Dal conflitto in MO pericolosa frattura anche in chiave religiosa. 'Gaza è ridotta a un lager'. 'Parlate come Hamas'. La Curia divisa? La prudenza dell'Avvenire. Il segretario di Stato Bertone benedice l'iniziativa diplomatica della Ue
di Frank Barretti
Tutto sembra esplodere attorno alla parola “lager”. “Gaza assomiglia sempre più a un grande campo di concentramento”. Un lager appunto. L’affermazione è del cardinale Renato Martino e, a prima vista, può essere scambiata per una forzatura polemica, un incidente tecnico. Ma non è così. Martino è quello che, in linguaggio politico, si direbbe ministro per la giustizia e la pace della Santa Sede. E’ stato rappresentante del Vaticano all’Onu, ha una vasta esperienza di problemi internazionali, particolarmente sensibile alle questioni sociali e dei diritti umani. Non una battuta infelice, la sua, ma una convinzione sostanziata da espressioni come “entrambi colpevoli i contendenti”, “israeliani e palestinesi figli della stessa terra, bisogna separarli, come si farebbe con due fratelli…Se non riescono a mettersi d’accordo, allora qualcun altro deve sentire il dovere di farlo. Il mondo non può stare a guardare senza far nulla”. Ma è la parola “lager” che fa scattare la reazione di Tel Aviv, durissima, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri: “Fare affermazioni che sembrano provenire direttamente dalla propaganda di Hamas e ignorare gli impronunciabili crimini commessi da quest’ultimo, che con la violenza ha fatto deragliare il processo di pace e ha trasformato la Striscia di Gaza in un gigantesco scudo umano per un gruppo terroristico integralista, non aiuta la gente ad avvicinarsi alla verità e alla pace”. Questa l’essenza per la parte documentale. In potenza il nocciolo di nuove polemiche, nuovi scontri in chiave non solo politica ma religiosa. Con riflessi inevitabili sulla politica italiana.
Dunque non c’era niente di rituale nelle parole di angoscia pronunciate più volte da Benedetto XVI durante le recenti festività. Non era e non è routine, il richiamo alla pacificazione che il capo della cattolicità ha rivolto al mondo per la nascita di Cristo. Non quest’anno. Manca a Ratzinger lo slancio, la veemenza che in Wojtyla scaturiva per via diretta dalle aree di crisi. Si pensi ai Balcani o a Bagdad, ai tempi di reazione brevissimi prima che le situazioni precipitassero. Tuttavia l’allarme lanciato dal Papa tedesco appare come il frutto di un’analisi profonda, giustamente preoccupata, forse venata da una punta di pessimismo. Doppio allarme. Per gli sviluppi immediati dei fatti bellici. Per l’assenza di futuro che essi determinerebbero con l’ampliarsi del conflitto. Il solco di odio che attraversa la terra dei tre monoteismi non accenna a ridursi, anzi sembra espandersi in forme più crude ad altre aree, ad altri continenti. L’evidenza è che “l’odio e il rifiuto del dialogo non portano che alla guerra”. E dunque occorre “incoraggiare le iniziative e gli sforzi di quanti, avendo a cuore la pace, stanno cercando di aiutare israeliani e palestinesi ad accettare di sedersi attorno a un tavolo e parlare”. Obiettivo immediato, il ripristino della tregua. Lo ha ribadito Benedetto XVI all’incontro annuale con il corpo diplomatico. L’Onu? L’Europa? Il segretario di Stato cardinale Bertone benedice, ma senza strafare, l’iniziativa dell’UE che “è missione difficilissima, però delle chances ci sono, speriamo che porti frutti concreti”. Più disposto ad azioni più riconoscibili per la Chiesa, e forse meno paziente, si mostra l’arcivescovo di Milano, cardinale Tettamanzi: “Pregare bisogna pregare ma anche favorire l’apertura di canali di dialogo”. E’ oggi la Chiesa in grado di farlo, per la parte che ad essa può competere e con i mezzi di cui dispone?
