Rubriche

Blog

Il PuntoRassegnadosFuori classeRoba da mattiSull'asfaltoCinePressaRendiamoci ContoRadio cracNote a margineChe senso che faUomini e CittàA tutta rete

Multimedia

Speciali



Polizia penitenziaria

Carceri: agenti, l'altra emergenza

   Print  

Il tasso di suicidi nella polizia penitenziaria è il doppio della media italiana. Gabriele Prati e Sara Boldrin (Università di Bologna) analizzano in una ricerca le ragioni del disagio, commentate da Francesco Quinti della Fp Cgil DI MARCO TOGNA

di Marco Togna

Carceri: agenti, l'altra emergenza (autore foto: ciclocuoco, da flickr) (immagini di autore foto: ciclocuoco, da flickr)
Le carceri italiane scoppiano, questo è noto. Il sovraffollamento è una delle vergogne nazionali: 68 mila detenuti, oltre ventimila in più di quelli che dovrebbero esserci. Ma scoppiano anche di malessere: quello dei detenuti, reso evidente dall’impressionante numero di suicidi (nel 2011 sono stati 66), ma anche quello degli agenti penitenziari. Un malessere che, anche in questo caso, diventa cronaca quando si fa tragedia: nel 2011 cinque poliziotti (80 nell’ultimo decennio) si sono tolti la vita, l’ultimo il 20 dicembre scorso. E un tasso di suicidi tra gli agenti che è il doppio di quello della popolazione italiana: 1,3 (su 10 mila persone), contro lo 0,6 della media italiana. Eventi da trattare con cautela, senza proporre nessi facili o strumentali, ma che sembrano comunque il segnale di un disagio ormai non più così silenzioso.

La sofferenza dei 38 mila agenti penitenziari italiani (di cui 3.600 donne), anche sulla spinta di una più complessiva emergenza-carceri, è sempre più oggetto di indagini. L’ultima (in senso cronologico) è quella di Gabriele Prati e Sara Boldrin (della facoltà di Scienze politiche “Roberto Ruffilli” dell’università di Bologna), pubblicata di recente nel “Giornale italiano di medicina del lavoro ed ergonomia”. Lo studio, intitolato “Fattori di stress e benessere organizzativo negli operatori di polizia penitenziaria”, analizza il malessere degli agenti evidenziandone cause e possibili soluzioni.

“La ricerca – commenta Francesco Quinti, coordinatore nazionale Fp Cgil Polizia penitenziaria – centra perfettamente tutti i temi che agitano il nostro comparto. Le aggressioni, i difficili rapporti gerarchici, la cattiva organizzazione del lavoro, la carenza di personale, tutto è indicato con precisione. Uno studio molto utile, che intendiamo utilizzare come supporto scientifico della nostra posizione nella stagione di contrattazione di secondo livello che si aprirà a breve”.

Scopo dell’indagine è indagare i fattori di rischio per la salute psicologica e per il burnout (ossia quell’esito patologico che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, quando queste non riescono a rispondere in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro comporta) degli agenti. Le prime cinque cause di stress indicate dagli operatori sono la difficoltà del rapporto con i detenuti stranieri, il sovraffollamento delle carceri, il rischio di essere aggrediti fisicamente, l’inadeguatezza degli organici e la mancanza di aiuti psicologici da parte dell’amministrazione penitenziaria. Questioni che attengono sia a elementi organizzativi sia a eventi critici di servizio, che vanno analizzate punto per punto.

Iniziamo con i detenuti stranieri: sono oltre 25 mila (il 37 per cento del totale, con punte addirittura dell’80 in alcune carceri del Nord Italia), in larga maggioranza extracomunitari. “Le difficoltà di comunicazione sono enormi” spiega Quinti: “Non parlare la stessa lingua significa non capire la richiesta, quindi aumenta la probabilità di sbagliare l’intervento. Questo acuisce la tensione, sfociando magari in gesti di autolesionismo o violenza. È da tempo, infatti, che affermiamo la necessità che il personale conosca almeno l’inglese, visto che è una lingua conosciuta, magari male o con un vocabolario ridotto, un po’ da tutti gli extracomunitari”.

