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Usa: 553.000 posti di lavoro bruciati

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Pillole dai media esteri. Gli States mai così male dal 1974. Francia: fabbriche ferme e piani di rilancio. Zimbabwe: continua la repressione. Cina, Stati Uniti, mondo: prima o poi scoppierà una guerra?

di Davide Orecchio e Martina Toti

Stati Uniti. Mai così male dal 1974
The New York Times

Cresce il tasso di disoccupazione e in un mese si perdono oltre mezzo milione di posti di lavoro. Sono i dati resi noti il 5 dicembre dal Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti. “Il declino – spiega il quotidiano New York Times –, che rappresenta la perdita mensile più ampia fin dal 1974, costituisce una prova evidente del fatto che la contrazione dell’economia ha subito un’accelerazione nel mese di novembre, un dato che promette di fare dell’attuale recessione, che dura ormai da 12 mesi, la più lunga fin dalla Grande Depressione.” Il record precedente è di 16 mesi.

Nel complesso da gennaio solo quasi 2 milioni gli americani che hanno perso il lavoro. Ma un elemento di novità è che tanti stanno uscendo dal mercato. Oltre 420mila persone, tra donne e uomini che avevano lavorato o cercato il lavoro nel mese di ottobre, sono uscite dalla forza lavoro a novembre. E’ presumibile che la maggior parte – spiega Louis Uchitelle dal New York Times – abbia rinunciato al lavoro, secondo quanto suggerisce il rapporto. Se così non fosse probabilmente il tasso di disoccupazione non si sarebbe fermato al 6,7% ma sarebbe stato più vicino al 7%.

A soffrire di più delle perdite è il settore dei servizi e, in particolare, quello delle vendite, del lavoro temporaneo, del commercio e del turismo.

Il rapporto del Bureau of Labor Statistics è arrivato, d’altro canto, in un momento in cui alcune notizie hanno reso chiara la caduta precipitosa dell’economia americana. Ad esempio, gli annunci di tagli di personale in aziende di ogni categoria industriale come la compagnia telefonica At&T, che promette 12mila esuberi, o l’azienda chimica Dupont, con 2500 esuberi, e il gruppo di comunicazione Viacom, con 850 esuberi.

Gli economisti – comunica il quotidiano newyorkese, stimano che il prodotto interno lordo si contrarrà a un tasso annuale del 4% o oltre nel quarto quadrimestre. Le previsioni per il 2009 sono ferme a -1,8%.

Le Big Three tornano a chiedere soldi al Congresso
Gli amministratori delegati delle tre grandi industrie automobilistiche, General Motors, Ford e Chrysler, si sono presentati per la seconda volta al Congresso, in questa occasione al Senato, per implorare l’erogazione di un finanziamento non inferiore ai 34 miliardi di dollari. Il Congresso – leggiamo dal sito di Usa Today - dovrebbe prendere una decisione la prossima settimana. General Motors chiede 18 miliardi, di cui 4 entro la fine dell’anno. Chrysler chiede 7 miliardi, mentre la Ford ha bisogno di una linea di credito da 9 miliardi. Il Congresso, a sua volta, chiederà alle case di Detroit di avviare piani di rinnovamento che giustifichino il sostegno pubblico. Gli amministratori delegati di Gm e Ford si sono già resi disponibili a lavorare per un salario simbolico di un dollaro l'anno, preannunciando lo smantellamento della flotta aerea delle compagnie. Ford si è anche impegnata, se otterrà il prestito, a tornare in pareggio entro il 2011. Le tre big sono d'accordo sul rilancio della produzione di auto ibride e veicoli verdi.


Francia. La crisi blocca sempre di più le fabbriche
Le Monde – FR
Il quotidiano francese Le Monde parla di una crisi eccezionale che colpisce gli altoforni, le catene di produzione che lavorano al rallenti e arriva fino ai trasporti stradali, giunti ormai a un punto morto. “E’ come se – spiega il giornale – l’economia francese fosse sempre meno vitale. (…) Qual è, però, l’ampiezza del fenomeno? Difficile a dirsi. La squadra della ministra dell’economia Christine Lagarde sostiene che non ci sono dei dati precisi sul numero delle aziende che mandano a casa i propri dipendenti per alcuni giorni e per qualche settimana.”

A essere più colpiti sono alcuni settori come la chimica, ma soprattutto – e questo la dice lunga sulle tendenze dell’economia globale – l’intera filiera dell’automobile. L’esempio che riporta Le Monde è quello della PSA–Peugeot-Citroen che “ha ridotto le proprie consegne perché spera di terminare le scorte prima di dover fabbricare veicoli che rischierebbero di restare invenduti.”

Come si risponde alla crisi e quali sono le conseguenze occupazionali? In Francia un sistema è quello della cosiddetta “modulazione d’orario”: le aziende propongono alla propria manodopera di prendere congedi o ferie compensativi durante i periodi in cui l’attività si interrompe. Secondo l’ufficio stampa Peugeot – spiega Le Monde – è grazie a questo sistema che i lavoratori del gruppo percepiscono un salario intero anche nelle giornate in cui non lavorano. Le ore perse verranno infatti recuperate aumentando l’orario di lavoro negli altri periodi. Ma cosa accade se i dipendenti non hanno ferie disponibili? O se non vogliono prenderle? In quel caso si ricorre alla cassa integrazione: come avviene nel gruppo siderurgico ArcelorMittal o in alcuni stabilimenti della Michelin o dell’azienda chimica Rhodia. Qui, i lavoratori percepiscono il 50% del loro salario orario lordo. Il sindacato, però, chiede maggiore responsabile. Alla Rhodia, ad esempio, la Confederation General du Travail domanda all’azienda di “farsi completamente carico delle perdite di salario.”

