Gli economisti più avveduti, anche quelli che avevano previsto la crisi, sembrano balbettare solo vecchie ricette. Più flessibilità del lavoro, meno costi, più innovazione. Il problema vero è che scarseggiano le idee. Serve una svolta
L’economista Nouriel Roubini è considerato ormai il guru della crisi per le sue analisi molto pessimistiche elaborate in tempi non sospetti. Era considerato, fino a pochi mesi fa, una specie di antipatica Cassandra, un fastidioso porta sfiga, uno jettatore, se vogliamo riferirci al linguaggio del grande Totò. Insomma il sistema mediatico non smette di stupirci. L’uomo che veniva schivato (e schifato) da tutti sia in pubblico che in privato, ora viene intervistato continuamente dai media, vede aumentare vertiginosamente i contatti sulla sua personale newsletter da consulente, viene considerato insomma un’autorità. Il suo merito? Aveva semplicemente previsto una crisi che tutto il mondo finanziario e accademico ha smentito e cercato di non vedere fino all’ultimo momento. Roubini aveva parlato della bolla speculativa, aveva parlato del rischio grosso legato ai subprime e aveva criticato e messo in guardia dagli ormai famosi hedge funds. E aveva aggiunto – in più occasioni – che la finanza non può mangiarsi l’economia reale.
Ora che è ascoltato, l’economista Roubini consiglia all’Italia di reagire alla crisi aumentando la produttività, aumentando gli investimenti in innovazione e tecnologia, promuovendo la ricerca di base e applicata e infine aumentando ancora la flessibilità del lavoro. Anche dal guru della crisi, dunque, arrivano i soliti consigli, alcuni saggi, alcuni meno, alcuni perfino discutibili. Roubini esclude comunque che l’Italia possa fare la fine dell’Argentina. Esclude dalle sue previsioni nere per i prossimi anni un default del nostro Stato, una bancarotta, che altri invece paventano e comunque non escludono totalmente. Ma intervistato da un importante quotidiano nazionale, l’economista insiste soprattutto sul tema della flessibilità. Il lavoro – dice – deve essere ancora più flessibile, non importa se si rischia di scivolare nella precarietà. “Premesso – ha detto Roubini a
Repubblica – che io non sono un esperto di mercato del lavoro, posso solo dire che da sempre c’è una disputa fra gli economisti sul punto di equilbrio fra lavoro formale e lavoro precario. Il cosiddetto dual labor market è una realtà in molti paesi. Probabilmente in Italia è successo che gli eccessi di tutela e rigidità per la prima di queste due voci hanno portato le imprese a stringere troppo sulla seconda”. E la conseguenza, sempre secondo Roubini, è stata disastrosa: “Una certa mancanza di controlli – dice l’economista – ha poi fatto sì che da precari molti lavoratori siano diventati shadow, cioè siano entrati nel lavoro nero”.
Siamo quindi a un punto morto. A quanto pare serve davvero una svolta teorica e politica. Gli economisti più avveduti, anche quelli che avevano previsto la crisi e la conseguente valanga che si abbatte su tutti i sistemi economici, sembrano balbettare solo vecchie ricette. Più flessibilità del lavoro, meno costi, più innovazione. Il problema vero è che scarseggiano le idee sul tipo di innovazione. Invece di valorizzare il lavoro che è stato mortificato in questi anni, invece di sostenere le piccole imprese innovative che devono combattere da sole sui mercati, invece di innovare davvero la macchina burocratica, si preferisce tornare a parlare di abbassamento dei costi, di tagli, di restringimento dello spazio della ricerca pubblica.
Perfino il ministro Brunetta, che dal
Financial Times è stato definito “un rivoluzionario”, non osa ancora mettere le mani sul problema dei problemi della pubblica amministrazione: quello dei dirigenti. Si parte – tanto per cambiare dal basso – dai tornelli. Dai “fannulloni” e non si dice nulla sul sistema di governo della pubblica amministrazione e sul grado di effettiva responsabilità dei dirigenti. Si tratta di un atteggiamento speculare a quello che si pratica nel privato.
E’ di oggi (23 dicembre) la notizia della corsa ai “recuperi” delle stock option dei manager. Secondo
Fortune, il 90% degli amministratori delegati ha in mano opzioni che al momento non hanno alcun valore. I crolli di Borsa hanno insomma bruciato anche le stock option, quel tipo di incentivi che erano stati inventati per “fidelizzare” i manager, permettendo loro di aquistare azioni a prezzi più bassi per poter trarre poi i massimi benefici dai rialzi di Borsa. Oggi – nel mondo, ma anche in Italia – le società quotate in Borsa preferiscono far scadere i piani assegnati in passato per sostituirli con incentivi di altra natura. In Italia – ci informa il
Sole 24 ore – i piani di stock option in scadenza nei prossimi due anni coinvolgono oltre la metà delle società del listino S&P/Mib e nella maggior parte dei casi il prezzo di esercizio è ben al di sotto i valori di Borsa”. Per questo anche da noi si stanno studiando alternative per rifidelizzare i manager. Anche su questo, dunque, siamo daccapo. Invece di riflettere sulle cause della crisi e di cercare un nuovo modo di fare impresa, invece di innovare sui prodotti, le ricette che si prospettano sono ancora quelle di risparmiare sul costo del lavoro e dare più soldi (anche in forme diverse dalle stock option bruciate dalla crisi) ai manager.
Sarà forse questa incapacità a dare risposte nuove, ad aprire squarci di speranza per il futuro la molla che spinge un ministro dell’economia sempre più nervoso a polemizzare con il governatore della Banca d’Italia? Sarà forse questa insufficienza teorica e politica a rendere sempre più suscettibili e permalosi ministri come Tremonti o come Brunetta che per la maggioranza che hanno a disposizione non dovrebbero temere di cadere come succedeva agli sfortunati ministri del centrosinistra? Non siamo psicologi. Né tantomeno psicologi dei politici e dei ministri (una nuova specializzazione accademica). Possiamo fare solo delle supposizioni per tentare di spiegarci figuracce come quella che ha fatto il superministro Tremonti nella sua uscita pubblica di Parigi durante la quale, davanti al consesso internazionale, per parlare della crisi non ha saputo fare di meglio che attaccare il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Evidentemente, il superministro teme la concorrenza. Anche perché tutti i suoi sforzi di predire la crisi con i suoi libri (la famosa trilogia), sono ora cancellati dalla nuova star Roubini. Tremonti avrà anche previsto qualcosa, ma sicuramente non sembra avere strumenti per reagire alla crisi e per preparare il futuro. Basta analizzare le sue manovre finanziarie. Invece di impostare politiche espansive, le uniche che servirebbero, in Italia si taglia, mentre ci consoliamo con la lotta ai fannulloni a suon di tornelli.