
Innovazione
Ict, senza investimenti sarà crisi doppia
A Roma nel settore lavorano 55 mila persone. Molte le aziende a rischio, e indispensabili i finanziamenti per le infrastrutture. Ma nessuno si fa illusioni. La partita principale ruota intorno a Telecom. E da lì non arrivano notizie incoraggianti
di Antonio Fico
Telefonia e informatica sono comparti pesanti all’interno dell’economia romana. Insieme i due settori contano 55mila addetti, pari a circa il 60% dell’aziende metalmeccaniche di Roma e provincia.
Un capitale umano ed economico, che appare traballante, e non solo a causa della crisi. Nei fatti, la mancata evoluzione della rete fissa – in Italia nelle mani di Telecom - verso una rete di nuova generazione, e la contrazione della spesa per l’informatizzazione della pubblica amministrazione, attorno a cui ruotano gran parte delle commesse, stanno mettendo in ginocchio un settore vitale per l’economia laziale.
Si discuterà di questo il prossimo 7 gennaio nel confronto tra Regione Lazio e sindacati, che saranno presenti non solo con le categorie ma anche a livello di confederazione, per rimarcare l’importanza della partita.
A pochi mesi dalla chiusura del centro di Ricerca e Sviluppo Marconi, ex Ericsson Lab Italy, centro d’ eccellenza attivo da più di vent'anni con circa trecento tra ricercatori e tecnici - brutto segnale per l’intero comparto - Fim, Fiom e Uilm hanno insistito per l’incontro con i vertici regionali: “Se nei prossimi mesi – dicono le tre categorie - continuerà lo stallo delle decisioni sugli investimenti sulla banda larga e sulla telefonia mobile e non ripartiranno i servizi e l'innovazione, ci troveremo di fronte ad una nuova crisi”.
Un confronto che si annuncia serrato, e in cui sindacati chiederanno alla Regione di prendere nella dovuta considerazione lo stato di salute del settore ma soprattutto di impegnarsi su qualche via d’uscita dalla crisi. A partire dalla ripresa dell’accordo di programma da 31 milioni di euro (23 dal governo, 8 dalla Regione) siglato nel febbraio scorso dall’allora ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e dal governatore Piero Marrazzo per portare i collegamenti in fibra ottica dall’attuale 58% dei comuni al 100%, in due anni. “Accordo di cui non si sa più nulla e che deve essere riavviato al più presto – sottolinea il segretario della Fiom Roma Sud, Roberta Turi. Che rilancia: “Occorre avviare una programmazione sulle infrastrutture di comunicazione di tutta la regione, con il coinvolgimento delle imprese e con l’individuazione delle risorse e degli strumenti necessari”.
Il sindacato chiederà anche risorse per il sostegno al distretto industriale aerospaziale, con cui l’Ict ha legami stretti, l’utilizzo dei contratti di programma, formazione per i dipendenti in mobilità e utilizzo dei contratti di solidarietà e mobilità volontaria. Strumenti indispensabili per sostenere la ristrutturazione delle imprese in difficoltà.
“L’interessamento di tutte le istituzioni locali, Regione, Provincia e Comune, è importante sia per le politiche di programmazione sia per il loro ruolo di committenti nell’infrastrutturazione degli uffici - dice ancora Turi -. Al Comune in particolare chiediamo di rilanciare l’Osservatorio sul lavoro nero, la crisi farà riemergere con forza questo problema”.
Basta dare uno sguardo al settore per rendersi conto che il rischio è fondato. La categoria più corposa è quella legata all’informatica che sviluppa soluzioni per gli operatori delle telecomunicazioni: 30mila addetti, includendo l’indotto. EDS, il Gruppo Engineering, Gfi Italia, Ibm, Almaviva e il Gruppo CM per citare solo alcune aziende. Gli investimenti che dovrebbero essere fatti nella banda larga avrebbero per queste aziende un impatto positivo notevolissimo in quanto rafforzerebbero il loro ruolo di partner per gli operatori di TLC, ma anche perché darebbero impulso all’e-government in cui molte di loro già operano.
Molte di queste imprese sono oggetto, o lo sono state di recente, di procedure di Cassa integrazione o di mobilità come Engineering IT, ex Atos Origin, Almaviva ed EDS, per citare solo le maggiori. A seguito del crollo dei prezzi delle consulenze negli ultimi anni in queste aziende si è sviluppato un forte ricorso al lavoro atipico che tocca, in alcune aziende, anche il 50% dell’organico. Tutto lavoro a rischio.
