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Se il Papa si sente assediato

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Da piazza San Pietro l’allarme su “smarrimenti e tempeste” all’interno della Chiesa, scossa da “polemiche distruttive e arroganza intellettuale”. L’offensiva antiromana della stampa anglosassone. Il caso Lefebvre e il caso Italia

di Frank Barretti

Domenica 22 febbraio, luminosa mattinata invernale in piazza San Pietro, in attesa dell’Angelus. Folla discreta, gruppi che arrivano a piedi dalla vicina piazza Risorgimento. Al Braccio Carlo Magno, sulla sinistra del colonnato, scorre tranquillo e pensoso il flusso di visitatori della mostra per gli ottant’anni del Concordato. Un evento da non perdere. Documenti d’epoca, paramenti sacri, foto ufficiali, la stazione ferroviaria, Mussolini e il cardinal Gasparri (quello vero, non la versione comica di Giannelli), le penne della firma, il primo istoriato telefono del Papa, oggettistica varia, attenzioni particolari per l’auto restaurata di Pio XI. Il tutto all’insegna dell’equilibrio, storico e di quanti si avvicinino oggi alla rilettura di una data che ha segnato, e segna tuttora, la vita del Paese. A mezzogiorno spaccato, ecco il frusciar di tende e Ratzinger lassù alla finestra, gli applausi accordati sul low profile ispirato dal Papa. Ma non è il solito Angelus. La lettura monocorde non riesce a nascondere la carica inusuale di drammaticità.

Perché papa Benedetto sta lanciando un allarme e una richiesta di aiuto. “Pregate per me e non lasciatemi solo”, nel momento in cui dentro la Chiesa si vanno sviluppando “turbamenti e tempeste”, “polemiche distruttive e arroganza intellettuale”, proprio quando è urgente rafforzare “il primato di Pietro” come è stato “ribadito dal Concilio” , che tutti si mantengano “fedeli all’unità nell’amore reciproco”. Insomma un richiamo alla Chiesa globale affinché “ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva”. La folla mostra di non capire e non si spiega i toni da stato d’assedio vissuto e respinto. In fondo niente sembra minacciare il susseguirsi liturgico dei fatti. Forse è un difetto di comunicazione, come osserva lo storico Margiotta Broglio: Karol Wojtyla, sempre lui, “anche quando diceva cose discutibili lo faceva sempre nel modo giusto e otteneva unanime consenso”; “l’odierno governo della Chiesa difetta nel far comprendere il proprio operato all’esterno dei sacri palazzi”. Forse c’è un difetto d’informazione, forse è colpa di quanti, nell’ambito dei media, si impegnano a stendere un cordone di sicurezza attorno alle tematiche ecclesiali più che a far capire le cose come stanno. Di sicuro una parte cospicua dell’opinione mondiale tende a trarre giudizi negativi sul primo, significativo scorcio del Pontificato.

