Taranto, Materano e provincia di Siracusa, tre casi emblematici degli effetti devastanti della crisi in corso sulle attività produttive del nostro Sud. Il pericolo desertificazione e le contromisure da adottare subito
di Giovanni Rispoli
La crisi e i suoi effetti sul tessuto industriale del Mezzogiorno, il pericolo che se ne esca con un una vera e propria desertificazione, le iniziative più urgenti da avviare per invertire la rotta. Della questione, oggetto di un’iniziativa organizzata dalla Cgil a Brindisi venerdì 27 febbraio, abbiamo discusso di recente – proprio in vista dell’appuntamento in terra di Puglia – con la segretaria confederale Vera Lamonica. Ci ritorniamo questa settimana mettendo in sequenza temi e proposte che emergono in tre dei territori in cui oggi la crisi più si fa sentire: quelli di Taranto, Matera e Siracusa.
Geograficamente lontana dal cuore industriale del paese, Taranto ne è a tutti gli effetti parte integrante. Dalla siderurgia alla raffinazione ai traffici portuali, la città è da lungo tempo – in alcuni casi si può dire da sempre, si pensi al porto – sede di pezzi strategici dell’economia italiana. “Proprio per questo motivo – ci dice Gino Disabella, dal giugno 2007 segretario generale della locale Camera del lavoro – la crisi arriva da noi in maniera diretta e immediata”. I luoghi critici di Taranto si chiamano allora: Ilva – e connesse questioni ambientali – porto e Arsenale. Con gli addentellati, come vedremo, degli impianti di raffinazione dell’Eni, di alcune attività collocate nella provincia e, tornando in città, gli strascichi del recente dissesto delle finanze comunali. Cominciamo dalla siderurgia. “La realtà con cui dobbiamo confrontarci – spiega Disabella – è l’avvio delle procedure per la messa in cassa integrazione di cinquemila lavoratori”. Una realtà che non ha a che fare solo con il fatto nudo e crudo della cig in arrivo: “Con i suoi tredicimilacinquecento dipendenti diretti e il forte ricambio generazionale degli ultimi anni, ricambio che non ha comportato meno occupazione, anzi, l’Ilva ha dato finora un’immagine di forza e stabilità. Tutto questo oggi s’incrina, con un contraccolpo psicologico, per i lavoratori, che non è indifferente. Non sappiamo più quale potrà essere il futuro dell’azienda”. E il porto? chiediamo.“Traffico ridimensionato – risponde il segretario della Camera del lavoro –. Abbiamo fra l’altro un terminal container importante però mai decollato: e mi pare difficile che questo possa accadere adesso”. Poi c’è il resto. L’impianto di raffinazione dell’Eni che già prima della crisi aveva subìto un dimagrimento – con un miliardo di investimenti annunciati che restano al palo –; quindi le grandi difficoltà delle propaggini del distretto lucano-pugliese del salotto insediate nella parte occidentale della provincia (sul tema vedi più avanti, ndr) e la crisi del tessile-abbigliamento di Martinafranca. “Insieme, lo diremo ora – prosegue nell’elenco Disabella –, i problemi di ammodernamento dell’Arsenale”.
Come uscirne? “Beh, andando per ordine e cominciando dall’Ilva – risponde il dirigente Cgil –, è evidente che dobbiamo insistere sulle opere di ambientalizzazione. Insieme, è in discussione con il ministero l’accordo di programma sulla bonifica dell’area portuale. Per ora abbiamo solo una bozza, però, non un’intesa. E il tema, enorme, del finanziamento. Il problema è fare dragaggi, mettere in sicurezza, risanare; creare in tal modo le condizioni per attrarre impresa. Per il porto, ancora, c’è da sbloccare i finanziamenti per la piastra logistica previsti dal Cipe”. Passando poi all’Arsenale militare, il problema, qui, è rimetterlo a norma.“Siamo riusciti a ottenere un piano di 108 milioni di euro, dei quali il 60 per cento già impegnati. Un risultato indubbiamente positivo. Ma resta la preoccupazione per i fondi non ancora stanziati, per un piano industriale di cui non si vede traccia e per gli assetti gestionali: in altre parole il rapporto pubblico/privato”. Con i tre problemi a cui ora accennava: industria e ambiente, porto, Arsenale, Disabella si sofferma poi sull’occasione, da non perdere, dei Fondi europei, che significa progetti credibili per l’area vasta di Taranto: progetti riguardanti il risanamento ambientale, ancora, l’innovazione tecnologica e quindi l’università, i beni culturali. I soggetti che devono definire i progetti si muovono in un’ottica di cooperazione. Si tratta ora di selezionare e definire le priorità. Non si può chiudere su Taranto senza ricordare la questione del dissesto. “Il peggio è passato – spiega il segretario della Camera del lavoro –. Abbiamo tuttavia ancora grandi difficoltà nell’operatività dei servizi e nelle aziende comunali, prive di veri piani industriali”. Insieme, può sembrare strano, visto che la Cgil ha di fronte a sé una giunta “amica”, “un sistema insoddisfacente di relazioni
sindacali”.
