Piazza San Pietro come orologio della storia che tutto scandisce: da Galilei (riabilitazione soft) alle leggi della morale e della politica. Resta la reticenza sulla revisione del caso Galilei. Nel '90 fu lo stesso Ratzinger a definire 'equo' il processo
di Frank Barretti
Non avrà la voce possente di un Wojtyla, né i gesti suasivi o prorompenti del Grande Polacco. Tuttavia il teologo, lo studioso e raffinato intellettuale Joseph Ratzinger, è ben in grado di proporre sue “letture”, sue immagini ricche di indubbio fascino. Ecco la più recente: “Forse non tutti sanno che Piazza San Pietro è anche una meridiana: il grande obelisco getta la sua ombra lungo una linea che corre sul selciato verso la fontana sotto questa finestra, e in questi giorni l’ombra è la più lunga dell’anno. Questo ci ricorda la funzione dell’astronomia nello scandire i tempi della preghiera”. (Angelus dallo studio papale, domenica 21 dicembre).
I tempi della preghiera, certo. Ma non solo quelli. In ogni caso, spiega Ratzinger, “la meridiana serviva proprio per conoscere il ‘mezzogiorno vero’” e su di essa “si regolavano gli orologi”.
Un’immagine, quasi una metafora. Un velo di nostalgia, forse, in una stagione in cui appare problematico, se non impossibile, “regolare” qualsiasi orologio. Le parole di Benedetto XVI cadono all’ingresso del solstizio d’inverno, tempo speciale per la Chiesa che prelude al Natale, e occasione propizia per tornare sul caso-Galilei a pochi giorni di distanza dall’apertura dell’anno mondiale dell’astronomia, il 2009, nel quarto centenario delle prime osservazioni al telescopio del grande pisano. Oggi è il Papa romano ad ammettere che “Galilei e gli altri scienziati ci hanno insegnato le leggi della natura e l’opera di Dio”. Più in esteso: “Se i cieli narrano la gloria di Dio, anche le leggi della natura, che nel corso dei secoli tanti uomini e donne di scienza ci hanno fatto capire sempre meglio, sono un grande stimolo a contemplare con gratitudine le opere del Signore”.
Resiste un filo di reticenza attorno alle vicende che hanno portato Galileo a essere nuovamente “figlio legittimo” della Chiesa cattolica. Nessun cenno al faticoso processo di revisione, nessun riferimento a Giovanni Paolo II che quel processo volle fortissimamente, anche a scapito di qualche malessere che investì qualche tradizionalista scoperto all’interno stesso della Curia. Ratzinger fu tra questi, come vuole una certa vulgata? La riabilitazione di Galilei avvenne formalmente il 31 ottobre del 1992 con una solenne cerimonia presieduta da papa Wojtyla, presenti i membri della Pontificia Accademia delle Scienze. Accadeva 359 anni, 4 mesi e 9 giorni dalla “condanna al silenzio” comminata allo scienziato pisano dal Sant’Uffizio: era il 22 giugno 1633. La storia è arcinota. Su Galilei si abbattè l’accusa di aver aderito alle tesi copernicane secondo cui è la Terra, assieme agli altri pianeti, a girare attorno al sole. Le autorità ecclesiastiche erano di parere opposto e non intendevano indietreggiare di un passo. Non fu una disputa scientifica ma una brutta questione di potere. Il nuovo spaventava e in quanto tale doveva essere cacciato indietro. A ogni costo. Fino ad umiliare il genio dell’uomo Galileo nella storica “abiura” davanti al tribunale del Vaticano. E’ difficile chiederlo a un papa dei nostri giorni, pronunciare la parola giusta per definire il quadro storico dentro il quale la vicenda nacque e si sviluppò. Ma quella parola è una e una sola, anzi due: oscurantismo e ingiustizia.
La revisione del caso-Galilei fa parte di un capitolo controverso, quello delle scuse dovute e offerte dalla Chiesa per le sue malefatte storiche. Si tratta di fatti, personaggi, avvenimenti accertati, non di supposizioni o campagne laicistiche e anticlericali. Fu Karol Wojtyla ad aprirlo, quel capitolo, con non poche difficoltà e nella diffidenza di parte della Curia e del collegio cardinalizio. Perdonismo? Eccessivo, troppo slancio, infine inopportuno e controproducente. Capitolo chiuso, anzi dimenticato. Eppure indispensabile e utile se lo stesso Benedetto può oggi parlare di Galileo nei termini in cui lo ha fatto. Emerge tuttavia la domanda: da che parte stava l’allora cardinale Ratzinger, titolare del dicastero dell’ex Sant’Uffizio, accanto al “revisionista” Wojtyla o nella schiera dei suoi detrattori interni?
La risposta è stata duplice. Nel 1990 il cardinale Ratzinger definì “equo” il processo a Galileo. Lo hanno sostenuto i docenti dell’Università La Sapienza di Roma nell’opporsi alla presenza di Ratzinger all’inaugurazione dell’anno accademico.Una protesta aspra, in qualche momento sopra il rigo, anche se apriva un nuovo orizzonte: utile e ammissibile che un papa, o qualsiasi capo religioso, possa presiedere in posizione dominante ad un atto di governo della massima istituzione culturale per sua natura laicamente dialettica? La seconda risposta è quella fornita dal Vaticano: Ratzinger fu molto vicino a Wojtyla “nel processo che cancellò l’antica condanna ecclesiale”. Parole alle quali fece seguito la simbolica introduzione in Vaticano di una piccola statua di Galileo, posizionata nei giardini papali, presso la Casina di San Pio V, dietro al Cupolone. Caso chiuso, dunque. Ma non è detto. Avremo un anno intero, il prossimo, per discuterne.
Resta, al momento, la bella immagine suggerita da Benedetto XVI: piazza San Pietro come gigantesca Meridiana, con l’ombra dell’obelisco a scandire le ore della cronaca e della storia, proprio sotto le finestre del Papa. Tempi complessi, anche questi attuali, di flussi e riflussi di correnti culturali, in cui la Chiesa si conferma vocata ad una sua sempiterna ricerca di egemonia, di afflato morale e di traduzioni politiche. Ruolo indispensabile a patto di non imporre sincronismi impossibili. Neppure Ratzinger è il possessore esclusivo del “mezzogiorno vero”. Continueremo a sbirciare sulla Meridiana del Papa e a chiederci che ora è. Sperando di non uscirne delusi.