Primo maggio: senza crescita e occupazione il Paese implode
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Più convincente il candidato democratico alla vicepresidenza. Ma Palin ha retto la sfida. Si è parlato di tutto: economia, politica estera, clima. Il dibattito non cambia gli equilibri. Molti sondaggi danno Obama avanti di 9 punti
di Alessandro Coppola
La montagna pare aver partorito il topolino. L’attesa per il dibattito fra i due candidati alla vicepresidenza, Biden per Obama e Palin per McCain, era cresciuta nel corso delle scorse settimane, sull’onda delle gaffes e delle riposte maldestre di Sarah Palin ai giornalisti. Incapace di definire la dottrina Bush della guerra preventiva, di fornire almeno due esempi di sentenze della Corte Suprema che non ha condiviso, di pronunciare il nome di un paio di quotidiani e settimanali nazionali che legge assiduamente ed infine pronta a sostenere in modo spericolato che è la prossimità territoriale dell’Alaska alla Russia ad essere la migliore garanzia della sua esperienza nella politica estera e di sicurezza nazionale, Sarah Palin sembrava condannata, con quella che si annunciava come una pessima prestazione al dibattito vice-presidenziale di ieri sera, ad estinguere l’enorme credito che una parte consistente dell’opinione pubblica le aveva riconosciuto con la convention repubblicana. Il dibattito, invece, è andato diversamente e la Palin è stata capace di dissimulare quella che è stata definita da uno stratega democratico come la sua “suprema impreparazione alla vicepresidenza”. Molto diretta nell’evitare quasi sistematicamente le domande del moderatore e nell’offrire la minor quantità possibile di dettagli di policy, Palin ha scelto ancora una volta di sintonizzarsi intimamente con l’opinione conservatrice. Biden ha risposto in modo adeguato e pressante concentrandosi sui temi forti della campagna democratica. La cordialità fra i due ha avuto dello straordinario, soprattutto a fronte della manifesta ostilità – per la verità, evidente soprattutto in McCain – che ha caratterizzato il dibattito presidenziale di una settimana fa.
Quindi niente di nuovo dal punto di vista dei contenuti, ma una replica, non sempre in tono minore, del dibattito presidenziale di una settimana fa. Da una parte – Palin - la promessa di tagliare le tasse, quella di scuotere Washington e il governo federale che troppo spesso rappresenta il problema e non la soluzione, di tagliare la spesa pubblica, di “dare più spazio al settore privato ed alle famiglie” e lo sdegno per un’eventuale amministrazione Obama che sposerebbe politiche di redistribuzione del reddito. Dall’altra – Biden - l’impegno a rompere con le politiche economiche dell’amministrazione uscente, ad investire nella middle class che è il “vero motore dell’economia” attraverso una politica fiscale equa – “evitare quattro milioni di dollari di nuovi sconti fiscali alla Exon Mobil, è equità non redistribuzione”, parola bandita anche in ambienti democratici - e il piano di Obama per rendere l’assistenza sanitaria finalmente universale. Al centro del dibattito anche la mega-operazione di rientro dalla crisi finanziaria prima respinta dalla camera dei rappresentanti e poi approvata, con diverse modifiche, dal Senato. Qui la differenza nella diagnosi è enorme, da una parte Palin definisce genericamente quanto consumatosi nelle scorse settimane come il frutto della corruzione di Wall Street che un’eventuale amministrazione McCain combatterebbe, dall’altro Biden che vede nella crisi il frutto di una filosofia economica sbagliata che fa della deregolamentazione la risposta a tutti i problemi.
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TAGS obama mccain palin biden elezioni usa
03/10/2008 12:31
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