L’alta presenza di detenuti stranieri è determinante anche per la seconda e per la quarta problematica indicata dagli agenti: il sovraffollamento e l’inadeguatezza degli organici. A fronte di 20 mila detenuti in più di quelli che dovrebbero esserci, ci sono 6.500 poliziotti in meno di quelli previsti. “E c’è anche un altro problema” aggiunge Quinti: “Su 38 mila agenti penitenziari, solo la metà lavora effettivamente nelle carceri, mentre l’altra è addetta a servizi istituzionali, come i piantonamenti, oppure ricopre ruoli amministrativi. Assieme alla carenza di personale, dunque, c’è anche una questione legata all’impiego dell’organico, che andrebbe risolto con nuove e mirate assunzioni”.

Qui si entra direttamente nel tema dell’organizzazione del lavoro: la mancanza di agenti aumenta il carico di lavoro di quelli in servizio, con un ricorso massiccio agli straordinari: “Oggi il poliziotto è costretto a turni di lavoro di dieci o undici ore continuative, svolgendo inoltre compiti differenti simultaneamente, come la sorveglianza di più sezioni detentive, oppure passando da un incarico a un altro, comportando un notevole aggravio di stress”.

Se le cause finora riportate afferiscono ad aspetti organizzativi, nel lavoro della polizia penitenziaria vi è anche una notevole esposizione a eventi critici. Quelli maggiormente diffusi all’interno dei quattro istituti piemontesi presi in considerazione dall’indagine sono le offese e i gesti di autolesionismo da parte dei detenuti: più di un terzo degli agenti (35-40 per cento) ha assistito a tali episodi almeno una volta al mese (e il 12,5 è vittima o spettatore di insulti ogni giorno). Più della metà degli operatori, inoltre, ha subìto minacce negli ultimi sei mesi (il 21 per cento nell’ultimo mese) e ha assistito a tentativi di suicidio almeno una volta.

Gli eventi critici che si realizzano con meno frequenza, precisa la ricerca, sono l’aggressione fisica e il suicidio di un detenuto: va tuttavia sottolineato che un operatore su quattro negli ultimi sei mesi ha, almeno una volta, subìto un’aggressione fisica o assistito a un suicidio. “Queste cifre – commenta il coordinatore nazionale Fp Cgil Polizia penitenziaria – dicono chiaramente il clima di esasperazione, che talvolta sfocia in atti di violenza, che si respira nelle carceri italiane. Nel 2011 si sono registrati 800 episodi di aggressione ai danni di agenti, di cui una parte molto grave, con lesioni permanenti. È del tutto evidente che vivere costantemente con la paura di essere aggrediti è un elemento stressogeno insopportabile”.

Tra gli altri fattori critici denunciati degli operatori troviamo anche la mancanza del riconoscimento personale e pubblico del proprio lavoro, la pesantezza emotiva delle situazioni che si incontrano all’interno delle carceri, lo scarso sostegno e i richiami considerati ingiusti da parte dei superiori. Quest’ultimo tema, sottolinea Quinti, è molto sentito: “C’è una consolidata modalità di governo del personale che avviene attraverso gli strumenti disciplinari. La catena di comando dimostra poca disponibilità, e si arriva al paradosso che gli agenti devono preoccuparsi di difendersi anche dalla mancanza di comprensione dei livelli gerarchici”.

La ricerca di Gabriele Prati e Sara Boldrin, infine, si interroga anche sulle possibili strategie di prevenzione più adatte ad aiutare gli appartenenti alla polizia penitenziaria a svolgere il proprio compito in modo efficiente e sicuro. La soluzione individuata, riportata dagli stessi agenti, è quella di poter contare su servizi di tipo psicologico. Una misura disposta già nel 2008 dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria con una specifica circolare, finalizzata proprio all’attuazione di linee di intervento fra cui la verifica delle condizioni di disagio del personale e l’eventuale istituzione di centri di ascolto.

“Quella circolare – conclude Quinti – fu emanata sulla scorta delle nostre pressioni, ma non ebbe alcun seguito. L’attuale responsabile del Dipartimento, Franco Ionta, ha ripreso in mano la questione, anche se per ora non c’è ancora nulla di concreto. La soluzione che prospettiamo è di un presidio psicologico esterno all’istituto, residente in una struttura pubblica, dove l’agente può sentirsi pienamente libero di confidarsi e affrontare i propri problemi. Da parte nostra, proporremo con forza la questione dei centri di ascolto nella nostra piattaforma per la contrattazione di secondo livello che sta per avere inizio”.



Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS stress lavoro correlato penitenziaria carceri polizia penitenziaria stress

10/02/2012 15:26

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


Alcune immagini

Carceri: agenti, l'altra emergenza (autore foto: ciclocuoco, da flickr)