Anche la Merkel censura Ratzinger e chiede spiegazioni. La Chiesa tedesca accusa: scelte di destra. Il caso Lefebvre percepito come colpo finale al Concilio. Dal Vaticano ipotesi di complotto e voci di rimpasto
di Frank Barretti
Come accade nelle migliori (o peggiori) famiglie politiche, il Vaticano si piega all’uso dell’arma dell’impossibile: quella del complotto ordito attorno allo sviluppo ultimo del caso Lefebvre, la revoca della scomunica per i dissennati quattro vescovi (e preti assai più numerosi) in attività in varie parti d’Europa e del mondo, impegnati a diffondere l’immagine di un Concilio opera del Diavolo, e a riproporre i valori di una Chiesa nelle ombre del gotico, tradizione ferrigna con non del tutto imprevedibili scivolate tardo-naziste, come il riemergere del negazionismo dell’Olocausto degli ebrei.
Sulle scrivanie più importanti della Curia poggia, in grande evidenza, il “Dossier Richard Williamson”, ovvero come l’annuncio della revoca della scomunica agli scismatici di Lefebvre si sia potuto mutare, per il Papa, in un disastro mediatico e in una non leggera perdita di prestigio, proprio a causa degli sproloqui antisemiti dell’ormai famoso monsignore britannico. Un documento che, grazie ad alcuni servizievoli “vaticanisti” è stato poi diffuso per contenuti, con scarse fortune in verità. Il “complotto” consisterebbe preliminarmente in una accurata campagna ideologica effettuata in Francia, protagoniste esponenti femministe, in modo da mettere in rilievo la prossimità della Fraternità San Pio X (il movimento creato da Lefebvre) con la destra nostalgica e para-fascista. Poi, in data 2 novembre, registrazione dell’intervista di Richard Williamson, effettuata dalla TV svedese e fatta astutamente virare sul tema negazionismo della Shoah. Infine messa in onda della suddetta intervista il 21 di gennaio, in perfetta sincronia con la revoca della scomunica ai lefebvriani. Televisione svedese “forse imbeccata da qualcuno dentro le mura vaticane” nel momento stesso in cui Benedetto XVI si apprestava alla decisione più rischiosa e più controversa del pontificato. Di qui il pandemonio mediatico proprio a ridosso della Giornata Mondiale della memoria della Shoah. Nel dossier si fa poi cenno a quanto pubblicato da “Der Spiegel”: il Consiglio Centrale degli ebrei in Germania era stato informato delle dichiarazioni negazioniste di Williamson ma avrebbe atteso il momento giusto per sferrare l’attacco a Ratzinger. Tutto questo in via di pura ipotesi. L’averne trovato traccia nel dossier del Vaticano non introduce certo elementi di ottimismo sugli immediati sviluppi del rapporto Santa Sede – mondo ebraico. Resta incontrovertibile che la data della revoca della scomunica sia stata scelta direttamente dal Papa e dal suo più stretto entourage. In coincidenza con la Giornata della memoria. Qualcuno si era distratto.
Magari questa storia del complotto colpirà la fantasia di qualche giallista. Sicuramente qualcuno vorrà saperne di più. Ma i fatti reali incalzano, lungo una china sempre più negativa. L’intervento di Angela Merkel ha provocato un autentico shock e non solo in Vaticano. La censura diretta al comportamento del Papa espressa in una situazione pubblica da un capo di stato: non era mai accaduto. Parole come pietre: “Se la decisione del Vaticano solleva l’impressione che l’Olocausto possa essere negato, ciò non può restare senza conseguenze. Si tratta di affermare molto chiaramente da parte del Papa e del Vaticano che non ci può essere negazione. A mio parere non è una questione tra le comunità cristiane, cattoliche ed ebraiche in Germania. Il Papa e il Vaticano dovrebbero chiarire in modo non ambiguo che non ci può essere negazione e che ci devono essere relazioni positive con la comunità ebraica in generale. Questi chiarimenti, a mio parere, non sono ancora sufficienti”.
Quando le agenzie hanno diffuso le dichiarazioni di Angela Merkel al piano alto del Palazzo Apostolico si è immediatamente diffuso un senso di costernazione. E si è deciso per una reazione immediata, più sul filo dei nervi. Ed è toccato al portavoce, il gesuita padre Lombardi, opporre un primo argine ricordando, con date esatte, tutte le volta che il Papa aveva espresso, anche di recente, la condanna del cosiddetto negazionismo, in tutte le sue espressioni, anche quelle dello sciagurato Richard Williamson, al quale per altro non si era mai direttamente rivolto. La replica vaticana non pare destinata ad un risultato adesso apprezzabile. Il cancelliere Angela Merkel si è rivolta a Joseph Ratzinger da tedesco a tedesco. Lo ha fatto, per maggiore chiarezza, sulla scena mondiale. La tragedia del nazismo è tuttora, e fortunatamente, un nervo scoperto nella Germania democratica. A nessuno sono concesse licenze, neppure al Papa, che da quella tragedia è stato direttamente investito negli anni giovanili. Alzando il tono al livello politico la luterana Merkel non ha inteso ignorare la complessa problematica delle comunità religiose, ebraica e cattolica in primis, ricordando a tutti l’obbligo della memoria. Consapevole, anche, del sommovimento che sta caratterizzando la Chiesa tedesca.