Non altrimenti si spiega la campagna antiromana ingaggiata, spesso con durezza, dai giornali anglosassoni. Proprio a questo sembra riferirsi il forte tono allusivo delle parole del Papa. Si sono distinti nei giorni scorsi il Financial Times e il conservatore Sunday Times. In particolare quest’ultimo attribuisce a Joseph Ratzinger uno stile “regale e distaccato”, scelte fatte “in solitudine”, un “pontefice invisibile” che comincia ad irritare parte della Curia, in seno alla quale potrebbero aprirsi crepe di riflessione. Il quotidiano cita il fermento esistente in seno agli episcopati austriaco, francese, tedesco, svizzero, inglese e svedese, senza ignorare la diminuzione di presa nell’emisfero sudamericano, segnatamente in Brasile. Del resto anche il ministro del papa per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re, si è mostrato irritato per la fretta in cui è maturata la revoca della scomunica ai lefebvriani. Sostiene il Sunday Times che “una serie di passi falsi hanno provocato una rara manifestazione di dissenso da parte di cardinali esasperati”. Il quotidiano vede “un Pontefice che sta guidando la Chiesa e i suoi 1.2 miliardi di fedeli come un monarca, separato dal mondo che sta fuori dalle finestre del palazzo, aiutato solo da consiglieri leali ma inetti”. Risultato: “Gente disorientata e la sensazione condivisa tra tradizionalisti e riformisti che al timone non ci sia nessuno”. Il Financial Times insiste su questo tasto e, senza porsi problemi di irriverenza, scriva di un Benedetto XVI come “un rottweiler di Dio maltrattato”, “un Papa timido e isolato, sepolto dalle sue letture e scritture, vulnerabile alle manipolazioni”, che “potenzialmente può essere intimorito”. E cita la sollevazione della Conferenza episcopale austriaca che ha indotto il Vaticano a revocare la nomina a vescovo di Linz dell’ultraconservatore Wagner, il monsignore stano al quale “i gay vanno curati”, i libri di Harry Potter sono satanisti e occultisti, l’uragano Katrina “è stato il castigo di Dio per le cliniche abortiste di New Orleans. Ma il fulcro di questa ondata di critiche resta pur sempre il caso Lefebvre e la revoca della scomunica al vescovo Williamson, negazionista della Shoah, che ha coinvolto in momenti di forte tensione il Rabbinato di Gerusalemme e lo stesso governo israeliano, il cancelliere Angela Merkel, il presidente Sarkozy e la stessa Segreteria di Stato vaticana. Gestione dissennata ma anche questione di linea politica, una linea che mostra di voler sempre meglio deprimere lo spirito del Concilio.

Dunque il caso Lefebvre. Ma anche un caso Italia, dove si mantiene in primo piano il tema della laicità dello Stato, o meglio del livello soddisfacente o meno di un giusto rapporto tra Stato e Chiesa, nonostante il dettato dei Patti Lateranensi. L’ultimo “incidente” riguarda direttamente il rapporto tra Santa Sede e governo di Roma. Si tratta delle ronde (una volta si chiamavano più propriamente “manipoli”) antistupro decise a Palazzo Chigi. Monsignor Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti, cioè un ministro del Papa, le aveva bollate come un tentativo di sovvertire regole fondamentali di uno Stato democratico. E’ la morte del diritto, aveva affermano monsignor Marchetto. E’ durata poco. Il Vaticano lo ha smentito a tempo di record, facendogli capire che un governo amico non si può disturbare. Il portavoce del Papa: le posizioni della Santa Sede sono quelle espresse “nei suoi organi rappresentativi” e non da singoli esponenti ecclesiastici. In questo frangente si parla di “legittima autonomia” delle autorità civili e del “diritto-dovere che esse provvedano al bene comune”. A ruota il presidente della Cei, Bagnasco: “Bisognerà vedere i risultati”. L’Avvenire: ma sì, proviamo a sperimentarle, le ronde.

L’Avvenire, come tutti sanno, è l’organo ufficiale dei vescovi che, attraverso pedestri ipocrisie tecniche, arrivò a dare dell’Azzeccagarbugli al Capo dello Stato. Si era, in quei giorni, nella fase più drammatica del caso Englaro e neppure un briciolo di pietà poteva essere consentito nei confronti di una famiglia precipitata nella tragedia. Lo stesso giornale sta riarmando le proprie batterie dialettiche in vista dello scontro prossimo venturo: la legge di fine vita, un testamento che non sarà un testamento, come appare evidente nel testo governativo. Sarà battaglia, anche sulla scia di recenti emozioni. E dentro uno scenario politico preoccupante per molti altri versi. Troppe arroganze e troppe debolezze. Di sicuro assisteremo a pressioni di ogni genere sul Parlamento. E alla pretesa di imporre per legge le proprie convinzioni religiose. Una scelta che può cambiare immagine e sostanza del Paese. Come finirà? L’estensore di queste note ha un presentimento. Purtroppo.



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TAGS carte vaticane

23/02/2009 18:19

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1
Ma chi se lo sarebbe mai creduto che avremmo rimpianto la Democrazia Cristiana...
Non moriremo democristiani – dicevamo vent'anni fa – e adesso ci tocca la prospettiva di vivere, chissà per quanto, con un governo (e con pezzi dell'opposizione) che fanno da servi sciocchi e cattivi di un papa che neanche lui brilla per umanità. Ma non tiriamo in mezzo i rottweiler. I cani sono più sensibili.

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