Dai pionieri giunti prima della guerra agli Arbeitsmigranten. Dai ribelli della sinistra extraparlamentare ai postmoderni: diplomati, laureati e liberi professionisti. 10 mila italiani hanno scelto il multikulti
di Riccardo Valsecchi
Kreuzberg, Heinrichplatz. La parete beige dell’edificio all’angolo decorata con grafie in turco. Donne dai lunghi veli redarguiscono dai balconi chiassosi bimbi che si rincorrono urlando. Di fronte il Sushi Bar, più dietro il Kreuzburger: hamburger, Veganburger, con tofu e ingredienti vegani, Vegetarianburger, per vegetariani, Muslimburger, senza carne di maiale. A lato il mitico SO36, locale storico della scena underground, frequentato negli anni Settanta da David Bowie e Iggy Pop, oggi punto di ritrovo della comunità omosessuale. Prenzlauerberg, Mauerpark. Tra bancarelle di oggetti in rame, sgabelli girevoli, divani vintage, vinili consumati, libri ingialliti e vestiti DDR style, un crogiolo di toni e idiomi diversi: «Ciao come va?», «Todo bien», «Dankeschön», «How much is it?».
L’immigrazione a Berlino e la comunità italiana Sono le immagini di una città che più multiculturale di così, non si può. In realtà Berlino ha conosciuto solo recentemente il grande flusso migratorio: limitato a lavoratori provenienti da Paesi con accordi di reclutamento, in particolare turchi, nel periodo pre-riunificazione, caratterizzato da cittadini dei paesi dell’est in fuga dopo la caduta del regime sovietico, infine da una nuova tipologia di migrante, moderno e inedito, alla ricerca di uno spazio vitale più flessibile e aperto. Nei dodici distretti amministrativi in cui è divisa l’odierna città convive oggi un gruppo multietnico, il 14% della popolazione totale, difficilmente catalogabile e definibile.
Il caso della comunità italiana è emblematico: assai ristretta - solo 10 mila ufficialmente registrati -, non è per nulla conforme alla rappresentazione classica dell’immigrato di umili origini. La dottoressa Edith Pichler, originaria di Bolzano e docente presso la Humboldt Universität, distingue alcune tipologie: i “pionieri”, giunti prima della II Guerra Mondiale, gli “Arbeitsmigranten”, incentivati dai benefici economici dell’amministrazione dell’Ovest, i “ribelli”, esponenti della sinistra extraparlamentare attratti dalla scena underground anni 70/80, i “postmoderni”, giovani diplomati e laureati in cerca d’avventura, infine i “mobili”, liberi professionisti, studenti e ricercatori inseriti nei programmi universitari previsti dall’Unione Europea.
«La peculiarità della comunità berlinese», spiega Pichler, «si riassume in alcuni aspetti significativi: innanzitutto le numerose attività autonome. A Berlino molti sono i locali, osterie, ristoranti ed enoteche che promuovono la cucina italiana in maniera originale, alternativa, accompagnata da eventi culturali e artistici collaterali.» È il caso per esempio dei “Due Forni” a Prenzlauer Berg, i cui proprietari organizzano anche un Festival di Musica Punk, oppure dell’“Osteria Uno”, locale storico della vita bohémien. Questi stessi luoghi non sono solo un ritrovo gastronomico e culturale, ma forniscono spesso supporto ai nuovi arrivati in cerca d’impiego. Il costo della vita e il prezzo degli affitti sono accessibilissimi: un appartamento a Neukölln, 80 mq, costa 560 euro al mese complessivi. Un bilocale più cucina, corridoio e bagno, 55 mq, in Prenzlauer Berg, cuore della Berlino Est, oscilla intorno ai 400-450 euro, spese incluse; stanza singola in WG, acronimo per “Wohngemeinschaft”, appartamento condiviso, tra i 200 e i 250 euro; stanze doppie o triple, come si usa nelle città italiane, non sono nemmeno contemplate.
Gli artisti…
A Prenzlauer Berg vive Filippo D’Antoni, regista e scenografo, premio Solinas 2004: «In Italia – racconta - ero costretto a svolgere più mansioni per sopravvivere. Quando il Ministero dei Beni Culturali ha accolto un mio progetto per un lungometraggio, ho deciso di trasferirmi, pensando che vivere in una città meno cara mi avrebbe concesso la possibilità di lavorarci a tempo pieno». Una storia molto italiana: finanziamento già concordato, soldi mai pervenuti! «Ho provato a chiedere il sussidio di disoccupazione e, con grande sorpresa, nonostante non avessi mai lavorato in Germania e non parlassi tedesco, mi fu concesso immediatamente.»