L’altro, imprevisto sviluppo che sta allarmando il Vaticano è la progressiva perdita di prestigio proprio nel Paese che a Ratzinger ha dato i natali. Le proteste, le petizioni, posizioni personali e collettive nelle comunità di base, tendono a saldarsi in un giudizio complessivo che respinge i cardini politici del Pontificato. La stessa Conferenza episcopale guarda a Roma con occhi critici. Si parte dal caso Williamson, di fatto bandito da tutte le chiese, per arrivare alle tematiche conciliari, in una sorta di revival del Vaticano II. Il vescovo di Rottenburg-Stoccarda: “L’unità della Chiesa è un bene prezioso, servirlo è compito prioritario del Papa e dei vescovi. Ma questa unità della Chiesa è incompatibile con un rifiuto dei principi basilari del Concilio, altrimenti sarà raggiunta al prezzo che molti fedeli, nel loro intimo o pubblicamente, ci volteranno le spalle. L’unità in una direzione non può condurre all’estraniazione dall’altra parte”. Il vescovo di Amburgo, monsignor Thyssen: “C’è chiaramente una perdita di fiducia nel Papa. La riconciliazione con un negazionista è sempre sbagliata”. Il teologo Hermann arriva a chiedere le dimissioni: “Se il Papa vuol fare il bene della Chiesa, deve lasciare le sue funzioni. Non sarebbe uno scandalo”. Il presidente del Bundestag, Norbert Lammer: “Certe dichiarazioni ed eventi mettono in pericolo proprio il dialogo con le organizzazioni ebraiche”. Il cardinale Karl Lehmann: “Il perdono ai lefebvriani per me è una catastrofe”. Sul conservatore “Bild” l’ex ministro degli Esteri, Dietrich Genscher: “I polacchi possono essere orgogliosi di Giovanni Paolo II, del suo contributo alla fede, al mondo, alla libertà. Ma comincio a dubitare che noi possiamo sentire orgoglio di avere un Papa tedesco, almeno questo Papa tedesco”.
Giudizi, anche pesanti, che tendono ad allargare i confini del dissenso fino ad un accenno di ripensamento sull’intero percorso post-conciliare. A guardar bene non si tratta soltanto di tappare i buchi vistosi aperti dall’affare Lefebvre. Per spostamenti progressivi e inizialmente impercettibili si è andata formando un’immagine di Ratzinger come Papa della conservazione se non addirittura della restaurazione. Le perplessità in questo senso si vanno estendendo. Roma osserva con occhi più attenti quanto sta evolvendo in Sud America, ad esempio. Il viaggio di Ratzinger in Brasile è stato, come si ricorderà, un autentico flop. Negli Usa di Bush trionfo conclamato di Ratzinger, ma i valori cosiddetti non negoziabili potrebbero non risultare il passepartout decisivo per l’America di Obama. Adesso il caso Lefebvre e la revoca della scomunica “rischia di appannare l’immagine della Chiesa cattolica e del Vaticano II”: lo scrive Famiglia Cristiana, proprio mentre la Cei tributa una “incondizionata adesione “ ai passi del Papa. Con l’avvertenza, dalla Cei, che i tradizionalisti accettino il Concilio “nella sua interezza”. Il che appare, adesso, abbastanza improbabile. Cenni di dubbi emergono un po’ ovunque. Come se, ci si passi la brutalità del linguaggio politico, la maggioranza del Conclave del 2005 si stesse sfaldando, alla ricerca di quello che poteva essere e non è stato, dopo un Pontificato del calibro di quello di Wojtyla. A guardar bene le vistose riserve espresse in seno all’episcopato tedesco assomigliano molto ad uno scontro tra maggioranza conservatrice e quanto resta di pur speranzosi progressisti.
Escluse facili previsioni, il segretario di Stato, cardinale Bertone, invita alla calma e ad evitare cantonate ulteriori. Nessuna “visione catastrofica” degli eventi, nessuna confusione tra perdono papale e bestemmie alla Williamson. Non sarà facile rimettere le cose a posto. Il cardinale Kasper, dai microfoni della Radio Vaticana, ha parlato di “incomprensioni ed errori di gestione nella Curia”, oltre che di “mancanza di comunicazione nel Vaticano”. Come autocritica non è male ma non basterà. Qualcuno pagherà, forse Castrillón, forse Re. O qualche personaggio minore. Aggiustamenti tecnici come pura illusione. E’ questione di linea, come si diceva una volta.
Dopo la Merkel anche il ministro degli Esteri di Israele aveva chiesto alla Santa Sede di “rinnegare decisamente tutti i negazionisti dell’Olocausto, ovunque siano, e in particolare il vescovo Williamson”. In tal senso Israele si attende “più esplicite e inequivocabili decisioni e affermazioni su questo caso”. E’ a questo punto che la Segreteria di Stato vaticana ha emesso una nota ufficiale in cui si afferma: 1- il vescovo Williamson deve sconfessare pienamente e totalmente le tesi negazioniste o resterà fuori dalla Chiesa cattolica; 2- Al “momento della remissione della scomunica” Benedetto XVI non era a conoscenza delle gravi affermazioni del Williamson. I toni sono da ultimatum, resta tuttavia un ampio margine di non chiarezza. Cancellata la scomunica, i lefebvriani stanno ancora trattando con la Curia romana le condizioni pratiche per il rientro. Il loro status è una sorta di limbo diplomatico che aggiunge nuove difficoltà. Intanto il fratello del Papa, monsignor Georg Ratzinger, polemizza con il cancelliere Merkel: avrebbe ceduto a non meglio specificate pressioni, in sostanza “vittima della disinformazione”. In Vaticano, su questi temi, l’allarme non è affatto cessato.
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