
Carte Vaticane
Il freddo inverno di Ratzinger
Il papa riabilita i lefebvriani, dando un nuovo colpo al Concilio. Tra i “perdonati” un vescovo negazionista, per il quale la shoah non esiste. Riesplode lo scontro con il mondo ebraico. Ma anche i cattolici sono sconcertati: avanza la restaurazione
di Frank Barretti
Lefebvre è morto da tempo ma adesso può tranquillamente resuscitare. Sorride dall’aldilà colui che fu il più accanito oppositore del Concilio Vaticano II, dapprima sprofondato negli Inferi degli scismatici e adesso riaccolto nei cieli di una Chiesa tridentina impossibile, più simulata che reale, comunque irrimediabilmente fuori dalla storia di oggi. I suoi adepti della Fraternità San Pio X troveranno, forse, qualche inciampo residuo, qualche nuova prova di buona volontà da superare, ma alla fine, se ne dicono certi, rientreranno nella gloria della “piena comunione”. Secondo i dettami dell’ecumenismo paziente di Joseph Ratzinger, il quale, sostengono i bene informati, visse traumaticamente nel 1988 la decisione di Giovanni Paolo II di porre fine agli indugi e di comminare a Lefebvre e al suo movimento tradizionalista la scomunica “latae sententiae”. Di più, avrebbe esercitato, allora alla guida dell’ex Sant’Uffizio, pressioni su Wojtyla affinché soprassedesse a un provvedimento destinato a provocare “turbamenti eccessivi” nel corpo grande della Chiesa. Con la rimozione della scomunica viene cancellato un altro tratto significativo del Pontificato polacco. La mite, inflessibile perseveranza del Papa regnante raggiunge e supera, uno dopo l’altro, tutti i suoi obiettivi. Bagnasco lo difende e spiega una rete di protezione. Hans Kung, il teologo ribelle per antonomasia, propone una sua sentenza: Benedetto cammina all’indietro, vive nel suo mondo, si è allontanato dagli uomini.
Il grande ri-abbraccio ha avuto un preliminare il 15 dicembre con una generica dichiarazione di fedeltà alla Chiesa di Roma cui si sono sottoposti, idealmente, molti e di fatto le gerarchie della comunità, a cominciare dal successore di Lefebvre e attuale superiore della Fraternità San Pio X, lo svizzero Bernard Fellay, residente nella cittadina elvetica di Econe. Passaggio tenuto in ombra in attesa della disposizione ufficiale. Secondo le rilevazioni del Vaticano il movimento lefebvriano può contare su seicentomila “anime”, guidate da 450 sacerdoti (quaranta i seminaristi) e quattro vescovi consacrati direttamente da Lefebvre “in modo illecito perché privi dell’autorizzazione papale”. Fu questo l’elemento decisivo che portò alla scomunica. Una violazione tecnica delle regole di governo, in sostanza una questione di puro potere, che insorgeva al culmine di una “eresia” che andava conquistando troppi proseliti.
Difficile stabilire quale sia, oggi, il grado di pentimento dei reprobi. Sicuramente non pentito è monsignor Richard Williamson, sessantottenne presule londinese, ex anglicano, direttore di un seminario tradizionalista in Argentina, noto, più che per attitudine alla santità, per il viscerale antisemitismo. Assieme ai peggiori fondamentalisti islamici, Williamson è uso sostenere, e propagandare, la tesi secondo la quale “neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas, sono tutte menzogne, gli ebrei hanno fabbricato l’Olocausto”.
La reazione del mondo ebraico è stata durissima e immediata, mettendo in allarme la stessa diplomazia vaticana. Il rabbino David Rosen, che è presidente del Comitato ebraico per i rapporti interreligiosi, chiama in causa direttamente Ratzinger: “La scelta del papa contamina la Chiesa e il Vaticano, minaccia così il futuro della storica riconciliazione con il popolo ebraico. Nell’accogliere un negazionista chiaramente antisemita nella Chiesa cattolica senza alcuna ritrattazione da parte sua, il Vaticano si è fatto beffa del ripudio e della condanna commovente e impressionante dell’antisemitismo fatti da Giovanni Paolo II”. Stessa durezza in una nota dello Yad Vashem, il museo della Shoah di Gerusalemme. Il livello dello scontro è tale che il ministero degli Esteri israeliano si affretta a segnalare la “nessuna incidenza nell’ambito dei rapporti tra Stati” e la possibilità che il progettato viaggio di Benedetto XVI in Israele per il prossimo maggio si svolga normalmente (perplessità rimangono, semmai, da parte vaticana). In ambito nazionale, il rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti, allarga la zona del dissenso alla sostanza teologica e sostiene che, a questo punto, “il dialogo è inutile perché in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana. In quest’ottica l’interruzione della collaborazione tra ebraismo italiano e Chiesa è la logica conseguenza del pensiero ecclesiastico espresso dalla sua somma autorità”. E’ così che si va verso “la cancellazione degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa”.
