Violenza e odio razzista da parte dell' élite bianca e benestante per contrastare il disegno democratico e inclusivo di Evo Morales. La mediazione di Lula
di Julio Santucho
Le ricche regioni orientali della Bolivia sono scosse da un violento conflitto finalizzato a ottenere la secessione dal governo centrale. Lo scorso 11 settembre la piccola località di El Porvenir, nel dipartimento di Pando, è stata teatro di una vera e propria strage. Funzionari delle autorità locali, con la collaborazione di sicari assoldati da grandi possidenti terrieri e da narcotrafficanti della zona, hanno assassinato in un’imboscata 25 contadini indigeni. Come hanno raccontato i sopravvissuti, i sicari hanno prima scaricato i caricatori sul gruppo di contadini e poi sono ricorsi ai machete per terminare il lavoro. Il governo ha proceduto immediatamente a commissariare il dipartimento di Pando, decretando lo stato d’assedio e provvedendo all’arresto del prefetto Leopoldo Fernandez, accusato di genocidio.
All’origine del sanguinoso scontro vi è il significato simbolico assunto dalla conquista del potere da parte di Evo Morales. Un presidente eletto democraticamente che rappresenta i settori più emarginati, espressione della maggioranza indigena che intende imprimere un nuovo indirizzo culturale e politico alla società boliviana. È proprio questo che fa paura all’élite delle regioni più ricche, la minoranza bianca e benestante. Dietro le rivendicazioni di carattere autonomistico, i Comitati civici e le stesse prefetture incitano alla violenza, con toni apertamente razzisti, gruppi paramilitari come l’Unión Juvenil Cruceñista (Unione Giovanile di Santa Cruz), presentando se stessi come la parte intraprendente e modernizzatrice della società urbana, in contrasto con un mondo indigeno e contadino arretrato, sporco e ignorante.
I termini del conflitto sono dunque espliciti: vi sono due diverse agende, due diversi progetti. Il primo, rigidamente rispettoso delle regole democratiche e istituzionali, gode di un vasto appoggio nelle comunità indigene ed è stato di nuovo legittimato dal referendum dello scorso agosto che ha dato al governo un consenso del 63 per cento. Il secondo, un progetto confuso e in difesa di interessi consolidati, è incentrato su un discorso separatista e razzista, privo di sbocchi istituzionali (nella storia boliviana sono falliti tutti progetti politici che non hanno tentato un’alleanza con la maggioranza indigena), e sembra avere come unica alternativa il ricorso alla violenza più estrema. Il risultato della crisi è stato il consolidarsi di Evo Morales.
Dopo aver costituito dei “tavoli tecnici di negoziato” con le regioni ribelli, il governo si accinge a promuovere un progetto di riforma costituzionale, introducendo alcuni elementi di federalismo per venire incontro alle istanze delle regioni autonomiste ma confermando anche il progetto di cambiamento della società boliviana, a partire dall’abolizione del latifondo. La soluzione negoziale della crisi rappresenta una notevole novità rispetto al passato, ed è stata favorita dal nuovo contesto internazionale. Nei conflitti precedenti gli interessi della minoranza bianca e benestante erano difesi dalle forze armate, con l’appoggio degli Stati Uniti, nell’ambito della sicurezza continentale contro il comunismo. L’evolversi della crisi attuale sembra invece confermare il passaggio in altre mani della leadership continentale.
In particolare l’iniziativa del Brasile per disinnescare il conflitto – è stato il presidente Lula a convincere Morales ad aprire un negoziato con l’opposizione – evidenzia non solo le capacità della sua diplomazia ma anche la volontà di limitare l’influenza degli Stati Uniti nella regione, isolando ogni tentativo di alimentare le tensioni. Come ha affermato recentemente il ministro della Difesa brasiliano, Nelson Jobim, riferendosi al nuovo Piano strategico nazionale di difesa, “il nostro obiettivo è affermare il Brasile come grande potenza, e questo comporta la costituzione di un effettivo potere di dissuasione”. Se in più si considera che la Bolivia invia giornalmente in Brasile 31 milioni di metri cubi di gas, appare evidente l’interesse brasiliano a intervenire nella crisi, specie dopo l’attacco a uno dei gasdotti.
La dichiarazione della Moneda, dal nome del palazzo cileno dove è stata approvata all’unanimità dai 12 paesi membri dell’Unione delle Nazioni Sudamericane, conferma l’appoggio al governo di Morales e chiede la costituzione di una commissione per investigare sul massacro di Pando e individuare i responsabili. Lo stesso giorno in cui sono iniziati gli incontri in vista di un accordo per pacificare il paese, Washington ha deciso di includere la Bolivia nella lista nera dei paesi che non combattono seriamente il narcotraffico, insieme a Venezuela e Birmania. Il governo non si è fatto intimidire. Nei giorni successivi l’ambasciatore americano è stato espulso con l’accusa di avere preso contatto con i separatisti.