Rubriche

Blog

Il PuntoRassegnadosFuori classeRoba da mattiSull'asfaltoCinePressaRendiamoci ContoRadio cracNote a margineChe senso che faUomini e CittàA tutta rete

Multimedia

Speciali



Carte Vaticane

Vaticano, la tempesta continua

   Print  

La revoca della scomunica ai lefebvriani si sta rivelando un disastro. Il Papa si inchina alla shoah ma non cancella le diffidenze del mondo ebraico. E si ritrova sotto gli attacchi dei preti di Lefebvre. In Curia c’è maretta

di Frank Barretti

La cancellazione della scomunica a Lefebvre e discendenti si sta rivelando come operazione in pura perdita e dagli effetti collaterali sempre più spesso fuori controllo. Filtrano, dalla Curia vaticana, perplessità e qualche discretissimo mugugno. A cose fatte, ma tutt’altro che superate, si riflette sui tempi e sui modi di un atto di governo sicuramente voluto dal Papa in nome del suo “ecumenismo paziente” e tuttavia mal condotto. Fino a provocare un ritorno di immagine assai negativo per Ratzinger e per la Chiesa tutta. Dall’esterno c’è perfino chi sospetta una manovra spiegata per nuocere al prestigio papale. Sembra francamente improbabile. Di sicuro tra i collaboratori di Benedetto XVI c’è chi non ha valutato appieno le conseguenze di un gesto comunque qualificante, sia dal punto della linea politica del Pontificato sia dei rapporti religiosi e politici della Santa Sede. E’ stata una settimana di colpi e contraccolpi assai stressante, una tempesta non ancora placata che, al momento, vede il Papa mal protetto ed esposto alle critiche di più parti.

1) - L’operazione Lefebvre – per comodità chiamiamola così - poggia su un presupposto rivelatosi poco consistente. Benedetto XVI aveva chiesto “vera fedeltà e vero riconoscimento dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II”. E in questo senso si era parlato di un atto di sottomissione formale, avvenuto a metà dicembre, su cui basare i futuri colloqui e la sistemazione di tutte le questioni pendenti ai fini del pieno rientro nella Chiesa. Ebbene, nell’ambito stesso del governo della comunità lefebvriana, vi è stato chi ha inteso precisare: sottomissione sì, ma fino al pontificato pacelliano, cioè alla Chiesa della tradizione “che per noi è naturale”, e nessun riconoscimento di un Concilio che “non ha alcuna rilevanza dogmatica”. Paradossalmente ma non tanto, Ratzinger si ritrova oggi sotto le accuse di alcuni dei preti di Lefebvre, qui in Italia. Pierfederico Petrucci, priore della comunità tradizionalista di Rimini: “Siamo rimasti scandalizzati dalla preghiera di Benedetto XVI nella Moschea Blu di Istanbul, e comunque manteniamo le nostre posizioni critiche sul Concilio”. Arriva di peggio dal capo dei lefebvriani del Nord Est. Don Floriano Abrahamowicz, noto come il cappellano della Lega, si accoda alle tesi negazioniste del vescovo Williamson, arricchendole con una punta di aberrante cinismo: “Le camere a gas? Sono state usate per disinfettare, è l’unica cosa certa, non so dire se abbiano fatto morti. Sei milioni di ebrei? E’ un’esagerazione, si è sparata una cifra e gli israeliani non possono mica dirmi che il genocidio subìto dai nazisti è meno grave di quello di Gaza”. Due anni fa don Abramowicz ebbe a benedire il Parlamento padano a Vicenza e a celebrare la Messa in latino davanti a Bossi, Borghezio e Bricolo. Dei leghisti dice che è “gente sana, che può fare solo bene alla Chiesa”. Il popolo leghista come terreno di coltura per la comunità lefebvriana? In parte è già nei fatti. E questo alimenta i dubbi di quanti non vedono di buon occhio il reintegro della Fraternità Pio X. Comunque si accende il gioco delle repliche. Inaccettabile, dice il “priore” italiano, don Davide Pagliarani. Fino al prossimo incidente.

2) - Notizie per Ratzinger dalla Germania. E non sono buone notizie. I vescovi tedeschi non sono d’accordo con il Papa tedesco. Non casi isolati, ma l’intera conferenza episcopale si dichiara insoddisfatta delle cose dette e fatte da Benedetto XVI. Neppure della riaffermazione della condanna senza se e senza ma di ogni forma di negazionismo sulla immane tragedia che fu la shoah. Il presidente dei vescovi, monsignor Robert Zollitsch, definisce “fatto infelice” l’assenza di un riferimento diretto e di una esplicita condanna delle dichiarazioni del vescovo lefebvriano Williamson, “perché è innegabile, lo dico da cattolico e da tedesco, che l’Olocausto ci fu, che nei campi di sterminio la gente fu uccisa perché ebrea.” Del resto “nella Chiesa non c’è e non deve esserci spazio per il negazionismo, siamo per il dialogo con gli ebrei e ci impegneremo con ogni nostra forza per questi scopi”. Che suona come un monito per una parte delle direttive papali evidentemente non condivise. Qualche prelato passa ad atti concreti. Come il vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Mueller, che ha interdetto Williamson da tutte le chiese della Diocesi perché “inumano”. Non sono giorni tranquilli. La comunità ebraica di Germania ha annunciato che sospenderà i rapporti con la Chiesa cattolica. In un documento di esponenti cattolici si accusa il Vaticano di volere a ogni costo la riconciliazione con i tradizionalisti mentre non muove un passo per rimuovere scomuniche e condanne nei confronti della teologia riformatrice.