Accanto a queste ci sono le aziende che lavorano in appalto e subappalto per gli operatori di telecomunicazioni e che a Roma contano circa 4000 addetti. Tra queste l'azienda leader che impiega il maggior numero di addetti è la Sirti, a seguire ci sono la Sielte, la Site, la Ceit, la Mazzoni, la Telefonica, la Icott, la Siat Installazioni, la Sietel e altre aziende di minori dimensioni. L'area di attività in cui sostanzialmente operano è legata alla installazione e manutenzione degli apparati e delle reti fissa e mobile e agli impianti ferroviari: alcune negli anni hanno scelto di diversificarsi in altre attività, come la Sielte e la Site, altre sono rimaste sostanzialmente monocommittenti, come la Ceit, che continua a lavorare esclusivamente per Telecom. Con queste aziende lavorano in subappalto tante altre piccole aziende dove si nasconde spesso il lavoro nero e irregolare.
Quindi ci sono le imprese, tutte multinazionali, che forniscono agli operatori del settore soluzioni tecnologiche e apparati nell'ambito della telefonia fissa e mobile. Contano a Roma, incluso l’indotto, circa 3000 addetti: sono l’Alcatel Lucent, la Nokia Siemens, la Nortel Networks, la Italtel, la Siemens IT e l’italiana Eutelia. Infine imprese che svolgono attività di ricerca, sviluppo e consulenza nel settore dell'ICT. Molto qualificate ma poche, molto poche.
Ma nessuno si fa illusioni. Tutti sanno che la partita principale ruota intorno a quello che accadrà in Telecom, vero asse portante del comparto romano. E da lì arrivano notizie poco incoraggianti. La prima riguarda il taglio di altri 4mila posti di lavoro (dopo i 5mila esuberi di settembre) e la sforbiciata da due miliardi di euro agli investimenti, a cui corrisponderà, a cascata, una nuova riduzione di commesse per tutto l’indotto. La seconda sembrerebbe toccare il problema cruciale degli ultimi anni: l’apertura della rete all’apporto di altri gestori di telefonia. Ma l’accordo con l’Autorità delle Comunicazioni non convince: è ben lontano dallo scorporo della rete e non garantisce l’innovazione necessaria a dare la stura per lo sviluppo delle imprese del settore. Tanto più che occorrono dagli otto ai quindici miliardi per ammodernare la rete, soldi che Telecom (ancora la sola proprietaria dell’infrastruttura) non ha. E intanto incassa la maggiorazione del canone.
Un capitale umano ed economico, che appare traballante, e non solo a causa della crisi. Nei fatti, la mancata evoluzione della rete fissa – in Italia nelle mani di Telecom - verso una rete di nuova generazione, e la contrazione della spesa per l’informatizzazione della pubblica amministrazione, attorno a cui ruotano gran parte delle commesse, stanno mettendo in ginocchio un settore vitale per l’economia laziale.
Si discuterà di questo il prossimo 7 gennaio nel confronto tra Regione Lazio e sindacati, che saranno presenti non solo con le categorie ma anche a livello di confederazione, per rimarcare l’importanza della partita.
A pochi mesi dalla chiusura del centro di Ricerca e Sviluppo Marconi, ex Ericsson Lab Italy, centro d’ eccellenza attivo da più di vent'anni con circa trecento tra ricercatori e tecnici - brutto segnale per l’intero comparto - Fim, Fiom e Uilm hanno insistito per l’incontro con i vertici regionali: “Se nei prossimi mesi – dicono le tre categorie - continuerà lo stallo delle decisioni sugli investimenti sulla banda larga e sulla telefonia mobile e non ripartiranno i servizi e l'innovazione, ci troveremo di fronte ad una nuova crisi”.
Un confronto che si annuncia serrato, e in cui sindacati chiederanno alla Regione di prendere nella dovuta considerazione lo stato di salute del settore ma soprattutto di impegnarsi su qualche via d’uscita dalla crisi. A partire dalla ripresa dell’accordo di programma da 31 milioni di euro (23 dal governo, 8 dalla Regione) siglato nel febbraio scorso dall’allora ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e dal governatore Piero Marrazzo per portare i collegamenti in fibra ottica dall’attuale 58% dei comuni al 100%, in due anni. “Accordo di cui non si sa più nulla e che deve essere riavviato al più presto – sottolinea il segretario della Fiom Roma Sud, Roberta Turi. Che rilancia: “Occorre avviare una programmazione sulle infrastrutture di comunicazione di tutta la regione, con il coinvolgimento delle imprese e con l’individuazione delle risorse e degli strumenti necessari”.