Il piano anticrisi di Sarkozy
Anche la Francia ha lanciato il suo piano anticrisi. 26 miliardi di euro, pari all'1,3% del prodotto interno lordo, per combattere la recessione, rilanciare i consumi e la produzione. Energia, trasporti ferroviari, poste, ricerca e difesa sono i settori chiave in cui finiranno le risorse del pacchetto di rilancio presentato il 4 dicembre dal presidente della repubblica francese, Nicolas Sarkozy. “La nostra risposta alla crisi sono gli investimenti”, ha detto Sarkozy, secondo quanto riporta un articolo pubblicato da Le Monde. E ha aggiunto: “Non intendiamo sacrificare il futuro al presente”. Al centro del piano francese ci sono le piccole e medie imprese, che a partire dal 2009 godranno di rimborsi fiscali e incentivi per un totale di 10 miliardi e mezzo di euro. Poi vengono le infrastrutture, i finanziamenti agli enti locali e alla ricerca – per un totale di 11 miliardi e mezzo di euro. Per ferrovie, settore energetico e poste sono previsti 4 miliardi di investimenti. Saranno stanziate anche misure a sostegno dell'industria dell'auto, con un incentivo di mille euro per chi rottama i vecchi veicoli. Il governo prevede che il pacchetto aumenterà la crescita francese dello 0,6% nel 2009. Il deficit – a causa delle risorse stanziate - crescerà dal 3,1 al 3,9%, con un aggravio di 20 miliardi di euro sul debito pubblico.

Zimbabwe, continua la repressione
Zimbabwe Indipendent News Agency – LabourStart.org

La scorsa settimana avevamo scritto dello Zimbabwe e della richiesta che arrivava dal leader sindacale Lovemore Matombo. Si chiedeva alle banche di permettere a chi avesse bisogno di soldi per cure mediche o cibo di attingere al proprio conto bancario senza considerare i limiti di spesa. La protesta era arrivata dopo l'esplosione del colera e mentre le Nazioni Unite avvertivano che oltre 5 milioni di persone nel paese sono a rischio malnutrizione.

Il limite per il prelievo di denaro bancario è fermo a 500mila dollari zimbabwani vale a dire 30 centesimi di dollaro, e il tasso di inflazione è il più alto del mondo, pari a 231milioni%. In queste condizioni, aveva spiegato Matombo: "Non c'è bisogno di chiedere permessi per utilizzare il proprio denaro. Ora, invece, i lavoratori devono chiedere l'elemosina per avere i propri soldi per comprare medicine, pagare gli affitti, mangiare."

Ma alle proteste del sindacato non poteva non seguire la repressione – immancabile – del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe. Mercoledì scorso la polizia ha arrestato una settantina di sindacalisti. Tra questi Wellington Chibebe, segretario generale dello Zimbabwe Congress of Trade Unions, rilasciato poco dopo.
A finire in carcere anche il vice segretario del sindacato degli insegnanti Japhet Moyo.Attaccati dalle forze armate anche i lavoratori che tentavano di marciare verso gli uffici della banca centrale ad Harare.

Cina, Stati Uniti, mondo: prima o poi scoppierà una guerra?
The Guardian
E’ quanto si chiede l’editorialista del Guardian, Timothy Garton Ash, che sintetizza i progressi dell’economia cinese mettendo in guardia, nello stesso tempo, dai punti deboli di Pechino: la mancanza di democrazia e legalità, che, in una situazione di crisi, potrebbe causare disastri ai quali nessuno al mondo resterebbe immune. Negli ultimi 30 anni – scrive Garton Ash – lo sviluppo economico della Cina è stato “meraviglioso”. La crescita annuale media è stata del 9% e, “se continua così, l’economia cinese entro il 2020 raggiungerà le dimensioni di quella degli Stati Uniti e dell’Unione europea”. Ma c’è, appunto, un se. Se infatti il processo di riforma economico, dopo 30 anni, è essenzialmente completato, diritto e democrazia restano indietro. Il sistema cinese è alle prese con tensioni crescenti – nota Garton Ash -, le proteste e le dimostrazioni pubbliche sono all’ordine del giorno, e molte sfociano in violenza. Ogni sistema politico deve passare il test dei “tempi duri”, e questo alla Cina non è ancora successo. Cos’accadrebbe in Cina se l’economia rallentasse o smettesse di crescere, se le proteste aumentassero? Secondo Garton Ash, molto probabilmente il gruppo dirigente post-comunista si convertirebbe al nazionalismo per mantenere saldo il potere, esattamente come è successo in molti paesi post-comunisti europei. Assisteremmo così alla nascita di un nazionalismo cinese aggressivo e pericoloso. Un’ipotesi niente affatto irrealistica, secondo Garton Ash, che cita un ex ammiraglio americano, William Fallon, secondo il quale al Pentagono in molti sono convinti che “prima o poi ci sarà una guerra con la Cina”.



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TAGS recessione scalo internazionale crisi economica

05/12/2008 18:51

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