Con la primavera araba migliaia di disperati si sono ritrovati sulle coste italiane. L'accoglienza non è stata adeguata, eppure in molti sono riusciti ad alleviare le sofferenze di donne e uomini in fuga dalla violenza DI GUGLIELMO EPIFANI
di di Gugliemo Epifani
Quel giorno di febbraio, un anno fa, avemmo subito la sensazione che le cose non sarebbero andate nella direzione giusta. Man mano che l’isola di Lampedusa si affollava con l’arrivo di profughi e di disperati che cercavano rifugio nella nostra terra, per fuggire da un teatro di guerra che accendeva, uno dopo l’altro, i paesi dell’altra parte del bacino del Mediterraneo, risultava evidente che – invece di accoglienza e di protezione – quelle persone scoprivano e ritrovavano una terra, un’Italia, inospitale e maligna.
E subito dopo, dalle tendopoli – lager che iniziarono a spuntare come funghi –, dalle banchine del porto trasformate in un’enorme cloaca a cielo aperto, dall’uso illegittimo delle forze di polizia e dalle pratiche di spettacolari respingimenti e rimpatri, capimmo che la primavera araba si stava trasformando rapidamente in un lungo e gelido inverno italiano. Per questo – qualche settimana dopo – chiedemmo a Veronica Padoan di provare a fare quello che, in quel momento, appariva come una strada tutta in salita: cercare di ricostruire tutta la filiera, tutto il tragitto o meglio tutta la via crucis, di cui erano vittime quegli uomini e quelle donne dopo l’approdo a Lampedusa. Sapevamo che solo il ministro dell’Interno aveva chiaro e scientificamente studiato tutta la dislocazione materiale, la gestione dei flussi e l’utilizzo dei Centri, gli atti amministrativi e giudiziari e la gestione discrezionale della normativa del diritto internazionale a partire da quello di asilo. Una mappa di luoghi, di centri di reclusione, di fughe tentate e spesso sventate, e soprattutto una via crucis fatta di negazione di diritti e di umanità.
La ricerca che qui Padoan sintetizza (ricerca che verrà pubblicata in un instant book di Rassegna dal titolo: Migrazioni. I viaggi della speranza, ndr) racconta tutto questo, in maniera documentata e con le verifiche fatte sul campo, con testimonianze raccolte dalla diretta esperienza dei tanti che, invece, hanno contribuito ad alleviare la condizione di donne e uomini in fuga da una realtà difficile e drammatica. Come sempre in queste vicende esce fortunatamente il ritratto di un’altra Italia: solidale, attiva, non rassegnata e soprattutto incline a considerare chi fugge e cerca protezione come persona, in nome di un’idea alta e condivisa di umanità e solidarietà.
Tanti bravi amministratori, tante associazioni di volontariato e impegno civile, tutti gli uomini e le donne del sindacato e della Cgil hanno riscattato per questa via l’immagine dell’Italia e ridato prospettiva e significato alla speranza. Non solo la speranza di chi, con la fuga, voleva costruirsi un nuovo inizio, un nuovo futuro. Ma anche alla nostra speranza: che come il senso di umanità, di solidarietà e dell’universalità dei diritti della persona non ha confini e non intende piegarsi alla logica di paura, di esclusione, di chiusura xenofoba se non razzista. Per questo dedichiamo la ricerca a chi costruisce, spesso nel silenzio, e per questa strada lavora a un Mediterraneo luogo di una nuova contaminazione di cultura, di civiltà, di umanità e di democrazia.