La risposta è: Roma deve affrontare le sue difficoltà che affondano nella stessa area degli scontri, nella consapevolezza di non poter sbagliare neppure una mossa. La diplomazia vaticana sta attraversando una fase non particolarmente brillante. Era appena uscita da un confronto dialettico con Israele su un punto che Gerusalemme considera conflittuale: l’annunciata beatificazione di Pio XII osteggiata sotto l’accusa al Papa romano di non essersi opposto alla shoah. Con molta pazienza si era riusciti a circoscrivere la tensione e porre mano al progetto di un viaggio di Ratzinger in Israele e in territorio palestinese nel prossimo mese di maggio, progetto prontamente accantonato al primo esplodere degli scontri dopo la rottura della tregua da parte di Hamas. Si ponevano, allora, evidenti questioni di sicurezza. Oggi c’è ben altro. C’è da risalire un’intera collina di ostacoli e malintesi politici. Nonostante tutto, in Vaticano, c’è chi coltiva discretamente il sogno di una presenza, comunque, del Papa in Terra Santa, se la situazione evolvesse all’improvviso in senso positivo. In tal caso Ratzinger potrebbe rendersi protagonista di un gesto di incoraggiamento al ritrovato dialogo. Un gesto per così dire wojtyliano, cui il papa, anche per motivi caratteriali, non si disporrebbe a cuor leggero. Se un dato è acquisito, in questo scorcio di pontificato, è quello della prudenza e della non spettacolarità, soprattutto quando sono in gioco i tratti essenziali della Chiesa. Allo stato, il sogno è destinato a rimanere tale. Di concreto c’è ben altro da fare e non è affatto piacevole. Per ora la Chiesa si limita a incoraggiare il negoziato tra israeliani e palestinesi. E deve guardare al suo interno.
Colpisce il rilievo dato dall’Avvenire al, diciamo così, “caso Martino”. Rilievo marginale, minimizzante, quasi infastidito. Segnale di disapprovazione. Il giornale dei vescovi è tuttora gestito da uno staff di nomina ruiniana. E Ruini non ha mai amato Martino, men che meno la sua linea politica ritenuta poco atlantica e insufficientemente filo-israeliana. Anni fa un noto vaticanista, assiduo frequentatore dell’allora capo della Cei, si produsse su un noto settimanale in una campagna di pesante irrisione (con rimbalzi sul Foglio di Ferrara) nei confronti del porporato oggi alla guida di un importante dicastero vaticano. L’episodio si segnala come sintomo di un amalgama tuttora non scontato sulle strategie politiche per il Medio Oriente. Stando ad alcune indiscrezioni un certo confronto di posizioni sarebbe tuttora in atto.
E sotto osservazione è finito anche l’arcivescovo di Milano, cardinale Tettamanzi per aver taciuto sullo spettacolare, troppo spettacolare anche se improvvisato, meeting islamico di preghiera in piazza del Duomo, prima del quale alcune bandiere di Israele erano state date alle fiamme. Lo stesso cardinale Martino si era detto “turbato” da quella preghiera “dopo tanto odio”. I giornali della famiglia Berlusconi, La Padania di Bossi e frange di AN avevano ripetutamente attaccato l’arcivescovo “per il suo ostinato silenzio”. Il caso per il momento si chiude su due elementi: la comunità islamica porgerà le sue scuse personalmente a Tettamanzi; la Curia milanese fa sapere in via ufficiale che bruciare una bandiera è da essa considerato “fatto deplorevole”, che “la preghiera autentica non può mai essere usata ‘contro’ qualcuno”, che “la preghiera è un diritto inalienabile di ogni uomo, di qualsiasi religione”, anche in Lombardia. Ma al ministro La Russa non basta e chiede una “Messa riparatrice”. Questo a Milano. A Roma la Comunità ebraica convoca per sabato 11 una manifestazione “per Israele”. Non tutti sono graditi e men che meno quanti non escludono trattative con Hamas (leggi D’Alema). Ma non suonerà bene neppure per Sua Eminenza Renato Martino, ministro di Santa Romana Chiesa. Lontani e sbiaditi i tempi di Wojtyla in Sinagoga.
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