Una situazione in movimento che non può escludere altri colpi di scena. In riferimento, soprattutto, ai rapporti con l’ebraismo. Il Rabbinato d’Israele in un primo tempo annuncia l’annullamento dell’incontro ebraico-cattolico in calendario per i primi di marzo; poi analizza le parole di Ratzinger e decide che “la visita di Benedetto XVI in maggio è molto importante per noi, è un viaggio che aspettiamo”. Dove si riconosce il marchio della ragion di stato israeliana. Ma anche qui non tutto è scontato. Il rabbino David Rosen, presidente del comitato per il dialogo della Chiesa, considera la situazione “tuttora ambigua” e chiede al Papa la condanna con nome e cognome del negazionismo alla Williamson. Possibilista l’ambasciatore presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, convinto poter superare gli equivoci. E’ un gioco di aperture e chiusure tipico di una situazione non ancora chiarita, aperta a tutti i risultati.

3) - Gli accadimenti di questi giorni e di queste ore sono stati rubricati, dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone, come “fatto anomalo, improvviso e inaspettato”. Sarà sicuramente vero, ma la percezione esterna che se ne ha, batte piuttosto sul termine “inaspettato”, rafforzato semmai da “cattiva preparazione”. E’ un tema aperto in seno alla Curia e difficilmente eludibile. Con quali conseguenze interne si vedrà. Il gestore primo dell’operazione-Lefebvre è stato indicato nella persona del cardinale Darìo Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, negoziatore materiale con il vertice della Fraternità San Pio X, porporato di lungo corso, che un suo autorevole collega definisce bonariamente un poco… Un poco cosa? A questo punto si apre una sorta di microfono segreto, scena dei fatti piazza San Pietro, domenica 25 gennaio, pomeriggio, pullman in partenza per la Basilica di San Paolo, cerimonia per l’anniversario della conversione dell’apostolo delle genti. Una voce risentita, un’esclamazione si alza dai sedili della prima fila: “Quel Pasticciòn!” E’ Giovanni Battista Re, vagamente scocciato nel proporre l’assonanza Castrillón-Pasticcion, una carineria e quel tanto di humour che in Curia non manca mai.

“Anche a me non ha dato che qualche ora di tempo per porre la controfirma necessaria. Tutto perché tra poco compie 80 anni e se ne va in pensione. Se non si chiudeva subito il dossier, non sarebbe toccato a lui…”. Giovanni Battista Re non è un cardinale di fila, è il ministro di Sua Santità che governa i vescovi del mondo. Collaboratore irrinunciabile per Wojtyla, è noto per efficienza e discrezione. Tuttavia qui si parla del decreto che toglie la scomunica a Lefebvre, non di una pratica di giornata. “Quel testo faceva acqua da tutte le parti! D’altro canto l’ha scritto Francesco Coccopalmerio (presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi –ndr) che già bisticcia di suo con la lingua italiana… Insomma, se si fosse aspettato un mesetto e magari dato la notizia quando si era messo a punto anche il nuovo stato giuridico dei lefebvriani, sarebbe stata tutt’altra cosa e non ci si sarebbe esposti a questa gaffe!” Voce dalle ultime file: Ma Castrillón non sapeva di Williamson e dell’intervista in TV? “Sapeva ma probabilmente non ha detto nulla al Papa e ha certo sottovalutato le conseguenze.” Poi i media hanno fatto il resto. “Bisognava metterlo in conto. Non ci fosse stata questa terribile e immotivata fretta di Castrillón, evitabile, evitabilissima”. Microfono segreto scollegato.

Castrillón Hoyos conferma e non conferma. Di Williamson sapeva e non sapeva. Questione di tempi. Stava andando tutto bene. Certo rimanevano alcune difficoltà. “Si tratta di discutere alcuni aspetti come l’ecumenismo, la libertà di coscienza..” Cioè di tutto. Un azzardo? Non era solo il cardinale Pasticcion ad avere fretta. Forse…



Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS carte vaticane

30/01/2009 16:43

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


  • dalla home page

  • correlati

  • tags

Il freddo inverno di Ratzinger

Il papa riabilita i lefebvriani, dando un nuovo colpo al Concilio. Tra i “perdonati” un vescovo negazionista, per il quale la shoah non esiste. Riesplode lo scontro con il mondo ebraico. Ma anche i cattolici sono sconcertati: avanza la restaurazione