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Lavoro, Italia più lontana dall’Europa

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Intervista a Ida Regalia sull'accordo separato. Il governo punta su "l’esatto contrario del modello nel cui solco si doveva continuare a lavorare: il modello europeo di una cornice condivisa che stabilisce i temi da affidare alla negoziazione decentrata"

di Giovanni Rispoli

accordo separato
L’accordo separato sulla “riforma” della contrattazione siglato il 22 gennaio apre molti problemi e, se vogliamo, lascia intravvedere anche un legame tra il modello di relazioni industriali che esso prefigura e la più generale filosofia che ispira le decisioni dell’attuale governo. Per questa ragione chiediamo un giudizio, sull’accordo, a Ida Regalia, docente di Sociologia del lavoro e relazioni industriali all’Università degli studi di Milano.

“Qualche giorno dopo l’accordo, uno studente lavoratore che frequenta i miei corsi, un ragazzo iscritto alla Cisl, mi confidava i suoi dubbi. Convinto in un primo momento della bontà del testo siglato il 22 gennaio, aveva poi parlato con un suo amico della Cgil e, mi diceva, non sapeva più cosa pensare”. L’episodio a cui la professoressa Regalia ci rimanda non è casuale. Anzi: “Ci dice di un punto forse un po’ trascurato da tutta la polemica che è venuta dopo. E cioè che l’accordo stabilisce poche cose ma poi, per il resto, è estremamente indeterminato”. Il che, se nulla toglie al giudizio negativo giustamente pronunciato dalla Cgil, spiega anche le ragioni per cui, alla fin fine, “sarebbe un errore ritirarsi sull’Aventino”. Cosa questo significhi, Regalia ce lo spiega più avanti. Ma partiamo dal primo punto: i motivi per i quali l’accordo non va.

Regalia Il testo si preoccupa di fissare solo la dinamica retributiva, su tutto il resto non dice nulla. E già questo mi sembra un grosso limite…

Rassegna Ma in ogni caso quest’unico oggetto di cui si occupa – la dinamica delle retribuzioni – è trattato molto male…

Regalia Non c’è dubbio, c’è una decurtazione netta delle retribuzioni. Colpisce, fra l’altro, il modo come viene affrontato il problema del secondo livello contrattuale: tutto viene giocato sugli sgravi. Ma in questo modo, cito più o meno alla lettera quanto scritto a caldo da Tito Boeri su Repubblica, si garantisce la coesistenza di due regimi fiscali, uno per il salario nazionale e l’altro per quello aziendale, si tassano diversamente due lavoratori che hanno uguale salario lordo, si incoraggia l’elusione fiscale delle imprese con la trasformazione fittizia del salario nazionale in salario locale. Un conto salato, mi rifaccio sempre a Boeri, non solo per i lavoratori ma anche per i contribuenti. Tornando a quanto dicevo prima, comunque, si parla solo dell’aspetto economico, tutto il resto non fa problema.

Rassegna E pensare – oggetto delle critiche, naturalmente, la Cgil e il suo “conservatorismo” – ai fiumi di inchiostro versati durante il negoziato sulla necessità di valorizzare la contrattazione aziendale.

Regalia Sì, sembrava che il problema dovesse essere appunto potenziare, incentivare il secondo livello di contrattazione. Ma come questo potrà accadere non è affatto chiaro. Io ero, sono convinta della necessità di decentrare. Ma decidere dall’alto le materie su cui si può contrattare non mi sembra significhi decentrare la negoziazione. È vero che si può derogare, ma dentro le deroghe c’è troppo e troppo poco. Non si capisce dove questa formulazione potrà condurre. Fra l’altro è come se ci si fosse dimenticati delle piccole e medie imprese. I due terzi degli addetti, in Italia, sono occupati all’interno di aziende al di sotto dei cinquanta dipendenti. Eppure, cosa che mi sembra grave, la contrattazione territoriale non viene mai citata. Le Pmi sono oggetto solo di un generico riferimento. Più in generale, pensavo si dicesse quali sono le materie su cui le parti sono incentivate a regolare i loro rapporti. Ma la sensazione è, ripeto, che la contrattazione riguardi soltanto il salario: niente orario, niente inquadramento, niente organizzazione del lavoro. Si parla soltanto di retribuzione, ma per dire poi, come ricordavo prima: utilizzeremo gli sgravi previsti dalla legge. Nessun riferimento alle relazioni industriali e alla loro qualità. Insomma, un accordo per avere una qualche tutela a livello nazionale e un po’ di sgravi a livello aziendale. Poi, en passant, si accenna a una riforma della rappresentanza. Il modello regolativo europeo, i princìpi che hanno permesso tante buone cose in materia di regolazione delle relazioni industriali, non c’è più. Obama ha parlato proprio di questo, recentemente, di come sia virtuoso cercare di governare i processi. Ecco, mentre negli Usa si pensa alla strada percorsa in Europa, qui invece si lascia la porta aperta all’arte dell’arrangiarsi.