Nell’Italia dell’ultimo ventennio del secolo scorso, nel paese dei distretti e del “piccolo è bello”, Matera non è stata più soltanto la città dei Sassi ma anche una delle capitali di un’industria giovane e dinamica che nel Sud sembrava aprire orizzonti del tutto inediti: era il distretto cosiddetto del salotto, o del mobile imbottito, e dei suoi rampanti interpreti: i Natuzzi, i Nicoletti, i Calia. Oggi questa realtà vive una crisi senza precedenti. “Una crisi che per la verità era iniziata già da qualche anno, con il venir meno dell’incentivazione pubblica e l’emergere della concorrenza sleale di paesi in cui i diritti sono un optional – precisa Manuela Taratufolo, giovane segretaria generale della Camera del lavoro – ma che ora, come si può immaginare, si fa drammatica, travolgendo tutta l’area dell’indotto”. Che fare? “Innanzitutto – prosegue la dirigente Cgil – nessuna deroga ai diritti. Niente gabbie salariali e normative, dunque. Detto questo, occorre che il Comitato per il distretto, che si sta reinsediando, operi per il rilancio e la riqualificazione delle attività produttive esistenti. In stretto collegamento con le istituzioni pugliesi: l’attività di Natuzzi è a cavallo tra le due regioni”. Ma nel Materano non c’è solo il problema del mobile imbottito. Storica è ormai la crisi della chimica. Crisi che però non è senza sbocchi. Perché una seria bonifica dei vecchi siti della Val Basento può avere ricadute positive sull’agroalimentare, sullo sviluppo di un settore che, presente essenzialmente nel Metapontino, puntando su rispetto dell’ambiente e prodotti di qualità, ha dato storicamente buoni risultati. Siracusa,sotto il profilo strettamente industriale, significa il Petrolchimico di Priolo. Un insediamento antico i cui impianti – parliamo di Erg, Esso, Eni e così via, insomma alcuni dei colossi del settore – negli anni si sono rinnovati di continuo. “Questo ammodernamento è stato importante, perché ci ha permesso di stare sempre al passo coi tempi – osserva Gino Carnevale, segretario generale della Camera del lavoro –. Tuttavia un costo lo ha avuto: circa dodicimila lavoratori occupati in meno, tra diretti e non, in vent’anni”.
Ultimo atto di questa emorragia, nel dicembre 2005, l’accordo di programma stipulato presso la presidenza del consiglio che prevedeva, com’era giusto che fosse, la dismissione dell’impianto, fortemente inquinante, adibito alla preparazione del clorosoda. “Il prezzo è stato la perdita di mille posti di lavoro”, ricorda Carnevale. Un prezzo che però si pensava di compensare attraverso l’impegno dell’Eni al “bilanciamento” dell’etilene: ovvero la trasformazione del surplus. di etilene denunciato dalla società, 200mila tonnellate, nel glicol etilenico, il preparato utilizzato fra l’altro per il Pet, il materiale delle bottiglie di plastica. Trasformazione che si sarebbe dovuta ottenere mediante uno specifico impianto da crearsi appunto a Priolo. Insieme a questo si prevedeva la bonifica e la riqualificazione dell’area, un parco tecnologico, un incubatore d’impresa e in generale tutte le attività e servizi considerati utili per l’avvio di nuovi progetti produttivi. “Una serie di iniziative che dovevano permetterci una nuova fase di sviluppo. Ma di tutto questo, finora, non abbiamo nulla, l’accordo è rimasto lettera morta”. Altre questioni, il blocco della costruzione del rigassificatore di Priolo e, se ne parla di meno ma ugualmente importante, il porto di Augusta. “Una realtà che l’ultimo governo Prodi ha elevato a porto hub. Bene, la bonifica della rada non è mai iniziata, il dragaggio dei fondali è ancora sulla carta. Ora si è fatto un accordo di programma per il quale sono stati messi a disposizione 780 milioni di euro; un accordo a cui, per inciso, non è stato invitato il sindacato. Vorremmo capire modalità e tempi, non se ne sa nulla”. A tutto questo vanno aggiunti la vexata quaestio delle infrastrutture che mancano – “Anas e Ferrovie ci hanno abbandonato”, esclama Carnevale, l’Enel ha una rete vecchia, il call center Telecom di Siracusa è in forse – e l’incapacità di valorizzare il patrimonio archeologico di cui questa terra è ricca. L’unico settore che non arretra, dall’arancia di Lentini ai pomodori Pachino passando per il limone di Siracusa, è l’agroalimentare. “Un settore che meriterebbe sicuramente un po’ di spirito cooperativo in più”, sostiene Carnevale, però con una tradizione consolidata. Ma può bastare di fronte agli 80mila disoccupati, il 20-22 per cento della forza lavoro, presenti in provincia?