
Dopo il terremoto Lehman
Quale capitalismo dopo Crack Street
Di fronte alla crisi finanziaria, si sono improvvisamente alzate molte voci per invocare un ritorno dello Stato
di Paolo Andruccioli
Paradossi della storia. Di fronte alla crisi finanziaria che ha fatto crollare colossi bancari di livello mondiale e che produrrà effetti sui risparmiatori e sull’economia in tutto il pianeta, si sono improvvisamente alzate molte voci per invocare un ritorno dello Stato, del pubblico, nella gestione dell’economia. Sul Foglio, il direttore Ferrara ha scoperto con raccapriccio che dopo il botto di Lehman Brothers, un giorno l’America si è svegliata “socialista”. Nelle stesse ore, negli Usa si manifestava davanti a Wall Street (alcuni dei manifestanti erano in smoking) contro le canaglie della finanza e il Tesoro statunitense con Paulson (Henry, non John) cercava di superare enormi ostacoli per far passare il piano di salvataggio pagato con pesanti cambiali dai contribuenti. Lo spavento ha coinvolto tutti ed è stato perfino usato come leva per far passare i provvedimenti di salvataggio. La paura era visibile sulla faccia di Bush quando ha parlato agli americani, ma anche sui visi di Obama e McCain che hanno messo da parte per un momento la campagna elettorale per varare, sullo stesso tavolo della Casa Bianca, il piano straordinario da 700 miliardi di dollari. Nei dibattiti di casa nostra, nel frattempo, il ministro Tremonti, che non ha mai negato la pesantezza della situazione e anzi ha fatto capire in più occasioni che il peggio potrebbe ancora arrivare, ha cominciato a sostenere senza sfumature che l’unica via d’uscita risiede ormai nel pubblico, nel ritorno alla politica. Fulminato sulla via del mercatismo. Ed è sempre nell’area della destra che si è formata l’idea di un vertice straordinario dei governi riuniti per mettere un freno agli effetti devastanti dei crack finanziari. E’ toccato infatti a Nicolas Sarkozy proporre l’avvio di una discussione dell’Unione europea (di cui è presidente di turno) sulla necessità di dare una regolazione nientemeno che al capitalismo. “E’ un uomo di destra Sarkozy, ma mi piace”, ha dichiarato Valentino Parlato al Corriere di Giavazzi.
E come se non bastassero tutte queste prese di posizione e questi segnali l’Osservatore Romano, il bianco quotidiano della Santa Sede, ha dedicato una spalla della sua prima pagina del 24 settembre a un articolo di un economista, Ettore Gotti Tedeschi, con un titolo senza sfumature: “Una costosa illusione”, ovvero la crisi di un modello di sviluppo. Il piano del governo americano, è la tesi di Gotti Tedeschi, potrà forse evitar il peggio sui mercati finanziari, ma non potrà rimuovere le cause della crisi di un modello occidentale che, nonostante vari tentativi, non ha saputo definire un modello di sviluppo capace di garantire una ricchezza stabile. Insomma per il commentatore del giornale vaticano, non si tratta solo di mettere qualche regola in più a Wall Street, ma di ripensare un sistema che si è basato sui bluff della finanza e sulla creazione di Pil fittizi, di carta, virtuali o addirittura inesistenti, ricchezze promesse e su cui scommettere, che alla fine si sono sciolte come neve al sole. Non si può continuare a barare, facendo tra l’altro arricchire (ma questo Tedeschi non lo sottolinea abbastanza) pochi speculatori e manager ai danni di milioni di persone. Insomma la finanza, è ormai la consapevolezza acquisita, non può inventare lo sviluppo e non può surrogare l’economia reale. Caso mai – così come dice la storia stessa del capitalismo – la finanza deve sostenere l’economia, non sostituirla.
