
Carte Vaticane
Gli immigrati e la Chiesa 'invadente'
Le Cei stronca la tassa voluta da Maroni. Ha ragione, ma c'è chi parla di ingerenza sistematica e di convenienza dei partiti. La Chiesa ha comunque ragione sul piano civile o solo quando ci conviene? Cosa succede se Oltretevere rifiuta la legge italiana
di Frank Barretti
Questa volta spazio zero per interpretazioni o smentite. Freddo, anzi acceso e diretto, l’attacco della Chiesa alla già malfamata “tassa di soggiorno” per gli immigrati voluta dal ministro Maroni e dalla Lega compatta (non pochi i “distinguo” in seno al Popolo della Libertà, ivi compresi i dubbi di Berlusconi, nel complesso tutto è ancora aperto). Che l’opposizione facesse, almeno, l’opposizione era dato per scontato. E così è stato. Per convinzione propria, ma senza rinunciare alla sponda di Oltretevere. Come quasi sempre accade di questi tempi, niente è mai totalmente limpido e una volta per sempre. E c’è chi pone la domanda: la Chiesa ha comunque ragione sul piano civile o solo quando ci conviene?
Dunque la Chiesa alza un muro contro le scivolate razziste dei “padani”. La tassa-Maroni (chiamiamola così) “è balzello inaccettabile che rivela una aberrante criminalizzazione del fenomeno migratorio”. Lo afferma il prete Gianromano Gnesotto, direttore dell’ufficio per la Pastorale degli immigrati esteri in Italia e dei profughi della fondazione Migrantes, che è parte integrante della Conferenza Episcopale Italiana. Voce ufficiale di un organismo ufficiale, dopo le preoccupazioni più volte manifestate, in corso d’opera, dall’Avvenire giornale della Cei. Spiega don Gnesotto: “Fantasie di questo genere penalizzano ulteriormente gli stranieri che, con impegno e con notevoli sforzi, cercano di integrarsi. E’ un passo indietro, mentre servono politiche di integrazione fatte con mentalità aperta e intelligenza”. Quanto all’idea di “obbligare i medici a denunciare i clandestini” – anche questo fa parte delle proposte-Maroni – don Gnesotto ricorda che “gli immigrati occupano posti di lavoro di fatto lasciati scoperti dagli italiani, i quali, nonostante la crisi economica, non riescono da soli a rispondere alla domanda di badanti o di manodopera in luoghi disagiati”. Il quadro delle sanzioni finanziarie e penali per i clandestini si completa poi nel voto a Palazzo Madama che rende reato, appunto, l’immigrazione clandestina. A sua volta, Famiglia Cristiana ricorre al sarcasmo: “Se gli immigrati vogliono un’altra possibilità la cerchino altrove. Chissà cosa ci riserverà in futuro la fantasia padana?”.
Le reazioni
Maroni si dice sorpreso e “non toccato dalle polemiche” perché in linea con “quanto hanno fatto da tempo i Paesi europei”. Il quotidiano della Lega si mostra infastidito e fa capire che potrebbe includere il Vaticano nella lista delle proteste da affidare ai ringhiosi sindaci del Nord. Roma, in fondo, è anche Chiesa. Si vedrà. Pure Berlusconi è, per altri versi, sotto tiro. E il buon Fini, che ha subito preso le parti degli immigrati. Lo spiega il ministro La Russa: “Rischiamo di ricacciare nell’illegalità tanti immigrati. L’opposto di ciò che vogliamo”. Eppoi il plauso variegato dell’opposizione: Anna Finocchiaro per il PD (“Che cosa farà il presidente del Consiglio Berlusconi dopo le parole della Cei?”), Paolo Ferrero (“Non saprei trovare argomenti migliori”), Verdi, Italia dei Valori, sindacati. “Ma il problema è un altro”, come si dice nei talk show quando il dibattito si complica e si fa confuso. Il laico-laico, e forse anticlericale, Piergiorgio Odifreddi (intervista al Corriere della Sera), vuole apparire più che mai lucido ed estraneo al gioco delle parti: “Intervenendo su tutto è chiaro che il Vaticano scatena il balletto dei favorevoli e dei contrari. Ma indipendentemente dal fatto che quello che dice, com’è successo stavolta, piaccia al centrosinistra oppure no, resta la questione fondamentale: l’interventismo della Chiesa”. E si richiama al Concordato, che “c’è, esiste, agisce: lo Stato in cambio degli svariati miliardi di euro all’anno che dà al Vaticano, avrebbe preteso la non ingerenza nella politica italiana”. Conclusione un filino irriverente: “Non è così e i vescovi ne approfittano: vogliono il calice pieno e la perpetua ubriaca”.
Concordato violato o comunque forzato?