Ma è tutto un susseguirsi di spiegazioni, di prese d’atto con riserva, di scelte di intervento “convenienti”. Per don Baget Bozzo “decisione giusta per ricomporre lo scisma”. Il prof. Riccardi, uno dei fondatori della Comunità di Sant’Egidio, vede una “grande opera di Benedetto XVI” perché “tornare all’unità aiuta anche a combattere il negazionismo”, e invita a evitare polveroni antipapali. Il teologo Vito Mancuso: “Incompetenti i consiglieri del papa. Delle due l’una: o sono degli sprovveduti che procedono con clamorose gaffe. Oppure c’è un disegno preciso: vogliono arrivare consapevolmente, passo dopo passo, alla restaurazione”. Lo scrittore Vittorio Messori: “Agli ebrei dico, lasciateci lavorare”, andrà bene anche per voi. “I lefebvriani sono un fenomeno tutto francese. Dietro c’è anche la legislazione religiosa di Pétain, che è il loro punto di riferimento”. Che è invito, sicuramente non voluto, a un pericoloso sillogismo: Lefebvre fascista o para fascista come, in misura lontanissima, i suoi salvatori? Poi spiega: ”E’ una visione delle cose, quella lefebvriana, una Weltanschauung, che poco ha a che vedere con quella cattolica”. Ma allora, se è così, è meglio lasciarli cuocere nel loro brodo, i lefebvriani, a scanso di non desiderate contaminazioni.
C’è una testimonianza singolare: “La faccia dei lefebvriani, nella nostra storia, è stata quella dei picchiatori che bruciavano la porta della parrocchia della Natività e hanno sfasciato la testa di don Vittorino. Che hanno fatto irruzione per menarmi mentre dicevo Messa. Che urlavano ‘Concilio bastardo’ e davano del ‘Papa bastardo’ a Paolo VI”. Chi parla è un prete, anzi un ex prete che tutti chiamano ancora don Gianni, Gianni Gennari. Ha attraversato molte stagioni e molte vite. E’ stato con i cattocomunisti di Rodano, ne ha benedette le idee; poi queste idee le ha, per così dire, un po’ allargate; è stato insegnante; ha impugnato la penna puntuta del polemista sull’Avvenire di Camillo Ruini, rubrica “Lupus in pagina”, firma Rosso Malpelo; oggi collaboratore molto apprezzato delle trasmissioni religiose di Radio Rai. Un poco barcollanti le idee di una volta, i bei tempi dell’avvenire, quello con la A minuscola. Ma il ricordo c’è. Ha vissuto e amato. Si è sposato quando per un prete era scandalo (e lo è ancora). Poi chiese e ottenne la riduzione allo stato laicale, insomma si spretò, grazie ai buoni uffici di un Ratzinger comprensivo e ancora cardinale. Oggi dice: “Io a Ratzinger voglio un bene dell’anima. Ma questo schiaffo al Concilio no, non doveva farmelo. Sono arrabbiato e addolorato”. E chiude: “Io, se fossi il Papa, a quel Williamson…adesso gli ordinerei di andare ad Auschwitz, magari accompagnato dalle Guardie Svizzere, e di inginocchiarsi come ha fatto lui e chiedere perdono. E così allo Yad Vashen. E al Muro del Pianto”. I preti spretati qualche volta la dicono giusta.