Berlino è una città con un passato recente poverissimo, un debito abnorme accumulato per la ricostruzione, un livello di disoccupazione altissimo - 15,5% contro una media nazionale dell’8,4% -: nonostante ciò la politica cittadina continua a essere particolarmente attenta al welfare e all’assistenza.
Un aspetto inedito che caratterizza l’Italiano residente a Berlino è l’elevato livello d’istruzione: la comunità locale inverte la tendenza del resto della Germania, dove i bambini provenienti da famiglie italiane sono all’ultimo posto delle graduatorie scolastiche. Spiega ancora Pichler: «Fin dagli anni Settanta gli immigrati che giungevano in città facevano parte dell’“avanguardia intellettuale” e possedevano un capitale culturale che permetteva una maggiore interazione con il paese d’accoglienza. Basti pensare all’istituzione già allora di Asili Nidi bilingue». Nico Lippolis, ad esempio, è un musicista professionista: «Quando arrivai, nel 1994, non conoscevo nessuno e non parlavo tedesco. Le prime persone che incontrai erano italiani, molto più grandi di me, che avevano fatto parte della sinistra extraparlamentare. Berlino fu un colpo di fulmine: tutte le sere avevo occasione di conoscere gente nuova! Era sensazionale per me sedere allo stesso tavolo, discutere e suonare con gli eroi della mia adolescenza: Einsturzende Neubauten, Bob Rutman, Frieder Butzmann, Thomas Wydler,...».
Ciro, originario di Salerno, invece fa il parruchiere: «Prima vivevo a Francoforte, ma avevo difficoltà a inserirmi. Gente snob, poco aperta; Berlino invece è multikulti», multiculturale, da Radio MultiKulti, stazione di tendenza che programma trasmissioni in lingua straniera, dall’arabo al vietnamita. Ciro è iscritto regolarmente all’AIRE - Anagrafe Italiani Residenti all’Estero -. Tommaso Sansone, responsabile dell’Ufficio Immigrazione dell’Ambasciata, spiega che l’iscrizione è obbligatoria dopo sei mesi di permanenza all’estero, ma la tendenza generale dei nuovi immigrati è quella d’ignorare questa pratica. Come fa notare Pichler, il problema è abbastanza complesso: «In realtà la situazione è controversa, in quanto la mobilità all’interno della Comunità Europea, favorita e incentivata, non ha ancora un chiaro inquadramento giuridico: i giovani non sanno neppure che esistono queste associazioni o che tramite esse è possibile usufruire di alcuni vantaggi e aiuti».
... e i ricercatori Pierluca Coiro, 33 anni, romano, lavora come ricercatore presso l’Istituto della Charitè: «Sono investito di una responsabilità che in Italia difficilmente mi sarebbe stata concessa. Da noi il settore è compromesso dalla mancanza di fondi e da un certo immobilismo in ambito universitario». Spiega Chiara Saraceno, professoressa di ricerca presso il Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung e sociologa di fama internazionale: «In realtà il problema è d’organizzazione: il mercato del lavoro nell’ambito della ricerca è fortemente vincolato alla carriera universitaria. Qui, invece, come in tanti altri paesi, esistono più possibilità anche in centri specifici, frequenti sono i passaggi da un’istituzione all’altra e all’interno della stessa struttura universitaria sono previsti anche ruoli di sola ricerca. Inoltre, nonostante anche qui i contratti siano spesso a termine, essi costituiscono curriculum per la propria carriera, sia sul piano professionale che economico. In Italia, invece, si parte sempre dalla base minima. Una giovane studiosa qualificata, con esperienze di lavoro in prestigiosi centri di ricerca e università europee, una volta tornata in Italia si deve adeguare a un trattamento economico molto inferiore e alla condizione professionale di “rimettersi in coda”, ripartire da capo».
Perché Berlino? A est palazzi fatiscenti, a ovest facciate neoclassiche fredde e formali; gelida e piovosa, non vede quasi mai la luce del sole; pochissime testimonianze della storia che precede il secondo conflitto mondiale. Eppure qui l’immigrato non è più solo parte di una comunità, ma bensì di un complesso di relazioni interculturali che si chiama… mondo.
La ricostruzione della città l'ha rilanciata solo in parte. E ha espulso dai quartieri centrali molte fasce della popolazione. In calo i residenti. Berlino si è trasformata da una città divisa (dal Muro) in una città spaccata (dal censo)?
1990: tra le macerie nella terra di nessuno, la spina dorsale del Muro, l'odore di birra, urina, ferro, catrame. 1997: i cantieri, le tonnellate di sabbia, ghiaia, acciaio e cemento. Il loop di Berlino: distruggere per ricostruire
Il lato oscuro della città. I nuovi ghetti, i giovani immigrati, i muri che li dividono dal resto della popolazione. A Kreuzberg il 68% degli abitanti è di nazionalità straniera. Tra una generazione i tedeschi non saranno più la maggioranza in città