Il tema, in chiave affermativa, era stato riproposto a fine anno da Marco Pannella subito dopo l’annuncio da parte della Santa Sede di non voler più recepire in modo automatico le leggi italiane (come appunto conveniva il Concordato del 1929). Per due motivi: il primo, il caos delle norme vigenti nel nostro Paese; il secondo, l’incongruenza o il contrasto di alcune di esse con i principi irrinunciabili della Chiesa. Questione delicatissima, persasi quasi subito negli spumantini del Capodanno, ma pronta a riemergere ad ogni occasione. Per il leader radicale non c’è ombra di dubbio, violazione c’è e c’è stata, pare non escluderne affatto altre e cerca di coinvolgere il Capo dello Stato il quale, se non informato ufficialmente, avrebbe dovuto “rispondere allo Stato del Vaticano, come imporrebbe la Costituzione”. Un tentativo di incendio da controllare subito. E infatti la replica, affidata al presidente del Tribunale del Vaticano, Giuseppe della Torre, sostiene che “essendo la Città del Vaticano uno Stato indipendente e sovrano, può modificare tutte le sue leggi come vuole… ogni Stato vuole cautelare il proprio ordinamento giuridico dalla intromissione di valori che siano incompatibili con i principi dell’ordinamento giuridico stesso”. Ineccepibile ma non esaustivo. Osserva un analista del livello di Sergio Romano che, con questa decisione la Santa Sede “ha dato un buon contributo alla separazione fra lo Stato e la Chiesa”. Per Sergio Romano adesso “il Tevere è più largo” ma lo Stato “legifera per tutti, non soltanto per i cattolici di stretta osservanza, e nei prossimi anni i nostri governi, comunque composti, dovranno prendere decisioni che non piaceranno alla Santa Sede”.
Non è affatto sicuro che tutto andrà via così liscio. La Chiesa è e sarà sempre al di qua del fiume, parte cospicua della tradizione e della cultura, ben decisa e ben attrezzata a combattere la sua battaglia. Più realistica la lettura di quanti vedono, nella mossa del Vaticano, una sorta di ammonimento se non di aperta diffida. Indirizzata a trecentosessanta gradi. I rapporti con la Lega non sono buoni. Le iniziative anti-crisi dell’arcivescovo di Milano, cardinale Tettamanzi, non sono gradite dal governo per motivi di concorrenza. Il ministro Brunetta si è beccato i suoi bravi rimproveri per aver beccato, a sua volta, Tettamanzi. I ciellini, e i porporati che li appoggiano, accusano il PdL di “laicismo e vetero statalismo”. Qualche dubbio complessivo sul centro-destra nonostante i finanziamenti per le scuole cattoliche. Sinistra e laici classificati avversari classici nel campo della bioetica. Il PD, mai stato apertamente “promosso”, sconta tutti i suoi conflitti interni anche in termini di valutazione. Ecco allora che gli analisti più smaliziati colgono nelle mosse del Papa e del suo governo, più che un avvertimento una pressione esplicita. Il messaggio è chiaro: se appena vi azzardate a sfiorare l’Arca dei nostri valori, la condanna scatterà automatica e le vostre leggi respinte. Si torna sempre lì: quanto solido è, oggi, il filo della laicità dello Stato? Davvero Montecitorio e Palazzo Madama si chiederanno al momento del voto: ma Benedetto che ne penserà?
Dunque la Chiesa alza un muro contro le scivolate razziste dei “padani”. La tassa-Maroni (chiamiamola così) “è balzello inaccettabile che rivela una aberrante criminalizzazione del fenomeno migratorio”. Lo afferma il prete Gianromano Gnesotto, direttore dell’ufficio per la Pastorale degli immigrati esteri in Italia e dei profughi della fondazione Migrantes, che è parte integrante della Conferenza Episcopale Italiana. Voce ufficiale di un organismo ufficiale, dopo le preoccupazioni più volte manifestate, in corso d’opera, dall’Avvenire giornale della Cei. Spiega don Gnesotto: “Fantasie di questo genere penalizzano ulteriormente gli stranieri che, con impegno e con notevoli sforzi, cercano di integrarsi. E’ un passo indietro, mentre servono politiche di integrazione fatte con mentalità aperta e intelligenza”. Quanto all’idea di “obbligare i medici a denunciare i clandestini” – anche questo fa parte delle proposte-Maroni – don Gnesotto ricorda che “gli immigrati occupano posti di lavoro di fatto lasciati scoperti dagli italiani, i quali, nonostante la crisi economica, non riescono da soli a rispondere alla domanda di badanti o di manodopera in luoghi disagiati”. Il quadro delle sanzioni finanziarie e penali per i clandestini si completa poi nel voto a Palazzo Madama che rende reato, appunto, l’immigrazione clandestina. A sua volta, Famiglia Cristiana ricorre al sarcasmo: “Se gli immigrati vogliono un’altra possibilità la cerchino altrove. Chissà cosa ci riserverà in futuro la fantasia padana?”.
