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Shoah, alla fine il Papa chiese perdono

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Ratzinger torna a Wojtyla: “Il ricordo è memoria di futuro” e l’Olocausto “non dovrà mai essere dimenticato”. Ma il caso Williamson non è del tutto chiuso. Benedetto XVI a maggio in Israele: i rischi di un viaggio strategico

di Frank Barretti

Wojtyla non c’è più ma l’orma lasciata non si può cancellare. Almeno su questo versante del rapporto vitale con l’ebraismo. Benedetto XVI è tornato sulla strada del risarcimento storico e morale, rafforzandola come spesso accade quando le circostanze inducono a distrazioni o a deviazioni fatali. Alla fine, dopo i clamori di una protesta planetaria, il Papa ha dovuto rendersi conto che l’incidente del negazionista Williamson non era un incidente ma, agli occhi di molti, l’effetto collaterale di una strategia di Chiesa che il mondo laico considerava, e tuttora considera, come mero tentativo di restaurazione: il recupero, costi quel che costi, di un gruppo di vescovi e preti dissennati e fanatici, seguaci di Lefebvre, protagonisti di uno scisma ora rimosso, portatori non sani di un tardo nazismo disposto a tutto sul piano dei principii. Sullo sfondo il vero, grande nemico dei lefebvriani: quel Concilio degli anni Sessanta, inteso come sforzo di capire la modernità e di agire di conseguenza all’interno di essa. Allo stato dei fatti, esagerato il grado di recuperabilità.

Benedetto XVI ha scelto le parole giuste e il momento giusto per pronunciarle. Sala del Concistoro, una sessantina di esponenti delle maggiori organizzazioni ebraiche, i benvenuti, nelle espressioni del Papa, “fathers in faith” cioè padri nella fede. Ratzinger cita sé stesso: “I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra”. Auschwitz e gli altri luoghi dell’orrore, certo. Ma, quello che conta, è rituffarsi nell’attualità: “La Chiesa è profondamente e irrevocabilmente impegnata a rifiutare ogni forma di antisemitismo e a continuare a costruire relazioni buone e durature fra le nostre due comunità”. E qui il ritorno esplicito allo spirito di Wojtyla, inteso come linea ideale e politica. Dice Ratzinger: “Una particolare immagine che esprime questo impegno è quella del momento in cui il mio amato predecessore papa Giovanni Paolo II ha sostato presso il Muro del Pianto di Gerusalemme implorando il perdono di Dio dopo tutta l’ingiustizia che il popolo ebraico ha dovuto subire”. E il perdono invocato fa uso delle parole dello stesso Wojtyla: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza”.

Era il 26 marzo del 2000 e un Karol Wojtyla già provato nel fisico si stava tuttavia spendendo per il suo grande progetto di riconciliazione. A febbraio 2008 occorre aggiungere qualcosa di più e di più immediato. Magari ripetersi. “L’odio e il disprezzo per uomini, donne e bambini manifestati nella Shoah sono stati un crimine contro Dio e contro l’umanità”. Suona come sentenza definitiva, forse non nuova (per Ratzinger e il suo predecessore) ma, nel tempo, in grado di recuperare tutta la tragicità di un pensiero irrevocabile. Tanto che, al fondo del ragionamento, il Papa affronta non la storia ma la cronaca più imbarazzante, quella del vescovo Williamson: “le camere a gas? Non ci sono le prove”, o quella di preti sciagurati “le camere a gas?servivano a disinfettare l’ambiente”. Per dire, l’abisso di ignominia in cui si può precipitare. Non si può chiedere a un Papa di scendere troppo al di sotto del suo rango e del suo prestigio morale, ma si noti l’effetto per così dire balsamico delle sue affermazioni: “E’ ovvio che qualsiasi negazione o minimizzazione di questo terribile crimine è intollerabile e del tutto inaccettabile”. Dunque la Shoah “deve essere un monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti”; perché “il ricordo è ‘memoria futuri’”.

L’applauso della platea, nella sala del Concistoro, c’è stato ed è apparso convinto. Tuttavia, si è fatto osservare, non si è andati al di là di enunciazioni di principio, auspicate e rispettabilissime, in attesa di fatti concreti che ancora non esistono. A Gerusalemme si prova a prendere atto della novità e si pensa che il dialogo con la Chiesa possa adesso ripartire in condizioni più favorevoli. Ma la diffidenza non è affatto scomparsa. Uomini influenti come il premio Nobel Elie Wiesel, avvertono che strappo c’è stato e assai profondo. Come uscirne? Si prenda il caso Williamson. La presa di distanza del Papa è apparsa netta, dovrebbe solo aggiungere – è il parere di Wiesel - questa piccola formula: “Williamson è stato erroneamente reintegrato nella Chiesa, pertanto lo allontaniamo di nuovo fino a quando non mostrerà pubblicamente rimorso per ciò che ha detto e fatto”. Insomma la ri-scomunica. Nessuno ci crede, nessuno crede che un Papa, e tantomeno Ratzinger, possa autosmentirsi. E allora il problema torna nelle sue mani: scelga tra ultraconservatori anti-Concilio ed ebrei: “Ci mostri cosa vuole fare”. Già, il Concilio. L’evento che l’intellettualità ebraica assume come discrimine tutto positivo per un rapporto “sano” con il mondo cattolico. In questo non si intravvedono elementi incoraggianti.

Sull’altro versante, i lefebvriani, si infittiscono i sospetti di un “colossale imbroglio”, essere stati attirati in un tranello riassumibile nello slogan “scomunica ritirata, riabilitazione mancata”, l’essere portati in mezzo a un guado che nessuno riuscirà ad attraversare. E accusano i liberal, i progressisti, i quali – azzardano- tuttora fanno e disfanno in Curia. Una manovra subdola, un gioco di specchi, alias insospettati, tutto a danno del “Papa del perdono”: il loro. Questa storia ha una rispondenza in piena Curia dove, nei giorni scorsi, si è parlato di un piano ordito per far fallire la revoca dello scisma. Vero è che di confusione se n’è avvertita in piena Curia, culmine il caso Williamson e il Papa “che non sapeva”. (E, in contemporanea, non si dimentichino risvolti in altri campi, il rapporto con l’Italia e il grave incidente con il Quirinale.) Per stare al tema, i consiglieri del Papa hanno colto il pericolo, quanto alle relazioni con l’ebraismo, di trovarsi tutti imprigionati in una inestricabile pastoia. Ecco quindi lo slancio di ottimismo di Benedetto XVI nell’annunciare, se non proprio dare per certo, il prossimo maggio, il suo viaggio in Israele. Anzi in Medio Oriente: prima tappa la Giordania, seconda tappa i territori palestinesi, marcatamente Betlemme, tappa finale Gerusalemme. Incerti i particolari. Le trattative sono in essere. Se il Vaticano ha Williamson, Israele ha il fardello Gaza. E il Vaticano chiede, quanto meno, libertà di movimento dei fedeli da una zona all’altra. Tra Palestina e Israele esistono troppi muri da abbattere. A Tel Aviv il futuro politico è tutto da costruire. Le crisi si spingono ben oltre i confini. E’ il Medio Oriente. L’attesa è riservata a un Papa che porti speranze. La sue, ma anche quelle degli altri.



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13/02/2009 17:00

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