Il grande ri-abbraccio ha avuto un preliminare il 15 dicembre con una generica dichiarazione di fedeltà alla Chiesa di Roma cui si sono sottoposti, idealmente, molti e di fatto le gerarchie della comunità, a cominciare dal successore di Lefebvre e attuale superiore della Fraternità San Pio X, lo svizzero Bernard Fellay, residente nella cittadina elvetica di Econe. Passaggio tenuto in ombra in attesa della disposizione ufficiale. Secondo le rilevazioni del Vaticano il movimento lefebvriano può contare su seicentomila “anime”, guidate da 450 sacerdoti (quaranta i seminaristi) e quattro vescovi consacrati direttamente da Lefebvre “in modo illecito perché privi dell’autorizzazione papale”. Fu questo l’elemento decisivo che portò alla scomunica. Una violazione tecnica delle regole di governo, in sostanza una questione di puro potere, che insorgeva al culmine di una “eresia” che andava conquistando troppi proseliti.
Difficile stabilire quale sia, oggi, il grado di pentimento dei reprobi. Sicuramente non pentito è monsignor Richard Williamson, sessantottenne presule londinese, ex anglicano, direttore di un seminario tradizionalista in Argentina, noto, più che per attitudine alla santità, per il viscerale antisemitismo. Assieme ai peggiori fondamentalisti islamici, Williamson è uso sostenere, e propagandare, la tesi secondo la quale “neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas, sono tutte menzogne, gli ebrei hanno fabbricato l’Olocausto”.
Ma è tutto un susseguirsi di spiegazioni, di prese d’atto con riserva, di scelte di intervento “convenienti”. Per don Baget Bozzo “decisione giusta per ricomporre lo scisma”. Il prof. Riccardi, uno dei fondatori della Comunità di Sant’Egidio, vede una “grande opera di Benedetto XVI” perché “tornare all’unità aiuta anche a combattere il negazionismo”, e invita a evitare polveroni antipapali. Il teologo Vito Mancuso: “Incompetenti i consiglieri del papa. Delle due l’una: o sono degli sprovveduti che procedono con clamorose gaffe. Oppure c’è un disegno preciso: vogliono arrivare consapevolmente, passo dopo passo, alla restaurazione”. Lo scrittore Vittorio Messori: “Agli ebrei dico, lasciateci lavorare”, andrà bene anche per voi. “I lefebvriani sono un fenomeno tutto francese. Dietro c’è anche la legislazione religiosa di Pétain, che è il loro punto di riferimento”. Che è invito, sicuramente non voluto, a un pericoloso sillogismo: Lefebvre fascista o para fascista come, in misura lontanissima, i suoi salvatori? Poi spiega: ”E’ una visione delle cose, quella lefebvriana, una Weltanschauung, che poco ha a che vedere con quella cattolica”. Ma allora, se è così, è meglio lasciarli cuocere nel loro brodo, i lefebvriani, a scanso di non desiderate contaminazioni.
C’è una testimonianza singolare: “La faccia dei lefebvriani, nella nostra storia, è stata quella dei picchiatori che bruciavano la porta della parrocchia della Natività e hanno sfasciato la testa di don Vittorino. Che hanno fatto irruzione per menarmi mentre dicevo Messa. Che urlavano ‘Concilio bastardo’ e davano del ‘Papa bastardo’ a Paolo VI”. Chi parla è un prete, anzi un ex prete che tutti chiamano ancora don Gianni, Gianni Gennari. Ha attraversato molte stagioni e molte vite. E’ stato con i cattocomunisti di Rodano, ne ha benedette le idee; poi queste idee le ha, per così dire, un po’ allargate; è stato insegnante; ha impugnato la penna puntuta del polemista sull’Avvenire di Camillo Ruini, rubrica “Lupus in pagina”, firma Rosso Malpelo; oggi collaboratore molto apprezzato delle trasmissioni religiose di Radio Rai. Un poco barcollanti le idee di una volta, i bei tempi dell’avvenire, quello con la A minuscola. Ma il ricordo c’è. Ha vissuto e amato. Si è sposato quando per un prete era scandalo (e lo è ancora). Poi chiese e ottenne la riduzione allo stato laicale, insomma si spretò, grazie ai buoni uffici di un Ratzinger comprensivo e ancora cardinale. Oggi dice: “Io a Ratzinger voglio un bene dell’anima. Ma questo schiaffo al Concilio no, non doveva farmelo. Sono arrabbiato e addolorato”. E chiude: “Io, se fossi il Papa, a quel Williamson…adesso gli ordinerei di andare ad Auschwitz, magari accompagnato dalle Guardie Svizzere, e di inginocchiarsi come ha fatto lui e chiedere perdono. E così allo Yad Vashen. E al Muro del Pianto”. I preti spretati qualche volta la dicono giusta.
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27/01/2009 13:41
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