Rassegna L’obiezione è quella di sempre: dirigismo.

Regalia Si tratta non di fare del dirigismo ma di costruire cornici di regole condivise entro le quali, in sede di contrattazione, capire quali sono gli spazi per sperimentare. Se io voglio incentivare la contrattazione decentrata lo devo fare in maniera seria. Qui in realtà si continuano a proteggere gli insider. Insieme, non c’è l’ombra di un riferimento al lavoro non standard.

Rassegna La brutta vicenda del 22 gennaio rischia di oscurare un problema che pure esisteva: la necessità di cambiare.

Regalia Certo che bisognava cambiare. E questo essenzialmente per due motivi. Il primo era la presenza di un contratto nazionale troppo legato all’inflazione programmata e, quindi, alle decisioni dei governi. Avere un indicatore oggettivo va bene. Il problema è però che con l’accordo s’inventa un fumoso soggetto terzo a cui affidare il tasso di inflazione previsionale. Mah!

Rassegna Il secondo motivo?

Regalia Le differenziazioni esistenti, nel nostro paese, sia nel tessuto industriale che tra le diverse aree geografiche. Se il contratto nazionale interviene su troppi temi, la contrattazione aziendale finisce con l’essere depressa. Anche se poi, al contrario di quel che si può pensare, si è continuato a contrattare – e non solo sul salario –, in ogni caso il problema c’era, c’è. Ma ci voleva un disegno diverso, ben più ricco. In altre parole, non mi pare che l’accordo affronti seriamente il problema dei differenziali di produttività.

Rassegna Una questione ulteriore è quella degli enti bilaterali.

Regalia Sì, il testo parla di enti bilaterali, un tema che andava affrontato e sul quale, osserva la Cgil, si è proceduto ancora una volta in maniera errata. Ma ci sono altre questioni, ugualmente importanti, che vengono messe da parte. Non si parla di responsabilità sociale dell’impresa, ad esempio; non c’è mai un riferimento alla dimensione sovranazionale; e il settore pubblico sembra, come dire?, appiccicato all’ultimo momento. Alla fin fine, se volessi dare un giudizio d’insieme sull’impianto direi che si tratta di un testo che è dirigista senza volerlo essere. L’esatto contrario del modello sul cui solco si doveva continuare a lavorare: il modello europeo, ripeto, il modello di un decentramento coordinato, di una cornice condivisa che stabilisce i temi da affidare alla negoziazione decentrata.

Rassegna Dove si andrà?

Regalia Non è chiaro. Ma se vogliamo essere ottimisti diciamo che uno spazio di manovra, per il sindacato, c’è. Se vogliamo dirla meglio: un ruolo da giocare, per la Cgil, rimane. Importante però è una definizione seria della questione della rappresentanza. In ogni caso sarebbe un errore ritirarsi sull’Aventino: la Cgil deve fare il lavoro del sindacato. Resta valido quel che diceva a suo tempo Epifani: “Risindacalizzare il sindacato”. Bisogna cioè partire dai luoghi di lavoro, dall’esperienza concreta, per costruire un quadro diverso. Certo, dal canto loro, Cisl e Uil devono essere autonome dal governo.

Rassegna L’accordo non nasce in un mondo a parte: quello che sta avvenendo in questi giorni, il tentativo di imprimere al quadro istituzionale una torsione neoautoritaria, è sotto gli occhi di tutti. Così come sotto gli occhi di tutti è la difficoltà dell’opposizione...

Regalia Quella del sindacato è una sfera specifica, il sindacato ha una base reale di riferimento, i lavoratori, che non può delegare a nessun altro. La sua ragion d’essere risiede nell’interesse dei lavoratori, da qui bisogna partire. Poi, certo, se c’è un’aggressione alla democrazia il sindacato deve rispondere. Ma torniamo all’accordo. Quello che voglio dire è che, in prospettiva, il ruolo del governo non va sopravvalutato. Il sindacato deve perciò impegnarsi da subito. Senza rimandare a un momento migliore: il sindacato non può andare all’opposizione, è oggi che le persone hanno bisogno. Non va dimenticato, fra l’altro, che c’è un ulteriore terreno d’impegno, la contrattazione sociale. Un terreno di grande rilievo, dove l’iniziativa diventa immediatamente politica, perché incontra appunto la sfera della politica e del governo. Ma a partire sempre dagli interessi, dai bisogni dei lavoratori, oltre che dei pensionati e delle fasce sociali più deboli.



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16/02/2009 11:05

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