Le reazioni
Maroni si dice sorpreso e “non toccato dalle polemiche” perché in linea con “quanto hanno fatto da tempo i Paesi europei”. Il quotidiano della Lega si mostra infastidito e fa capire che potrebbe includere il Vaticano nella lista delle proteste da affidare ai ringhiosi sindaci del Nord. Roma, in fondo, è anche Chiesa. Si vedrà. Pure Berlusconi è, per altri versi, sotto tiro. E il buon Fini, che ha subito preso le parti degli immigrati. Lo spiega il ministro La Russa: “Rischiamo di ricacciare nell’illegalità tanti immigrati. L’opposto di ciò che vogliamo”. Eppoi il plauso variegato dell’opposizione: Anna Finocchiaro per il PD (“Che cosa farà il presidente del Consiglio Berlusconi dopo le parole della Cei?”), Paolo Ferrero (“Non saprei trovare argomenti migliori”), Verdi, Italia dei Valori, sindacati. “Ma il problema è un altro”, come si dice nei talk show quando il dibattito si complica e si fa confuso. Il laico-laico, e forse anticlericale, Piergiorgio Odifreddi (intervista al Corriere della Sera), vuole apparire più che mai lucido ed estraneo al gioco delle parti: “Intervenendo su tutto è chiaro che il Vaticano scatena il balletto dei favorevoli e dei contrari. Ma indipendentemente dal fatto che quello che dice, com’è successo stavolta, piaccia al centrosinistra oppure no, resta la questione fondamentale: l’interventismo della Chiesa”. E si richiama al Concordato, che “c’è, esiste, agisce: lo Stato in cambio degli svariati miliardi di euro all’anno che dà al Vaticano, avrebbe preteso la non ingerenza nella politica italiana”. Conclusione un filino irriverente: “Non è così e i vescovi ne approfittano: vogliono il calice pieno e la perpetua ubriaca”.
Il tema, in chiave affermativa, era stato riproposto a fine anno da Marco Pannella subito dopo l’annuncio da parte della Santa Sede di non voler più recepire in modo automatico le leggi italiane (come appunto conveniva il Concordato del 1929). Per due motivi: il primo, il caos delle norme vigenti nel nostro Paese; il secondo, l’incongruenza o il contrasto di alcune di esse con i principi irrinunciabili della Chiesa. Questione delicatissima, persasi quasi subito negli spumantini del Capodanno, ma pronta a riemergere ad ogni occasione. Per il leader radicale non c’è ombra di dubbio, violazione c’è e c’è stata, pare non escluderne affatto altre e cerca di coinvolgere il Capo dello Stato il quale, se non informato ufficialmente, avrebbe dovuto “rispondere allo Stato del Vaticano, come imporrebbe la Costituzione”. Un tentativo di incendio da controllare subito. E infatti la replica, affidata al presidente del Tribunale del Vaticano, Giuseppe della Torre, sostiene che “essendo la Città del Vaticano uno Stato indipendente e sovrano, può modificare tutte le sue leggi come vuole… ogni Stato vuole cautelare il proprio ordinamento giuridico dalla intromissione di valori che siano incompatibili con i principi dell’ordinamento giuridico stesso”. Ineccepibile ma non esaustivo. Osserva un analista del livello di Sergio Romano che, con questa decisione la Santa Sede “ha dato un buon contributo alla separazione fra lo Stato e la Chiesa”. Per Sergio Romano adesso “il Tevere è più largo” ma lo Stato “legifera per tutti, non soltanto per i cattolici di stretta osservanza, e nei prossimi anni i nostri governi, comunque composti, dovranno prendere decisioni che non piaceranno alla Santa Sede”.
Non è affatto sicuro che tutto andrà via così liscio. La Chiesa è e sarà sempre al di qua del fiume, parte cospicua della tradizione e della cultura, ben decisa e ben attrezzata a combattere la sua battaglia. Più realistica la lettura di quanti vedono, nella mossa del Vaticano, una sorta di ammonimento se non di aperta diffida. Indirizzata a trecentosessanta gradi. I rapporti con la Lega non sono buoni. Le iniziative anti-crisi dell’arcivescovo di Milano, cardinale Tettamanzi, non sono gradite dal governo per motivi di concorrenza. Il ministro Brunetta si è beccato i suoi bravi rimproveri per aver beccato, a sua volta, Tettamanzi. I ciellini, e i porporati che li appoggiano, accusano il PdL di “laicismo e vetero statalismo”. Qualche dubbio complessivo sul centro-destra nonostante i finanziamenti per le scuole cattoliche. Sinistra e laici classificati avversari classici nel campo della bioetica. Il PD, mai stato apertamente “promosso”, sconta tutti i suoi conflitti interni anche in termini di valutazione. Ecco allora che gli analisti più smaliziati colgono nelle mosse del Papa e del suo governo, più che un avvertimento una pressione esplicita. Il messaggio è chiaro: se appena vi azzardate a sfiorare l’Arca dei nostri valori, la condanna scatterà automatica e le vostre leggi respinte. Si torna sempre lì: quanto solido è, oggi, il filo della laicità dello Stato? Davvero Montecitorio e Palazzo Madama si chiederanno al momento del voto: ma Benedetto che ne penserà?
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15/01/2009 18:11













