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Antigone da nuovo millennio. Pronta a denunciare
la ragione di stato e i suoi crimini su scala globale. In ogni nazione e continente. E
a difendere se non altro la memoria delle vittime.
L'Organizzazione per
i diritti umani accusa le amministrazioni di
tutto il mondo, i luoghi di potere, di aver "tradito la promessa di un
ordine mondiale basato sui diritti umani". Di avere promosso o di non
essersi opposte a torture, abusi, violazioni ai danni di essere umani.
Non deve sfuggire, al di là del contenuto etico, la portata politica
del "grido" di Amnesty. Per l'organizzazione, infatti, è venuto il
momento dei bilanci storici, e quindi il tempo di dire che il sistema
di valori - i princìpi - fruttato all'indomani della Seconda guerra
mondiale è stato tradito. Equivale ad affermare che la "Dichiarazione
universale dei diritti umani" sancita dalle Nazioni Unite nel 1948 è
ormai carta straccia: che non la rispetta più nessuno.
«Sessant'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale», si legge
nel Rapporto, dedicato quest'anno alla memoria di Enzo Baldoni, il
giornalista e attivista morto in Iraq, «i governi perseguono gli obiettivi
di una nuova, pericolosa agenda. Il linguaggio della liberta' e della
giustizia e' finalizzato ad adottare politiche che sfruttano la paura
e l'insicurezza, come i cinici tentativi di ridefinire e condonare la
tortura. La nuova agenda, insieme all'indifferenza e alla paralisi
della comunita' internazionale, e' stata fallimentare per le svariate
migliaia di vittime delle crisi umanitarie e dei conflitti
dimenticati nel corso del 2004».
Amnesty ha analizzato lo stato di salute dei diritti umani in 149
paesi. Crimini e barbarie locali a non finire, i cui fili, però -
secondo l'organizzazione - si dipanano dal centro del potere mondiale.
Gli Stati Uniti. Il paese della crociata per la democrazia mondiale
inaugurata da George W. Bush. Che però, secondo Amnesty, dà il cattivo
esempio e fa il pieno di
imitatori. Sostiene Amnesty, infatti, che i governi, nel tradire il
rispetto dei diritti umani, hanno seguito «la linea di comportamento
stabilita dalla superpotenza americana»; e così «quattro
anni dopo l'11 settembre, non hanno mantenuto l'impegno di rendere il
mondo un luogo più sicuro».
«Quando il paese più potente del mondo - si legge nel Rapporto - si fa
beffe del primato della legge e dei diritti umani, concede agli altri
paesi la licenza per compiere abusi con impunità».
Nel presentare il Rapporto a Roma, Paolo Pobbiati, presidente della
Sezione Italiana di Amnesty International, ha criticato «il tentativo
dell’amministrazione Usa di annacquare il divieto assoluto di tortura
attraverso nuove politiche e il ricorso a un linguaggio quasi
manageriale fatto di espressioni quali “manipolazione ambientale”,
“posizioni stressanti”, “manipolazione sensoriale”». «Nonostante gli
Usa abbiano continuato a usare il linguaggio della giustizia e della
libertà - ha detto Pobbiati -, lo scarto tra retorica e realtà è
rimasto profondo. Ciò è acutamente illustrato dalla mancanza di
indagini esaurienti e indipendenti sull’agghiacciante fenomeno dei
maltrattamenti e delle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib e
dall’assenza di provvedimenti nei confronti delle più alte cariche
dell’amministrazione statunitense».
Ma il 2004 non passerà alla storia solo per le violazioni americane.
Sono pochi i paesi dove non sia avvenuto un crimine contro l'umanità.
Come se avesse guardato il nostro pianeta dall'alto di un satellite,
individuandone i molteplici focolai rosso sangue, Amnesty tira le
somme e mette in fila una brutalità dietro all'altra. A cominciare
dagli atti di terrorismo, «sempre più orribili»: le immagini delle
decapitazioni di ostaggi in Iraq, il sequestro di migliaia di persone
- tra cui centinaia di bambini - nella scuola di Beslan in Ossezia, il
massacro di centinaia di persone nella stazione Atocha di Madrid. «Cio'
nonostante - rileva Amnesty - i governi non hanno voluto ammettere la
mancanza di successo nella lotta al terrorismo, portando avanti
strategie fallimentari ma politicamente convenienti».
E poi l'elenco delle vittime prosegue. Nel Darfur, il governo sudanese
ha dato vita a una catastrofe dei diritti umani e la comunita'
internazionale ha fatto troppo poco e si e' mossa troppo tardi per
reagire alla crisi, tradendo centinaia di migliaia di persone. Ad
Haiti, i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani hanno
potuto riconquistare posizioni di potere. Nella Repubblica Democratica
del Congo orientale, non c'e' stata alcuna risposta efficace allo
stupro sistematico di migliaia di donne, bambine e persino neonate.
Nonostante lo svolgimento delle elezioni, l'Afghanistan e' precipitato
in una spirale di assenza di legge e instabilita'. La violenza in Iraq
e' stata endemica. «I soldati russi - accusa sempre Amnesty - hanno
impunemente torturato, stuprato e sottoposti ad altri abusi sessuali
le donne in Cecenia e il governo dello Zimbabwe ha strumentalizzato
politicamente la penuria di cibo».
L'organizzazione ha poi distribuito un dossier sulle violazioni dei
diritti umani in Cina per ricordare il sedicesimo anniversario della
strage di Tian An Men. Come ha spiegato Paola De Pirro - coordinatrice
per la Cina della Sezione Italiana di Amnesty - «la situazione dei
diritti in Cina è peggiorata». Il paese ha fatto passi da gigante
sotto il profilo economico e industriale, ma i lavoratori sono
sfruttati in modo disumano, il welfare è inesistente e la
divaricazione tra città e campagna si allarga. Per non parlare dei
capitoli "tradizionali" della repressione. Amnesty, al riguardo, ha
contato circa 3 mila esecuzioni capitali nel 2004. Ma un esponente
politico cinese ne ha denunciate almeno dieci mila. E in Cina -
ricorda De Pirro - si può essere condannati a morte per ben 64 reati:
dall'omicidio al traffico di droga, fino all'hooliganismo. «E' un
paese del tutto disinteressato a cambiare qualcosa - ha concluso
l'attivista di Amnesty -. Basti pensare che a Capodanno i bambini
vengono portati negli stadi per assistere alle esecuzioni».
Un quadro desolante, quello tratteggiato da Amnesty. L'immagine di un
imbarbarimento globale. «L'unica speranza che abbiamo - ha chiosato
Pobbiati - è di riportare i diritti umani nell'agenda dei governi.
Sempre di più, la doppiezza dei governi e la brutalità dei gruppi
armati vengono contrastati dalle sentenze giudiziarie, dalla
resistenza popolare, dalla pressione pubblica e dalle iniziative di
riforma delle Nazioni Unite. La sfida per il movimento dei diritti
umani è di accrescere il potere della società civile e spingere i
governi a mantenere le loro promesse sui diritti umani». |