Primo maggio: senza crescita e occupazione il Paese implode
Deve cambiare. Cambierà. La politica economica e sociale del governo italiano e quella di molti paesi europei, che blocca la...

"I migranti incarnano tutto ciò che i nativi temono e, specificamente, quelle tremende e misteriose 'forze globali' che decidono le regole di un gioco di cui tutti noi, migranti e nativi allo stesso modo, siamo pedine"
di Stefano Iucci
Com’è successo che, con un lento ma inesorabile cammino, ci siamo, nel volgere di pochi decenni, ritrovati immersi nella paura e nell’insicurezza? Oggi immaginiamo – chiusi nella nostra fortezza vuota – assedi di stranieri e Rom (ieri erano i terroristi islamici); la paura che sentiamo è liquida, si modella in forme sempre differenti nel diverso contenitore che di volta in volta la rinchiude. Eppure viviamo in un’epoca e in una zona del mondo che sono probabilmente i più sicuri che mai siano toccati in sorte ad essere umano alcuno. Come si spiega tutto questo? Ne abbiamo parlato con Zygmunt Bauman, sociologo e pensatore tra i più insigni del secolo, teorico della “società liquida” e lui stesso testimone privilegiato del millennio appena concluso, con le sue paure e i suoi dolori: ebreo polacco, ha combattuto con l’Armata Rossa durante l’invasione nazista, meritando anche una croce al valore. Critico nei confronti del governo comunista polacco, è stato costretto all’esilio nel 1968, rifugiandosi prima in Israele e poi a Leeds, dove ha insegnato sociologia fino al 1990 e dove ha scritto i suoi libri più celebri, tra i quali va citato almeno l’ultimo, Paura liquida (Bari, Laterza, 2008). “Esistono due valori cruciali senza i quali una vita umana soddisfacente – decente e dignitosa – è inconcepibile. Si tratta di libertà e sicurezza – dice Bauman –. Essi sono entrambi necessari, ma difficili da conciliare; si completano ma, allo stesso tempo, si limitano reciprocamente”.
In che modo?
Inizialmente, gli sforzi dei “moderni” erano diretti alle fonti dell’insicurezza umana, e chiedevano in cambio l’accettazione del controllo e dell’autocontrollo, l’addomesticamento e il freno dei desideri e delle passioni: in altre parole, la modernità offriva una maggiore sicurezza in cambio di una parte della libertà individuale. Il dissenso nei confronti della civiltà, l’ansia, un impulso alla ribellione erano, quindi, diretti contro i limiti imposti alla libertà personale e contro i poteri pubblici che minacciavano di invadere e colonizzare la sfera della privacy umana: contro le norme rigide, l’uniformità, la routine e l’interferenza invadente negli schemi di comportamento individuale. Il dissenso e la ribellione toccarono il loro apice con la “rivoluzione culturale” del 1968 e la nascita del neoliberalismo, la sua controparte economico-politica. Negli ultimi quarant’anni l’ossessione modernizzante si è mossa nella direzione opposta a quella originaria: sempre più aree della vita privata venivano liberate da una regolamentazione normativa e trasferite nel regno della “politica di vita” condotta individualmente, a spese della sicurezza della vita e delle condizioni sociali, sostenuta dal governo e garantita a livello collettivo. In altre parole: maggiore libertà individuale, ma minore sicurezza salvaguardata socialmente. Quarant’anni più tardi le cause della paura si sono spostate dalla mancanza di libertà al deficit di sicurezza. Da tutti noi ci si aspetta di essere in grado di trovare soluzioni individuali e di utilizzare risorse individualmente controllate per affrontare sfide che, però, non abbiamo lanciato noi; siamo, quindi, spaventati dall’inadeguatezza delle nostre capacità e risorse personali di fronte al compito imponente che ci si aspetta che svolgiamo. E la minaccia di perdere l’autostima, di subire l’umiliazione, di cadere dalla macchina veloce del progresso, di essere lasciati indietro, di avere negata la nostra dignità e, infine, di essere esclusi ed espulsi in caso di fallimento, queste paure – che riempiono ora i nostri giorni e le nostre notti – provengono da regioni impreviste dai fondatori, dai profeti e dagli ideologi della condizione moderna.
In Paura liquida lei scrive che la paura più temibile è quella diffusa, sparsa, indistinta. Come la si affronta? A cosa di concreto la si può ancorare per affrontarla e, possibilmente, “risolverla”?
A differenza delle paure di vecchio tipo, quelle contemporanee tendono a essere imprecise, mobili, elusive, modificabili, difficili da identificare e collocare con esattezza. Abbiamo paura senza sapere da dove viene la nostra ansia e quali siano esattamente i pericoli che la provocano. Possiamo affermare che i nostri timori vagano in cerca delle loro cause che noi vorremmo disperatamente trovare per poter essere in grado di fare qualcosa a riguardo o per chiedere che si faccia qualcosa. Le radici più profonde della paura contemporanea – la graduale eppure continua perdita della sicurezza esistenziale e la fragilità della posizione sociale – possono essere affrontate solo con difficoltà, poiché, in un mondo che si globalizza velocemente, gli agenti dell’azione politica non hanno sufficiente potere per sradicarle. E per questo le paure tendono a trasferirsi dalle cause principali su obiettivi accidentali, solo lontanamente collegati alle ragioni dell’ansia, oppure del tutto scollegati da esse e, quindi, ad essere scaricate su obiettivi vicini, visibili, a portata di mano, che sembrino facili da gestire. Queste battaglie sostitutive non faranno scomparire la nostra ansia perché le radici vere della paura resteranno intatte, in compenso otteniamo una certa consolazione dalla consapevolezza di non essere rimasti con le mani in mano, di aver fatto qualcosa e di esserci fatti vedere mentre lo facevamo.
In Italia, ma non solo, cresce la paura dei “diversi”. Da noi, in particolare, sono gli stranieri e i Rom a catalizzare questo senso di insicurezza generale. Ma qual è il meccanismo per il quale se non si riesce a pagare un mutuo, o se non si ha una casa o una scuola per i figli ce la si prende con questi soggetti deboli e non con le autorità politiche ed economiche preposte a risolvere tali problemi? Quali sono secondo lei le vere paure che si celano dietro queste dinamiche?
Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.
TAGS zygmunt bauman immigrazione
06/06/2008 00:13
Cerca su Rassegna.it con Google
Tutti i contenuti della community
Pubblica i tuoi contenuti su Rassegna.it