Per trovare un impiego bisogna smuovere talmente tanto le acque che diventano putride. Un quadro già abbastanza deprimente, che con la crisi si è pure aggravato. L'offerta si è ristretta ed è diventata una merce di scambio ancora più rara
Ritrovarsi disoccupati in tempo di crisi ormai è quasi un classico. E pensare che si è fatto di tutto: compreso, anzi soprattutto, imparare che nel lavoro vale di più far finta di essere stupidi che impegnarsi perché l’omologazione del dipendente è la prima esigenza del datore di lavoro. Ma non è bastato. Stop, fuori, via! La crisi non ti riconosce niente, neppure gli sforzi innaturali. Neanche i tentativi, talvolta patetici, per adattarti a un mondo del lavoro ormai degenerato.
Insomma il lavoro può sparire da un momento all’altro, e, in tempo di recessione, è davvero difficile ritrovarlo. Al suo posto compaiono i lavoretti: collaborazioni, prestazioni al nero, partita Iva. Lavoretti perché precari e di magra retribuzione, ma che spesso come mole di impegno non sono per niente diversi dal lavoro subordinato classico. Persino i contratti di collaborazione, un tempo cococo, ora cocopro, sono diventati un miraggio. Ora, si viene pagati poco, male e senza contributi. Fare una famiglia, comprarsi una casa e avere un’esistenza anche solo paragonabile a quella dei genitori, ma anche dei fratelli maggiori, diventa un miraggio.
Perché non è vero che la precarietà offre opportunità: cambiare lavoro, ambiente, città. In Italia queste sono solo chiacchiere, quello che porta la precarietà è semplicemente solitudine e pochi soldi. Chi ancora un lavoro ce l’ha trema, perché nessuno è davvero al sicuro, e fatica ancora di più perché le aziende devono risparmiare e i ranghi si assottigliano. Chi è fuori dal sistema delle garanzie naviga a vista in un mare pieno di insidie. Infatti, industriali, e padroni in genere, colgono l’occasione per realizzare una completa ristrutturazione dei rapporti di lavoro. Questa volta non c’è neppure bisogno di una marcia dei quarantamila. Si procede senza clamore: in un pomeriggio d’estate, un governo davvero amico di Confindustria inserisce una piccola norma nella Finanziaria e la rivoluzione comincia: ai lavoratori precari è preclusa la possibilità di ottenere dal magistrato, in caso di rapporti irregolari, l´assunzione a tempo indeterminato.
Si dice che la legge serve a risanare un contenzioso delle poste italiane che costerebbe miliardi allo Stato. Ma poi viene estesa, senza clamori, erga omnes, con la famigerata “133”. Quella stessa legge che toglie i fondi alle scuole e che ha scatenato l’onda degli studenti, preoccupati per il loro presente e per il loro futuro. Quella norma funziona da tana libera tutti: ogni cosa è possibile, i rapporti di lavoro hanno smesso di essere quelli di un tempo, quelli per cui il movimento dei lavoratori lotta da duecento anni. Cambia il lavoro, e cambiano perfino i colloqui per trovarlo. In tempo di crisi, gli incontri tra chi cerca una collocazione e chi – in teoria – la offre sono paradossali: si parla di lavori che non ci sono, che forse ci saranno quando torneranno a girare un po’ di soldi, ma forse anche no.
E dall’altra parte che succede? Lo Stato che fa?
Le misure che il governo mette in cantiere hanno del ridicolo, nessuno ci crede, qualcuno di sente umiliato, la social card di Tremonti sa di squallida trovata pubblicità. In concreto garantirà, alle famiglie particolarmente indigenti, l’equivalente di un litro di latte al giorno, non proprio una svolta per il futuro. I single non vengono neppure presi in considerazione. Se sei solo, evidentemente, sei abituato a essere uno sfigato. Insomma, aiuti diretti, pochi. Per quelli indiretti, ovvero l’aiutino per chi conosce, per chi riesce ad arrivare a qualcuno che conta, a qualcosa portano, ma trovare il canale giusto è sempre più difficile. Nonostante la politica ormai esista quasi solo a questo scopo. Nonostante in Italia sia sempre stato così: il welfare di casa nostra non è mai stato universalistico, ma sempre particolaristico e clientelare: avevi qualcosa, se davi in cambio qualcosa, ovvero il voto. E ancora funziona così, solo che la politica decide sempre meno e deve chiedere aiuto all’imprenditore anche per poter piazzare il figlio di un amico di un amico in qualche posto di lavoro. Per trovare un impiego, oggi bisogna smuovere talmente tanto le acque che qualche volta diventano putride. Un quadro già abbastanza deprimente, ma che con la crisi si è pure aggravato. Infatti, l’offerta di lavoro si è ristretta ed è quindi diventata una merce di scambio ancora più rara. E se non si vuole finire a chiedere lavoro a Gomorra, cioè alle mafie di tutte le latitudini, è meglio ripassare le lingue straniere.
Infatti, trovare lavoro in Italia per via trasparenti è quasi impossibile, e i segnali che il mercato vinca e che il merito possa cominciare a valere qualcosa, sono praticamente inesistenti.
“Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero”, diceva Aristotele. Peccato che con i lavori di ora non ci si guadagna neppure quello, perché la preoccupazione è costante e nel tempo libero si pensa a come trovare il prossimo lavoretto.