Quello che emerge, insomma, sembra essere la richiesta pressante di regolare, delimitare quindi in qualche modo, l’economia canaglia, come la chiama Loretta Napoleoni. Sarà già tanto se passasse questa spinta: l’applicazione delle regole, del diritto, cosa che la filosofia pratica del berlusconismo nega alla radice. In fondo ha dell’incredibile sapere che gli hedge funds non solo se ne infischiano delle leggi e dei controlli, ma che operano addirittura fuori mercato. E’ stato detto chiaramente nelle cronache di questi giorni, che uno dei motivi che ha portato alla crisi e allo scoppio della bolla speculativa è il sistema di scommesse dei fondi speculativi hedge. Vivono e prosperano (nel senso che producono per i loro gestori milioni di dollari) fuori da ogni controllo e fuori dal mercato. La finanza per la finanza, la speculazione pura. Il trionfo di uno dei più importanti gestori di hedge del mondo, Paulson (lo stesso cognome del rappresentante del Tesoro americano) risiede proprio nella scommessa sugli andamenti di altri fondi, in questo caso i fondi immobiliari. John Paulson è diventato ricco e potente perché ha scommesso sul tracollo di altri. E’ diventato ricco scommettendo sul tracollo dei titoli legati ai mutui. Aveva cioè cominciato per tempo a vendere allo scoperto grandi quantità di titoli legati ai mutui americani, stipulando quindi contratti di vendita a termine senza possederli, prevedendo di comprarli a un prezzo più basso prima della data di consegna. Lo hanno scritto tanti giornali, ma forse è passato inosservato il fatto: Paulson, e con lui tanti altri speculatori, posseggono e trattano centinaia di titoli derivati, che non vengono trattati in Borsa. “Sono creati dalle banche – ha scritto Kerstin Kohlenberg della Zeit tedesca – e scambiati senza nessun controllo. In sostanza è come un casinò online segreto, dove nessuno registra le puntate e nessuno sa chi sia davvero il giocatore e chi possa permettersi realmente di giocare. L’unica differenza è che il gioco degli hedge fund è perfettamente legale”. E questo casinò ha affascinato perfino molti dei nostri amministratori locali che hanno comprato a man bassa (con i soldi dei contribuenti-elettori) i derivati a rischio. L’hedge federalismo.
Ora si invocano le regole, ma che non siano troppo rigide perché la “bestia” va controllata, ma non imprigionata. Tutti quelli che parlano di “nuovo modello cercasi”, nell’ambito del capitalismo, pensano a un capitalismo meno selvaggio, meno rampante, in cui sia data la possibilità agli speculatori di fare i soldi per sé, ma senza danneggiare troppo gli altri. La finanza per la finanza, ma con delle regole. Non tutti però la pensano così. Dai dibattiti di questi giorni emerge anche un’altra spinta, più timida, velata, forse addirittura sotterranea. Una voglia di ridiscutere e ripensare il modello nel suo complesso non certo per avere chiaro il “sole dell’avvenire”, ma almeno per cominciare un po’ a scartare un presente fatto di crescita continua delle ineguaglianze sociali, aumento della violenza e dell’individualismo più sfrenato, voglia di farla finita con questi sindacati che non sono altro che “ostacoli” alla crescita (esemplare, da questo punto di vista, gli attacchi alla Cgil durante la vicenda Alitalia). C’è insomma chi pensa una cosa molto semplice: dalle crisi finanziarie non si può uscire applicando solo delle regole e un controllo più stringenti. Si deve ripensare lo schema e in primo luogo il rapporto tra finanza ed economia. Si deve tornare ai fondamenti, alla determinazione del valore e della ricchezza delle nazioni che non può essere affidata a Wall Street e ai broker, che anzi, come abbiamo visto, sono quasi sempre la causa della crisi, l’origine del male, non la medicina come pensa Giavazzi secondo il quale quelli che veramente beneficiano dei mercati finanziari sono i poveri. Gli strumenti finanziari che consentono di diversificare il rischio, sostiene Giavazzi, non sono il cancro del capitalismo, anzi “i mercati finanziari sono innanzitutto un’opportunità per i poveri. Basta chiedere a un agricoltore indiano cosa significa per lui poter vendere il suo prodotto su un mercato a termine e così assicurarsi le fluttuazione nel prezzo…” Ci risiamo.
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27/09/2008 16:38