Il sindacato chiederà anche risorse per il sostegno al distretto industriale aerospaziale, con cui l’Ict ha legami stretti, l’utilizzo dei contratti di programma, formazione per i dipendenti in mobilità e utilizzo dei contratti di solidarietà e mobilità volontaria. Strumenti indispensabili per sostenere la ristrutturazione delle imprese in difficoltà.
Basta dare uno sguardo al settore per rendersi conto che il rischio è fondato. La categoria più corposa è quella legata all’informatica che sviluppa soluzioni per gli operatori delle telecomunicazioni: 30mila addetti, includendo l’indotto. EDS, il Gruppo Engineering, Gfi Italia, Ibm, Almaviva e il Gruppo CM per citare solo alcune aziende. Gli investimenti che dovrebbero essere fatti nella banda larga avrebbero per queste aziende un impatto positivo notevolissimo in quanto rafforzerebbero il loro ruolo di partner per gli operatori di TLC, ma anche perché darebbero impulso all’e-government in cui molte di loro già operano.
Molte di queste imprese sono oggetto, o lo sono state di recente, di procedure di Cassa integrazione o di mobilità come Engineering IT, ex Atos Origin, Almaviva ed EDS, per citare solo le maggiori. A seguito del crollo dei prezzi delle consulenze negli ultimi anni in queste aziende si è sviluppato un forte ricorso al lavoro atipico che tocca, in alcune aziende, anche il 50% dell’organico. Tutto lavoro a rischio.
Accanto a queste ci sono le aziende che lavorano in appalto e subappalto per gli operatori di telecomunicazioni e che a Roma contano circa 4000 addetti. Tra queste l'azienda leader che impiega il maggior numero di addetti è la Sirti, a seguire ci sono la Sielte, la Site, la Ceit, la Mazzoni, la Telefonica, la Icott, la Siat Installazioni, la Sietel e altre aziende di minori dimensioni. L'area di attività in cui sostanzialmente operano è legata alla installazione e manutenzione degli apparati e delle reti fissa e mobile e agli impianti ferroviari: alcune negli anni hanno scelto di diversificarsi in altre attività, come la Sielte e la Site, altre sono rimaste sostanzialmente monocommittenti, come la Ceit, che continua a lavorare esclusivamente per Telecom. Con queste aziende lavorano in subappalto tante altre piccole aziende dove si nasconde spesso il lavoro nero e irregolare.
Quindi ci sono le imprese, tutte multinazionali, che forniscono agli operatori del settore soluzioni tecnologiche e apparati nell'ambito della telefonia fissa e mobile. Contano a Roma, incluso l’indotto, circa 3000 addetti: sono l’Alcatel Lucent, la Nokia Siemens, la Nortel Networks, la Italtel, la Siemens IT e l’italiana Eutelia. Infine imprese che svolgono attività di ricerca, sviluppo e consulenza nel settore dell'ICT. Molto qualificate ma poche, molto poche.
Ma nessuno si fa illusioni. Tutti sanno che la partita principale ruota intorno a quello che accadrà in Telecom, vero asse portante del comparto romano. E da lì arrivano notizie poco incoraggianti. La prima riguarda il taglio di altri 4mila posti di lavoro (dopo i 5mila esuberi di settembre) e la sforbiciata da due miliardi di euro agli investimenti, a cui corrisponderà, a cascata, una nuova riduzione di commesse per tutto l’indotto. La seconda sembrerebbe toccare il problema cruciale degli ultimi anni: l’apertura della rete all’apporto di altri gestori di telefonia. Ma l’accordo con l’Autorità delle Comunicazioni non convince: è ben lontano dallo scorporo della rete e non garantisce l’innovazione necessaria a dare la stura per lo sviluppo delle imprese del settore. Tanto più che occorrono dagli otto ai quindici miliardi per ammodernare la rete, soldi che Telecom (ancora la sola proprietaria dell’infrastruttura) non ha. E intanto incassa la maggiorazione del canone.
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TAGS ict crisi economica
05/01/2009 00:15














