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Diritti umani e diritti divini

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Per i 60 anni della Carta, Ratzinger intende imporre all'Onu il confronto sul relativismo. Chi è il padrone della verità? Ma la risposta non sta nella guerra all'Illuminismo

di Frank Barretti

La Chiesa, o meglio chi la governa, non è mai banale. Può trovarsi al centro di polemiche anche aspre, osannata o addirittura odiata. Ma non gioca mai al ribasso. Può usare cortine di consumato diplomatismo ma alla fine giunge al cuore del problema. Sempre. Era chiaro che la diatriba sorta attorno al “no” alla depenalizzazione dei gay come portatori di reato e a quella, ancora più sgradevole, sui disabili, costituiva un terreno di contorno, consequenziale, pur con fondamentali richiami all’idea-madre. E non poteva finire lì. L’obiettivo conclusivo sta ben più in alto. A 60 anni dalla Carta delle Nazioni Unite, la Chiesa e il Papa tedesco che la guida, intendono rimettere in discussione e modificare nel profondo il complesso di regole morali e civili destinate a normalizzare, al meglio e in avanti, i rapporti tra gli Stati e ancor prima tra gli uomini, devastati dalla Seconda Guerra Mondiale. Non sempre è andata così. Il giudizio è complessivamente negativo, a tal punto che Benedetto XVI ritiene di poter lanciare all’Onu la sfida sui Diritti dell’Uomo. Afferma che rimangono una entità “fragile se non ultimamente fondati in Dio creatore”. Lo aveva già detto otto mesi fa a New York, alla presenza di Bush. Ma oggi è una frase guida che include tutti i corollari possibili e invita ad una precisa azione politica. Traguardo finale di un rapporto Chiesa-Onu mai tranquillo, che nel secolo scorso ha visto protagonisti i Papi della statura di Paolo VI e Karol Wojtyla. Adesso è il momento. Per fare cosa?

Accanto a Joseph Ratzinger, sono in campo il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il cardinale Renato Martino, che è il ministro di Giustizia e Pace della Santa Sede. Se il Papa propone “la legge naturale come guida universale sulla quale tutti possono intendersi” perché “è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli”, per Bertone “è sbagliato estendere la domanda di diritti in ogni direzione: invece di difendere la vita, la libertà religiosa e la famiglia si fa confusione seguendo rivendicazioni prive di fondamento”. Insomma, andiamoci piano con questi diritti e non ampliamo il campo della contesa che resta così fissato: legislazioni abortiste, campagne per la denatalità del Terzo Mondo, matrimoni gay, adozioni alle coppie omosessuali, cui aggiungere la tutela della famiglia, la sacralità della vita, libertà religiosa ed educativa.

Il pacchetto allargato dei valori non negoziabili portato non più a misurarsi con le varie realtà geopolitiche ma imposto in toto all’attenzione del massimo consesso mondiale, non più come oggetto sterile di un’accademia senza fine, pronto a entrare nella sfera delle decisioni politiche. Difficile riconoscere che la situazione sia già arrivata a questo punto. A Roma sono convinti di sì. Ancora Bertone: ”I diritti umani non vanno confusi con semplici e spesso limitati bisogni contingenti”. Che è come aspirare ad una sorta di scrematura preventiva, scelta di situazioni da classificare attraverso il confronto permanente con un presidio di valori immutabili. E l’Onu è fortemente sospettata di far parte di coloro che, tra istituzioni e autorità morali e civili, sono dediti al sostegno di “una visione individualistica su cui arbitrariamente costruire nuovi diritti non meglio precisati nel contenuto e nella logica giuridica”. Si annidano qui le responsabilità dell’ “abbandono dei cardini di ordine morale nei rapporti sociali”, il che porta inevitabilmente a considerare “i diritti umani come semplici contenitori che si riempiono e si svuotano secondo i momenti storici, culturali e politici”. La stessa libertà religiosa, secondo Bertone, va ripensata e rivitalizzata senza confonderla “con la sola libertà di culto o ridotta alla sfera privata e sostituita da un imprecisato ‘diritto alla tolleranza’”, perché la fede “è messa a rischio dalla tendenza che vuole escludere la religione dalla costruzione dell’ordine sociale”. La Chiesa, in quanto tale, vista e rispettata come vera componente sociale: lo aveva detto e predicato Karol Wojtyla. Ora si vorrebbe andare più in là.

Le parole più chiare spettano al cardinale Martino. Senza troppi giri, l’alto prelato afferma che “i diritti sono radicati in Dio, non nell’uomo o nello Stato”. Non c’è altra strada se non quella di andare a cercare sostegno in epoche pregresse, per scovare,lì, materia per i “dubbi analoghi espressi dai pontefici nel XIX secolo all’affermarsi di diritti nel solco della rivoluzione francese, ispirati dal liberalismo e dal laicismo”. Abbiamo capito. Il Diavolo si annida nei Lumi. E il manifesto dell’Antirelativismo è completo.

Il dibattito è comunque aperto. Non chiuso. Il caso vuole che, nello stendere queste note, esca sul Corriere della Sera uno scritto “illuminato” di Claudio Magris dove appunto di relativismo si discute. “Relativismo, una maschera del nulla” recita il titolo e la tesi è che “filosofia e religione non possono rinunciare alla ricerca della verità: ma in democrazia nessuno può vantarsi di possederla”. Vi si può leggere dell’ “autentico illuminismo, fondatore della nostra civiltà inviso ai fondamentalisti clericali e anticlericali”; e del relativismo come “stimolo salutare all’interno della ricerca della verità, per impedire che essa si snaturi, com’è avvenuto e avviene spesso, nell’intollerante dogmatismo”. Geniale la citazione di Magris a proposito di una vecchia storia o, se volete, di una dotta favola. “La paura bussa alla porta. La fede va ad aprire. Fuori non c’è nessuno”.

Una volta, la Chiesa, uno strumento se lo era dato per scacciare la paura. Si chiamava Concilio. Una volta.



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TAGS diritti umani carte vaticane

12/12/2008 17:19

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