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L'aggressività di McCain, la flemma del democratico. L'economia regina del dibattito: e lì Obama stravince. Poi esteri, istruzione, aborto
di Alessandro Coppola
A una ventina di giorni dal voto del 4 novembre, McCain e Obama si incontrano per l’ultimo dibattito in un clima di crescente fiducia da parte democratica e di evidente nervosismo da parte repubblicana. I sondaggi dicono Obama, anche in stati insospettabili come la West Virginia dove occorre tornare ai tempi di Johnson per trovare una vittoria democratica alle elezioni presidenziali. Tutti o quasi gli swinging states – gli stati dall’incerto orientamento elettorale - sembrano scivolare giorno dopo giorno nel campo di Obama. Stati quali Ohio, Colorado e Virginia che hanno scelto Bush nel 2004 ora – dicono i sondaggi – si orientano, seppure con margini spesso ristretti, verso il Senatore dell’Illinois. Le previsioni danno a Obama 277 grandi elettori a fronte dei 174 per McCain. Nel mezzo i voti degli stati ancora incerti che se andassero tutti a McCain non sarebbero sufficienti a far perdere Obama.
La campagna di McCain, in grande difficoltà sui temi economici, ha consacrato i giorni della vigilia ad agitare sospetti sul passato e accuse sul presente di Obama. Il tutto in un clima di crescente tensione e violenza verbale agli stessi comizi del ticket repubblicano: un clima esplicitamente censurato da McCain ma non dalla Palin, che è sembrata più volte troppo empatica con gli eccessi dei suoi sostenitori. Due affairs hanno messo in moto la campagna repubblicana: la frequentazione tra Obama e un ex aderente a un noto gruppo radicale colpevole di diversi attentati terroristici nel corso degli anni sessanta, e il coinvolgimento di una grande associazione non profit di fede democratica in un caso di sospetta frode nella registrazione di nuovi elettori. E i due affairs dominano una parte importante del dibattito. Un assai combattivo e talvolta efficace McCain – uno dei maggiori successi retorici della serata è suo quando dichiara “Io non sono Bush. Se voleva battersi contro Bush, Obama avrebbe dovuto candidarsi quattro anni fa, non oggi” - si lascia quindi andare troppo spesso ad accessi rabbiosi cui Obama risponde con la sua ormai proverbiale flemma fatta di lunghi sorrisi ed espressioni ironiche. Cui però non corrisponde, in particolare nella prima parte del dibattito, l’efficacia che la maggior parte degli osservatori gli avevano riconosciuto in occasione dei duelli precedenti.
Si parte dall’economia: tasse e spesa pubblica
Obama nelle ultime settimane è stato capace di interpretare al meglio l’inquietudine degli americani di fronte al drammatico franare dell’economia, aggravata dalla ormai macroscopica latitanza dell’amministrazione in carica e in particolare del suo capo. Un Bush esangue e sempre troppo rilassato invitava alla calma il paese mentre Wall Street crollava e le maggiori istituzioni finanziarie del paese chiudevano i battenti travolte dalla crisi. Sulla base di un messaggio tutto orientato alla condanna degli eccessi del liberismo economico e del capitalismo finanziario, Obama ha costruito giorno dopo giorno il proprio vantaggio nei sondaggi, a partire dagli stati che sono vittime prima che della crisi finanziaria di quella produttiva.
Il messaggio di McCain e Palin che denuncia la crisi finanziaria come il frutto di assai generiche avidità e corruzione e non come il risultato di una determinata politica economica non sembra funzionare. Di fronte al piano per la Middle Class che sostiene Obama, fatto di punizioni fiscali per le imprese che delocalizzano e tagli fiscali per quelle che assumono e per le classi medie – McCain fa ancora una volta appello all’America profonda, e al personaggio di Joe Six Packs – una sorta di idealtipo dell’onesto lavoratore di provincia che alla fine di una giornata difficile consuma sei intere casse di birra …. – agitato nelle scorse settimane da Sarah Palin, si sostituisce quello di Joe The Plummer (Joe l’idraulico), rappresentante dello sterminato mondo delle piccole e piccolissime imprese cui, secondo McCain, Obama vorrebbe aumentare le tasse. Obama risponde con il suo impegno a ridurre le tasse per il 95% dei contribuenti e a sostenere la nascita delle piccole imprese. Di questo ha bisogno il paese, dice, e non di nuovi sconti fiscali alle grandi corporation come vuole McCain. Sconti che andrebbero a ingrassare i profitti della grandi imprese energetiche, attualmente al punto più basso della loro popolarità nel paese. McCain, da parte sua, propone la sua ricetta di nuovi sconti fiscali e denuncia la politica redistributiva di Obama. Si tratta per McCain “di lasciare i soldi di Joe The Plummer nelle sue tasche e non di redistribuirli” attraverso la fiscalità.
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TAGS obama presidenziali usa
16/10/2008 09:49
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