma “sono sempre stati spenti dall’intervento della Banca centrale Usa guidata da Alan Greenspan”; per questo la crescita è proseguita con continuità, a suo giudizio, ma “pena l’accumulo di squilibri crescenti”. Adesso la ricetta non prevede di aumentare le regole, bisogna piuttosto intervenire con più liquidità, maggiori garanzie, l’acquisto dei titoli rischiosi, ricapitalizzazione con denaro privato e pubblico e solo dopo, eventualmente, con la definizione di nuove norme. Ha confermato l’analisi anche il docente di Economia matematica all’Università di Milano, Piercarlo Nicola: “Non vi è nulla di nuovo nel saliscendi dei tassi di crescita del Pil – ha affermato – e prevedibilmente avverrà anche in futuro”. Si è quindi augurato che il riferimento keynesiano non sia “rimesso nell’ombra”, tra qualche anno, per ridare spazio al mercato, perché queste proposte “ritorneranno sempre, nel corso dei decenni, a essere attuali”.

Il governo delle aspettative
Un altro punto centrale, che gli studiosi di Keyenes ribadiscono unanimemente, si chiama “governo delle aspettative”. La cattiva comunicazione “è esiziale – ha spiegato ancora Ciocca – e non giova l’attesa, oscillante tra pessimismo e ottimismo, come da noi avviene quotidianamente”. Ai cittadini bisogna dare una diagnosi precisa e trasparente della situazione, ovvero “una convincente ‘storia da raccontare’”, insieme a un piano pluriennale che affronti le debolezze strutturali del sistema; solo in questo modo, a suo giudizio, “la propensione alla spesa risalirà con il ritorno della fiducia”. Contro la crisi, insomma, è essenziale “la capacità di ragionare, criticare e considerare nuove proposte”. Lo ha detto Luigi Pasinetti, professore di Analisi economica alla Cattolica, sottolineando la “situazione caotica” sia dal punto di vista teorico che pratico. “Non si capisce quali misure adottare – a suo giudizio -, serve un salto di qualità”. Oggi lo scenario economico mondiale è molto complesso e, come nella crisi del 1929, la prima reazione suggerisce un intervento di tipo tradizionale. E’ proprio questo che occorre evitare: “Bisogna rimettere in discussione anche le convinzioni più radicate”. Con particolare attenzione alle fonti: il pluralismo dell’informazione economica è fondamentale mentre, negli ultimi tempi, “le notizie si sono istituzionalizzate”.

Roncaglia, c’è una crisi tutta italiana
A margine del convegno Alessandro Roncaglia, che insegna Economia politica alla Sapienza, si è soffermato esplicitamente sullo scenario nazionale. Riguardo alla situazione in Italia, Roncaglia sottolinea che“sono in atto due tipi di crisi: una internazionale e una che riguarda esclusivamente il nostro Paese. Si dice che l’Italia sia stata colpita in maniera minore, ma in realtà stava già attraversando una crisi di carattere interno”. Ovvero? “Negli ultimi dieci anni – spiega l’economista - l’aumento dell’inflazione e il calo di produttività sono risultati sempre maggiori rispetto agli altri stati industrializzati. Si è perso terreno, dunque, e adesso c’è una buca che abbiamo scavato fra noi e gli altri. Quando sono arrivati gli effetti della crisi, noi avevamo già perso il contatto con i nostri vicini”. Alla domanda Nei panni di Tremonti cosa farebbe?, Roncaglia risponde: “C’è molto da fare, la prima cosa che viene in mente è finanziare subito le tecnologie. Soffriamo di bassa produttività e siamo il paese occidentale che investe meno nella ricerca, le sembra un caso? In generale, mi rifaccio al pensiero di Sylos Labini, in questo momento bisogna rivedere complessivamente le relazioni tra stati, come si usa dire ‘serve una nuova Bretton Woods’”.



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TAGS keynes crisi economica

13/03/2009 00:30

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autore: athrine, da flickr