"Qui l'immagine che prevale è quella di uno Stato che si è ritirato dal territorio. In questi anni chi ha fatto più proseliti sono le organizzazioni criminali". I comportamenti rigorosi sono decisivi per sperare ancora. I sindacati ci stanno provando
di Grazia Mantella
“Non c’è dubbio che qui sia la ’ndrangheta ad avere in mano tutto”. Per Pasquale Larosa, segretario della Cgil di Gioia Tauro, l’ultima operazione antimafia che, nella Piana, ha svelato profonde collusioni tra criminalità organizzata e politica – con l’arresto di sindaco e vicesindaco della città portuale e del sindaco di Rosarno – non è stata una sorpresa. “L’accaduto svela la dimensione di un fenomeno che abbiamo ben presente”. Del resto, aggiunge Larosa, “stiamo parlando della più potente organizzazione criminale al mondo”. Di una mafia che, per usare l’espressione della Commissione Parlamentare antimafia nella sua ultima relazione, “agisce e pensa localmente e globalmente, controlla il territorio, segue e interviene nell’evoluzione dei mercati internazionali”. Una holding che nel 2007, secondo un recente rapporto Eurispes, ha fatturato intorno ai 44 miliardi di euro, pari al 2,9% del Pil italiano. Il sindacato lo ripete con insistenza da tempo: “È necessario recuperare il territorio e ognuno deve fare la propria parte: governo, sindacato, Confindustria (perché le aziende colluse sono una triste evidenza) e iniziare a discutere delle singole responsabilità e delle azioni da mettere in campo”. “Non vedo altre soluzioni”, asserisce convinto Larosa, che non riesce a nascondere la sua amarezza: “Penso spesso al ruolo non solo nostro ma anche della cosiddetta antimafia sociale: ma cosa possiamo fare rispetto ad un esercito addestrato e fornito dei mezzi necessari. Cosa possiamo fare? Considerando anche che il movimento antimafia che avevamo costruito negli anni passati, quando ancora la gente credeva che si potesse combattere e sconfiggere quest’organizzazione, non esiste più”. Più che il cahier de doléances dell’esponente sindacale che valuta i fatti dal suo particolare osservatorio, quelle di Larosa sono le considerazioni di un cittadino sfiduciato. “Qui c’è il deserto. Quando organizziamo le iniziative tocchiamo con mano la solitudine e quella che prevale, a mio giudizio, è l’immagine di uno Stato che si ritira dal territorio”.
Contrasto inesistente
Se una parte batte in ritirata vuol dire che quella avversa per ora vince. Il problema tuttavia, nell’area della Piana di Gioia Tauro, non sembra essere tanto quello di chi abbia conseguito la vittoria, quanto se ci sia mai stata vera guerra. Questo territorio, affacciato sul Tirreno e confinante con l’Aspromonte, comprende 33 comuni, per un totale di poco più di 165mila abitanti (dati Istat a marzo 2008), meno cioè di quelli che vivono nella sola Reggio Calabria. Sei sono i centri che superano i 10mila residenti ma non arrivano a 20mila. Gli altri sono piccoli comuni, cinque dei quali con una popolazione sotto le mille unità. In questo quadro, secondo le stime raccolte dall’Antimafia, operano almeno ventuno cosche, alcune composte da più “famiglie”, che si spartiscono il controllo del territorio, attive anche in piccoli centri, come Santa Cristina d’Aspromonte che supera di poco i mille abitanti. Questi clan alcune volte si combattono, ma più spesso pare si coalizzino per condurre indisturbati i loro affari e per mantenere, spiega l’Antimafia, un “sistema fondato sulla connivenza delle imprese e sulle collusioni e le inefficienze della pubblica amministrazione”.
Non stupisce, dunque, la pessimistica constatazione di Larosa: “In questi anni chi ha fatto più proseliti sono le organizzazioni criminali e la mia impressione è che si stia diffondendo una cultura criminale di massa”. “C’è una sorta di restaurazione”, prosegue il numero uno della Camera del lavoro, “e si sta affermando il senso dell’impunità”. “È vero che sono state portate a termine operazioni di polizia importanti ma è pur vero che non bastano”. Non nasconde, il segretario, che in questo momento il sindacato non riesca a far altro che stare sulla difensiva; perché “qui è difficile cambiare le cose”. Eppure le organizzazioni sindacali ci hanno provato. A settembre dello scorso anno i sindacati degli edili avevano denunciato “l’escalation di attentati al macrolotto 5, Gioia Tauro-Scilla, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria”, chiedendo un intervento straordinario dello Stato. Un capocantiere di notte era stato fermato e pestato a sangue; un operaio, alla guida di una betoniera, fermato e fatto scendere dal mezzo che era stato poi bruciato. In quell’occasione i sindacati avevano ricordato “il protocollo d’intesa siglato nell’aprile del 2005, proprio per prevenire i tentativi d’infiltrazione della criminalita’ organizzata nei lavori di ammodernamento dalla A3”. Ma ad oggi i protocolli, sottoscritti a corollario di tutte le opere che comportino ingenti investimenti, sono solo accordi di carta. Quello firmato a Gioia Tauro, il 19 marzo scorso, per il rilancio del porto, conteneva anche la proposta di sottoscrivere un patto per la legalità e la sicurezza. Ma “è rimasto lettera morta”, accusa Larosa, “anche per responsabilità della Regione Calabria che non è riuscita a superare lo stallo del contenzioso sulle aree portuali (una disputa tra l’Asi, ente regionale, e l’Autorità portuale, ndr) con il conseguente blocco dei finanziamenti”. Sul tratto della A3 tra Gioia Tauro e Reggio Calabria si estendono i cantieri del 5° e 6° macrolotto, con Impregilo e Condotte quali General Contractor.
Il business degli appalti
Le cosche, sugli appalti, seguono una procedura consolidata: tangente del 3 per cento sull’importo dell’opera, subappalti a imprese proprie o controllate, forniture di materiali di bassa qualità, assunzione di lavoratori. Il mercato del lavoro è gestito dalla ’ndrangheta e dalla politica; persino da alcune sigle sindacali: è del giugno scorso l’accusa del segretario della Fillea Calabria, Giuseppe Valentino. “Alle imprese subappaltatrici – spiegava tempo fa la segretaria della Fillea reggina, Mina Papasidero – si affianca una serie di piccole aziende, circa 150 (fra i due e i sei dipendenti che si occupano di forniture e di esecuzione di parti minime dei lavori), da cui i sindacati sono pressoché esclusi”. “Il condizionamento delle cosche – incalza Larosa – va spezzato attraverso una diversa modalità di gestione del mercato del lavoro, che dovrebbe essere governato da organi dello Stato per offrire pari opportunità”. “Potrebbe, per esempio, essere la prefettura il primo passaggio per le richieste di lavoro presentate”. Ciò porrebbe un ulteriore filtro anche se è vero che in questo territorio non è solo la ’ndrangheta ad utilizzare lo strumento della pressione per ottenere in cambio l’offerta di un posto. Il favore, lo scambio di favori, è il fulcro su cui poggia l’elementare sistema dei rapporti sociali in Calabria, con la sua debole etica sorretta dalla giustificazione del bisogno. Gli stessi lavoratori sono parte di questa cultura; ma il sindacato non teme l’impopolarità sponsorizzando l’introduzione di regole più rigide nelle assunzioni. “La nostra azione – rimarca Larosa – è quella di tutelare i diritti dei lavoratori e penso che un collocamento trasparente condurrebbe ad un riconoscimento sul campo del sindacato e della sua capacità di contrattazione”.